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LE MARTYRE DE SAINT SEBASTIEN DI GABRIELE D'ANNUNZIO E CLAUDE DEBUSSY

08/11/2021, 18:39

Gabriele D’Annunzio nutriva una grande passione per la musica e chiunque abbia visitato il Vittoriale degli Italiani ne ha senz’altro avuto conferma: all’interno della villa sono custoditi un organo a canne da salone, un armonium e due pianoforti a coda oltre a tanti e pregevoli testi di argomento musicale. Pare anche che il Vate, pur non avendo studiato musica, possedesse un ottimo orecchio e fosse in grado di improvvisare all’organo in maniera più che dignitosa.
Nel 1910, a causa di una notevole quantità di debiti accumulati in conseguenza del suo ben noto stile di vita che potremmo definire, eufemisticamente, dispendioso, D’Annunzio pensò bene di cambiare aria per qualche tempo (ossia tagliare la corda per sfuggire ai creditori) e si stabilì a Parigi. In Francia era già un personaggio noto grazie alla traduzione di alcune sue opere. Questa sua notorietà lo porta a frequentare i salotti mondani e conoscere alcune celebri personalità del tempo tra cui Claude Debussy (nome da tenere a mente perché tornerà dopo). Nel frattempo continua a spendere, spandere e accumulare debiti come se nulla fosse ma questo fa parte del personaggio e non è un fatto, al momento, rilevante. Dopo il periodo parigino si trasferisce ad Arcachon, sulla costa Atlantica, ed è qui che si dedica a scrivere l’opera che prenderemo in esame: Le martyre de Sáint Sebastien.
Da un punto di vista letterario l’opera è un “mistero” (dal latino misterium, cerimonia), un componimento teatrale che esisteva all’incirca dal XV secolo. Il nome deriva dal fatto che  queste opere servivano a “drammatizzare” cioè rappresentare (e a rendere tangibili al popolo mediante l’uso della lingua volgare) i misteri biblici: la Passione di Cristo, le vite dei santi, dei martiri, episodi legati a personaggi biblici e via dicendo.

D’Annunzio sceglie di comporre l’opera utilizzando ottonari francesi, lavorandoci dall’inverno del 1910 fino alla primavera del 1911. Quando l’opera venne rappresentata per la prima volta, al Théâtre du Châtelet il 22 maggio del 1911 fu per metà un successo e per metà uno scandalo. Qualche settimana prima a Roma infatti la Congregazione dell’Indice aveva condannato tutti i lavori di D’Annunzio e l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Léon-Adolphe Amette, saputo che il poeta si apprestava a far rappresentare la sua nuova opera, aveva diffidato tutti i fedeli dall’andare a vedere un qualcosa di sì scandaloso. Ma perché Les martyre era considerata scandalosa se rappresentava la vita o, meglio, la morte, di un santo venerato dai cattolici? Il problema non era nel soggetto dell’opera (opera che comunque non era immune da una certa vena erotica e da un certo gusto per il sadomasochismo e il sangue) ma, fondamentalmente, nell’attore protagonista. Anzi, nell’attrice protagonista. D’Annunzio iniziò a scrivere Le martyre ispirato da una ballerina russa, Ida Rubinstein, che era famosa sia per la sua bellezza androgina sia per i suoi occasionali spogliarelli negli ambienti mondani. Ida Rubinstein poi interpreterà proprio San Sebastiano nella rappresentazione dell’opera di D’Annunzio. Possiamo ben immaginare con quanto poco entusiasmo le alte sfere cattoliche accolsero l’idea di un santo importante come San Sebastiano portato in scena da una donna, non propriamente integerrima e per di più ebrea.
 

Parliamo ora dell’altro aspetto de Le martyre de Sáint Sebastien, ossia quello musicale. D’Annunzio prima ancora di iniziare a scrivere contattò Claude Debussy per proporgli di musicare il suo lavoro. Debussy, trovandosi al momento senza lavori impegnativi per le mani e con pochi soldi in tasca decise di accettare, incentivato anche dal notevole anticipo di 8000 franchi che il Théâtre du Châtelet gli diede per iniziare il lavoro. Così D’Annunzio man mano che scrive manda le pagine a Debussy che le mette in musica, completando la partitura a tempo di record. Alla fine viene fuori un’opera monumentale, suddivisa in circa cinque atti e un prologo, della durata di circa cinque ore. Alla prima la critica si divise a metà: da una parte ci fu chi apprezzò la musica di Debussy e trovò noioso ed eccessivamente ampolloso e ridondante il testo di D’Annunzio. Dall’altra ci fu chi apprezzò il testo di D’Annunzio e non trovò all’altezza di un lavoro tanto profondo e complesso la musica di Debussy. A difesa del musicista si può dire che ebbe scadenze molto strette, dovette scrivere tutto in pochissimo tempo e, inoltre, la sua salute era già minata dal cancro che di lì a pochi anni lo avrebbe ucciso. Ad ogni modo, se in Francia l’opera non ebbe, tutto sommato, il successo sperato i giornali italiani, per questioni patriottiche, scrissero che fu un trionfo assoluto mentre il clero di Parigi, tramite il già citato cardinale Amette definiva l’opera blasfema. Tradotto poi in italiano Le martyre venne rappresentato alla Scala nel 1926, diretto da Arturo Toscanini.

La partitura è estremamente complessa e articolata, basta pensare che le persone in scena, a detta dello stesso D’Annunzio (che durante le prove fu tanto maniacale nella cura dei dettagli da insegnare personalmente agli attori che interpretavano i soldati romani a tirare con l’arco, per far si che avessero la posa più elegante e naturale possibile) erano circa quattrocento tra attori e ballerini più l’orchestra che prevede due ottavini, due flauti, due oboi, corno inglese, tre clarinetti, clarinetto basso, tre fagotti, sei corni, due trombe, due arpe, timpani e archi.
D’Annunzio aveva sviluppato quasi una ossessione per la figura di San Sebastiano, cosa che lo aveva portato, durante il suo periodo francese a circondarsi di statue e icone raffiguranti il Santo e a riempire la sua biblioteca di libri sull’argomento; l’iconografia di questa figura, così amata, lo accompagnerà per tutta la vita e, ancora oggi, se ne trova traccia nella sua ultima dimore, al Vittoriale.

GIULIO GELSOMINO
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