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DUE POESIE DI CARLA MARIA CASULA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA

26/01/2021, 17:57

Il 27 gennaio è una ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell'Olocausto.

È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l'Assemblea generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell'Olocausto.

Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Il nostro portaleletterario.net vuole partecipare al ricordo con due poesie di Carla Maria Casula che ha dedicato all'olocausto anche una intera silloge in corso di pubblicazione presso la Nemapress edizioni.

Le due poesie che pubblichiamo, la prima dedicata alla senatrice Liliana Segre, sono due testi molto empatici ma corroborati, come tutte le opere liriche di Carla Maria Casula, da una attenta disamina storica e una precisa veste tecnico-stlistica che accompagna sempre la sua creativtà.

Carla Maria Casula, vincitrice di centinaia di concorsi poetici nazionali,  ha pubblicato recentemente con la Nemapress la silloge poetica "Quanti cieli ha la mia sera" , presentata in anteprima alle Letture d'Estate a Villa Edera. Le restrizioni del covid ne hanno rallentato la diffusione.

 Grazie a Carla Maria Casula e alle sue riflessioni poetice che ci aiutano a non dimenticare.

 

 

Dove sei, padre?

(All’arrivo nei lager, i deportati maschi venivano separati dalle donne e dai bambini. Da quel momento, nessuno aveva più notizie di amici e familiari, con i quali aveva affrontato il viaggio verso l’inferno.
Dedicata alla Senatrice Liliana Segre che, all’ingresso del campo di sterminio di Birkenau, fu separata dall’amato padre Alberto)

Ci hanno separato le mani
con un coltello freddo
freddo come la fame
freddo come la sete
freddo come la nudità
e quelle cicatrici antiche
hanno i bordi di una morte annunciata

Ci hanno separato l’anima
metà a destra e metà a sinistra
e nel tuo volto scruto la mia paura
e tu vomiti paura sul mio volto
– io piccola giovane implume –

Non ho più i guanti dell’amore
che proteggono le dita di figlia
e devo camminare lungo i chiodi
della prima selezione
per stare dalla parte dei vivi
– in tutti i vivi c’è un guizzo di morte –

È strana la paura che fa un passo
e quel coraggio da pulcino che ruggisce
perché il cuore pulsa d’occhi
e il silenzio trattiene il respiro
con i piedi che afferrano le orme

Eccomi
nel sentiero dei vivi
fino alla prossima morte
che batte le nocche sulla spalla
– il filo inconsistente di vita e non vita –

Ci hanno separato i corpi
– le uniformi che abbaiano –
con un ghigno che ringhia
e mostra i canini del comando
Ci hanno separato le parole
e tu non sai che sono viva
e io non so che tu sei morto
e il non sapere mi rende morta
nel mio essere viva

Rido di pianto composto
mentre trattengo il respiro dello sguardo
e sguscio dalla fila senza nome
– il nome è una profezia di numeri –
Corro di corse ferme nella staticità
o – forse – mi frena la corsa del pensiero
– Penso e sono viva –
di quell’egoismo che trasuda amore

E ti cerco
ti cerco in quell’aria straniera
in quell’odore di incertezza rancida
in quel flebile passo dopo passo
in quel sapore di fame amara
Ti cerco nelle guance di una sconosciuta
che conosco da giorni infiniti

Dove sei, padre?

 

 

Ma sono solo un numero
(Monologo di un prigioniero ad Auschwitz)

Guardami,
dalla vita mi separa
la memoria della vita,
una falsa preghiera
da sciogliere nella voce imperiosa
che grida i numeri come presagi
di un macabro passaggio
in re minore.
E il volo dell’anima rovista
tra le ferite vuote di sangue
e bucce di patate e crauti secchi,
dono solitario
che le mani barattano
con un necrologio anonimo
in una lingua cieca di pietà.
Guardami,
inciampo negli incubi
che non riconosco,
dove l’umanità galleggia
prima d’esser nata
e le torture sconsacrate
si strappano la pelle senza unghie,
come un’esecuzione mutilata.
Chi ridarà l’uomo all’uomo?
Chi mi salverà dai giorni
quando il dolore punge e non fa male
e cerca altro dolore

per dare vita al corpo?

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