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CARLA MARIA CASULA SUL PODIO DEL PREMIO WILDE

05/11/2020, 11:26

Data l'emergenza Covid la finale, prevista a Vercelli per lo scorso 24 ottobre, si è tenuta a porte chiuse, senza autori, senza pubblico e naturalmente senza la terza commissione, che ha espresso le proprie valutazioni non in presenza, per convogliare poi la documentazione contenente i giudizi alla Segreteria del premio.

Carla Maria Casula, con la poesia "Ero donna (prigioniera a Ravensbrück)", dopo aver superato la selezione di ben 3 commissioni, si è classificata 3a alla 13esima edizione del prestigioso Premio europeo Wilde, diretto da Daniele Cappa e Piero Sardo Viscuglia e dedicato alla letteratura europea, con il patrocinio dell'Osservatorio Parlamentare Europeo e del Consiglio d'Europa, dell'Associazione Noi Polizia e dell'Accademia Universitaria degli Studi Giuridici Europei.

La poetessa algherese Carla Maria Casula, già vincitrice di oltre 100 premi in ambito regionale, nazionale e internazionale, con la sua opera ha espresso il proprio urlo di denuncia nei confronti della tragica condizione femminile delle recluse nei campi di concentramento nazisti. La poesia "Ero donna (prigioniera a Ravensbrück)", insignita del 3° premio nella sezione a tema libero, categoria “over”, denuncia infatti le tragiche condizioni nelle quali erano costrette a vivere le internate a Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista, che diventavano larve umane senza capelli, così magre da sembrare scheletri, devastate nel corpo e nella psiche, fino a perdere l'identità femminile.

Per ulteriori informazioni concernenti il premio in oggetto potrà consultare il sito www.premiowilde.org

Qui di seguito la poesia premiata

Ero donna
(prigioniera a Ravensbrück)

di Carla Maria Casula
 
È una scia di inutilità
il fiato che si addensa sciolto
nel buio di un’alba abortita
Di noi restano scarti di sogni
una fuliggine di profumo
una ballata in abito da sera
una patina di cipria sulle guance
Donne svuotate di donne
che traboccano sillabe anonime
senza nome sulla bocca
 
Dov’è il bianco del bucato di luce?
Dov’è l’abbraccio del figlio paffuto?
Dov’è il suono della luna che innamora?
Il niente riveste questo corpo
di femmine immolate al niente
e il niente ci torce i capelli di stoppa
che piangono le trecce sul terreno
orfane di linfa e pigmenti
nell’inconsistenza che brucia
 
È un passato di voci lontane
il cuore che trabocca vomito e stanchezza
e raccoglie due fiori ai margini
della memoria cruda
senza le mani tese del miracolo
a chiudere un album fitto di terrore
troppo gonfio di immagini di carne

 
Chi sono in questo fango privo d’occhi?
Due giri di pelle il mio vestito
rattoppato con sangue e cicatrici
e i lividi sono tulle bianco
di un abito da sposa per la tomba
Un cerchio di fiori immaginari
preme spine e ricordi
sulla testa calva
 
Ero donna

 

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