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NICCOLO' PAGANINI E IL VIOLINO DI SHERLOCK HOLMES

05/01/2022, 09:39

“Fu un piacevole spuntino tête-à-tête, durante il quale Holmes non parlò che di violini, raccontando con entusiasmo di come avesse acquistato il suo Stradivari, che valeva almeno 500 ghinee, nel negozietto di un ebreo in Tottenham Court Road, pagandolo appena 55 scellini. Dai violini passò a Paganini e restammo seduti per un’ora davanti a una bottiglia di chiaretto mentre mi raccontava un aneddoto dopo l’altro su quell’uomo straordinario”.
 

Così Arthur Conan Doyle fa parlare il dottor Watson nel racconto “L’avventura della scatola di cartone”, pubblicato per la prima volta su The Strand Magazine nel 1892 e in seguito confluito nella raccolta “L’ultimo saluto di Sherlock Holmes”, del 1917.
Da questo e da altri racconti di Conan Doyle emerge la passione che nutre Holmes per la musica e per il violino in particolare; fin dalla sua prima apparizione letteraria (Uno studio in rosso, del 1887) l’investigatore chiede all’appena conosciuto e futuro coinquilino John Watson se per caso lo disturbasse il suono del violino, entusiasmandosi alla risposta negativa di quest’ultimo.
Conan Doyle non si limita ad accennare genericamente che il suo personaggio suona il violino, si sofferma abbastanza sovente sul fatto che sia un appassionato cultore della musica di Paganini, figura della quale vorrei parlare oggi, usando come pretesto la sua comparsa nei racconti Holmesiani.

 

Niccolò Paganini (Genova, 27 ottobre 1782 - Nizza 27 maggio 1840) violinista, chitarrista e compositore italiano, esponente del periodo romantico e in particolare della corrente dei virtuosi, aveva infiammato le folle dei teatri di mezza Europa ben prima della presunta nascita di Sherlock Holmes (che, in base alla cronologia delle storie si fa risalire all’incirca al 1854 dato che nel racconto “l’ultimo saluto”, ambientato nel 1914, Holmes ha sessanta anni). Val la pena di spendere qualche parola per tentare di spiegare l’importanza della figura di Paganini che all’epoca esercitava, con il suo “Cannone” (nomignolo che aveva dato al suo violino, un preziosissimo Guarnieri del Gesù del 1743 oggi custodito a Genova a Palazzo Tursi) un fascino sulla gente che noi possiamo appena immaginare. Si potrebbe azzardare un paragone associando la figura di Paganini e del suo Guarnieri a quella, per esempio, di Jimi Hendrix con la sua Fender Stratocaster: un vero e proprio fenomeno di massa.
 

Fuor di ogni discussione il genio e l’inarrivabile bravura del musicista, c’è qualche altro aspetto peculiare della sua persona che portò il “fenomeno Paganini” ad imprimersi in maniera indelebile sia nei suoi colleghi musicisti (per i quali sarà spesso fonte di ispirazione, in particolare, ad esempio, Franz Liszt, Giulio Briccialdi, Marcel Dupré e Sergeij Rachmaninov) sia nel pubblico per i secoli a venire.
1. L’immagine. Innanzitutto Paganini era un genio della commercializzazione; in altre parole: si sapeva vendere. Tanto per fare un esempio, la sua bravura inarrivabile aveva dato àdito a una leggenda che lo vedeva protagonista di un patto stipulato con il diavolo in persona, che gli garantiva la gloria in cambio della sua anima. Niente di nuovo. Ma Paganini, anziché smentire o lasciar cadere queste voci, le alimentava e con le chiacchiere e con l’immagine. Accentuava il suo aspetto già di per sé spettrale (alto, scarno, pallido con capelli lunghi e stopposi e mani enormi) indossando vestiti neri che gli cascavano addosso malamente e arrivava ai concerti su una carrozza tirata da cavalli neri. Avendo contratto la sifilide, fu costretto a fare una cura a base di mercurio la quale, naturalmente, aveva solo peggiorato le cose: perse quasi tutti i denti e come conseguenza le sue guance erano incavate verso l’interno e la mandibola era rivolta in alto, avvicinata al naso, cosa che contribuiva ancora di più a farlo sembrare uno scheletro intabarrato. Come se ciò non bastasse, si ammalò di tubercolosi la quale, prima di portarlo alla morte, gli causò una necrosi mascellare (in pratica all’interno della bocca aveva l’osso della mascella scoperto) e gli danneggiò la laringe al punto di renderlo completamente afono.

