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DAL MODELLO CENTRALISTA ALLA RIVALUTAZIONE DELLA MARGINALITA'

Grazia Deledda, fu relegata tra i cosiddetti “minori” della nostra letteratura italiana, nonostante il Premio Nobel, per quella , ormai tramontata, visione centralistica della letteratura

11/02/2015, 21:57
Grazia Deledda

I  professori sardi si formavano per lo più all’Università di Cagliari in qunato soltanto negli anni settanta del secolo passato,  l’Ateneo di Sassari ebbe, accanto al Magistero, anche la Facoltà di Lettere. I docenti universitari di italiano o venivano da fuori della Sardegna per l’iter strettamente necessario per un avanzamento di carriera in Atenei più prestigiosi, oppure, benché sardi,  erano collegati ideologicamente alle istanze centraliste che guardavano con molta diffidenza agli autori non facilmente classificabili nel cliché nazionale.
Un mio ricordo personale: agli inizi degli anni settanta, frequentavo l’Università a Cagliari, e insieme ad altri studenti chiedemmo di conoscere meglio qualche scrittore sardo: va bene leggere D’Annunzio, Verga, Montale, ma anche Grazia Deledda o Giuseppe Dessì… La risposta dei nostri docenti, che continuavano imperterriti a insegnarci la letteratura degli anni Trenta a Roma e Firenze, o il neorealismo italiano, fu che non dovevamo essere provinciali, quindi dovevamo guardare oltre i confini del regionalismo isolano.

Molti di questi docenti, oggi, sono tra i più accaniti sostenitori dell’insegnamento della letteratura sarda, prioritario rispetto a quella “nazionale” italiana; molti di questi docenti, oggi, occupano posti di rilievo nell’organizzazione della cultura sarda…

Grazia Deledda, relegata tra i cosiddetti “minori” della nostra letteratura italiana, con buona pace del Premio Nobel,  per quella , ormai fortunatamente  tramontata visione centralistica della letteratura, oggi corre un altro, altrettanto grave, pericolo : essere folclorizzata, riconosciuta soltanto per la sua sardità,  imbozzolata in quel mondo di usi e costumi isolani che la fecero grande ma che lei stessa amò mettere a confronto con culture “altre”, fino a raggiungere un  modello universale di chiara matrice psico-antropologica.

La riscoperta del valore della “marginalità” rispetto ad un mobile ed imprevedibile ormai  “centro dell’universo”, fu chiara a Merlau Ponty ed Einstein , come ben  annota Giuseppe Dessì nell’Introduzione al suo romanzo I Passeri del 1953.

E fu proprio questa corrente di pensiero, la consapevolezza del tutto novecentesca della relatività e soggettività del reale, quindi anche del giudizio estetico, che portò Carlo Dionisotti alla famosa prolusione nel Bedford College femminile di Londra, del 1947  , dove si trovava perché in Italia non aveva trovato sufficiente sostegno alla sua ricerca. 
Accanto alla Storia della letteratura Dionisotti rivendicava il diritto alla comprensione di una Geografia della letteratura.

Dal modello centralista si passava, dunque, a quello che riconosceva pari dignità alle espressioni culturali più radicate nello specifico geografico-antropologico di cui soprattutto l’Italia è ricca e fiera.
 

Neria De Giovanni

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