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LA CORNACCHIA CHECCA, INSEPARABILE COMPAGNA, SPARI' UN GIORNO MISTERIOSAMENTE...

29/07/2015, 19:37
Grazia Deledda

La nostra Grazia Deledda, speciale in tante cose, lo fu anche per l’animale domestico che le teneva compagnia a Roma. L’animale? Meglio dire il volatile, una cornacchia.
Così la scrittrice ricorda in una sua novella “La gracchia” della raccolta “Il cedro del Libano”:


"Per sette anni una giovane cornacchia nera ha abitato la nostra casa. Era un maschio, ma per lungo tempo l'abbiamo creduta, o preferito di crederla, una femmina, per la sua incomparabile bellezza, per il modo di muoversi, dirò quasi elegante, per la morbidezza delle piume, ed anche, dopo un certo periodo di addomesticamento, per la sua fiera bontà. Per una debolezza superstiziosa, o meglio per innocente astuzia, suggerita dall'amore pietoso che sentivamo per lei, a proteggerla contro la probabile avversione delle persone di servizio ed anche di qualche membro
della famiglia, si era escogitato il rimedio di far credere che essa rappresentasse quasi un uccello sacro, un essere che spandeva intorno a sé un fluido benefico, una specie, insomma, di amuleto
animato, un simbolo apportatore di fortuna. Ma non ce n'era bisogno: poiché in casa tutti, e specialmente le donne di servizio, le vollero bene. Tutti, nel quartiere, la conoscevano: grappoli di ragazzi stavano di continuo arrampicati alla cancellata del giardino,
per vederla e chiamarla. Dal pergolato o dalla terrazza, o anche se stava dietro la casa, essa rispondeva, e il suo strido non era sempre uguale: poiché con un istinto meraviglioso conosceva le voci amiche e quelle che non lo erano; o se anche semplicemente si beffavano di lei. Quest'istinto, più che umano, ha per lunghi anni destato in noi un senso di sorpresa e, a volte, quasi di turbamento”.

La singolarità di questa presenza familiare, la cornacchia Checca,  fu notata da molti giornalisti ed amici scrittori.
Scomparve misteriosamente dopo sette anni, Qualcuno sostiene che la Deledda, tornata dal viaggio in Svezia dove vide le gru e gli aironi liberi nel cielo, le avesse dato volontariamente e volentieri la libertà . 

Grazia Deledda era affezionatissima  a questa cornacchia come ricorda nella chiusa della stessa novella:

"La nostra Checca era diventata una cornacchia perfettamente domestica: si metteva sul nostro ginocchio o sulla spalla; stava accanto al fuoco per scaldarsi; col becco tirava il lembo della sottana alla cuoca per avvertirla che sentiva l'odore della carne e farsene dare un pezzettino; dallo spigolo della tavola da pranzo assisteva ai nostri pasti, e non mangiava i cibi se non i più delicati; sbucciava i frutti, rifiutandone i semi; beveva dal bicchiere; e se uno della famiglia le faceva ingiustamente un torto, sapeva a chi ricorrere per lamentarsi e ottenere conforto. E se uno di noi era triste, o stava male, ella lo sentiva benissimo: s'immelanconiva, si metteva sulla spalliera della poltrona, o sul ferro sotto il letto del sofferente, e non mangiava, non riprendeva la solita vita finché la vita familiare non riprendeva il suo ritmo. Ma nei sette anni ch'essa stette con noi, nulla di veramente doloroso accadde: fu un'epoca di serenità, di lavoro, di speranza: di quelle che si ricordano con riconoscenza verso Dio."

Mi piace credere che Grazia abbia voluto dare la libertà a Checca come estremo atto d’amore, visto che per lei la libertà era il bene più prezioso…

Neria De Giovanni
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