 

2. Paganini non ripete. È forse una delle espressioni più celebri che si conoscano: viene usata quando a qualcuno è richiesto di ripetere qualcosa e costui si rifiuta. Ma quando e come nasce? Nel 1818 Paganini è invitato a tenere una serie di concerti a Torino. Alla fine del secondo di questi concerti il re Carlo Felice, particolarmente colpito da uno dei brani eseguiti dal violinista, gli manda a dire che vorrebbe che fosse ripetuto come bis. Paganini tuttavia aveva l’abitudine di improvvisare durante i concerti e quindi quello che suonava era spesso letteralmente irripetibile. Da cui la risposta al re: «Paganini non ripete!». Il re, sdegnato dal rifiuto, cancella l’ultimo dei tre concerti che Paganini avrebbe dovuto tenere a Torino e questo provocò, oltre alla stizza del compositore, l’annullamento delle altre serate previste a Vercelli e Alessandria.
 

3. Le corde rotte. Chi un po’ ha dimestichezza con l’ambiente della musica classica avrà spesso sentito raccontare l’aneddoto sulle corde del violino di Paganini che, durante i concerti, per la foga che il musicista metteva nel suonare, si spezzavano e spesso Paganini era costretto a concludere l’esibizione suonando su una corda sola. Ora, questa è, naturalmente, una leggenda. O almeno lo è fino a un certo punto. Come è possibile che si spezzassero ogni volta solo tre delle quattro corde del violino e sempre le stesse? Le quattro corde del violino sono accordate a distanza di quinta tra loro; sono, dalla più grave alla più acuta: sol - re - la - mi. Durante i concerti di Paganini, regolarmente, saltavano il re, il la e il mi. In realtà c’è una spiegazione molto banale: la quarta corda del violino è quella che consente, in un certo senso, di tirar fuori i suoni più espressivi dallo strumento. Paganini amava molto suonare su questa corda, tant’è che ha scritto anche una serie di variazioni su “Dal tuo stellato soglio” (dal “Mosè in Egitto” di Gioacchino Rossini) da eseguirsi solo sulla corda sol (1819 circa). Era lui stesso che, prima del concerto, intaccava le altre corde per far si che suonando si spezzassero e saltassero via, in modo da poter concludere l’esibizione suonando su una corda sola e alimentare ancor di più il mito paganiniano.

4. La mano sinistra del diavolo. No, non è una citazione di “Lo chiamavano Trinità”. Il fatto è che le mani di Paganini (di cui oggi è possibile osservare dei calchi al museo Massena di Nizza, fatti all’indomani della sua morte) erano veramente fuori dal comune. Scrive in una lettera il magistrato Matteo Niccolò de Glataldi, che conobbe Paganini a Venezia nel 1824: «Alla sera mostrò la mano sinistra al dr. Martecchini che era giunto il giorno prima da Trieste. È straordinario quello che egli può fare con la mano. Piega lateralmente le dita, può allungare tanto il pollice a sinistra da avvolgerlo intorno al mignolo, muove la mano nell'articolazione in modo tale come se non avesse né muscoli né ossa. Quando il dr. Martecchini gli disse che questa facilità di movimento altro non era che la conseguenza del suo insensato furore di esercitarsi, Paganini lo contraddisse con veemenza. Anche i bambini sanno che Paganini ancora oggi si esercita sette ore al giorno, sebbene egli per vanità non voglia ammetterlo. Il dr. Martecchini però rimase fermo nella sua affermazione e allora Paganini cominciò a infuriarsi e a gridare tacciando il dottore di essere un ladro e un rapinatore». Sicuramente l’esercizio è una componente fondamentale della straordinaria agilità del violinista, ma, stando a quanto scritto in questa lettera si è fatta strada un’altra ipotesi per cui il solo esercizio non sarebbe l’unico responsabile della bravura fuori della norma. Paganini probabilmente era affetto dalla sindrome di Marfan (dal nome del pediatra che la descrisse per la prima volta nel 1896), della quale mostrava parecchi sintomi: magrezza eccessiva, altezza superiore alla media, scarso tono muscolare, arti piuttosto lunghi, tanto da essere sproporzionati rispetto al corpo, disturbi della vista, particolare struttura delle ossa che le rende più leggere del normale, altri problemi legati all’apparato cardiovascolare e soprattutto aracnodattilia, che comporta una eccessiva lunghezza delle dita in rapporto al palmo della mano e una ipermobilità delle stesse dovuta ai legamenti laschi causati dalla malattia.
Insomma, per tornare al punto di partenza, se si mettono assieme tutti questi elementi, uniti alla straordinaria bravura (frutto di lunghe e faticose ore di esercizio), di Paganini l’ammirazione di Sherlock Holmes (e quindi, presumibilmente, di Arthur Conan Doyle) per il violinista genovese è più che giustificata e comprensibile e rimane comprensibile e giustificato il fascino che questa figura esercita su di noi ancora oggi.
Per concludere suggerisco, come sempre, l’ascolto di qualche opera di Paganini. Sicuramente i concerti per violino, le curiose sonate per violino e chitarra, i ventiquattro capricci per violino solo,  e le già citate variazioni sul “Mosè in Egitto”.

GIULIO GELSOMINO
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