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ANTONIO MOCCIOLA E LA "SUA" DELEDDA'S REVOLUTION

25/05/2022, 19:07

DELEDDA'S REVOLUTION

Grazia e Santus, due fratelli, due destini

di Antonio Mocciola

con Luca Pala e Valeria Bertani

regia Diego Galdi


La rivoluzione dei Deledda: quella di Grazia, riuscita. Quella di Santus, fallita. Destino opposto per due fratelli anomali, nati in una Sardegna ottocentesca e lontanissima da tutto. Lei, divorata dal sacro fuoco dell'arte e dell'ambizione, donna osteggiata da tutti ma capace di arrivare sul tetto del mondo, contro ogni pronostico. Lui, primogenito e coccolato da tutti, ma vinto dall'alcolismo e da un amore - scandaloso -non ricambiato, e al cui fallimento non resiste.

Entrambi accomunati dalla stessa ferita. Ferita reale, fisica, bruciante. Lui sul braccio, lei sulla guancia. Avranno il tempo di accettarla, ma non di guarirla.

Luca Pala, nuorese doc proprio come tutti i Deledda, porta per la prima volta sul palco la controversa figura di Santus, fratello della celebre Grazia, premio Nobel per la Letteratura 1926, e qui interpretata da Valeria Bertani.

Il testo di Antonio Mocciola e la regia di Diego Galdi scavano in aspetti inediti di una vicenda letteraria e umana troppo poco conosciuta, che emoziona e sorprende, nella sua lampante modernità.

Di Grazia Deledda si sa troppo poco, o troppo male. Una mite casalinga che ha vinto un Nobel quasi per caso, nel migliore dei casi. Addirittura una "protégé" del regime (nulla di più falso). Della portata rivoluzionaria della sua vita e della sua opera, in “Deledda’s revolution” si fa timido cenno. Si indaga, semmai, sui curiosi destini della scrittrice e del suo fratello più amato, perso in amori diversi (e forse mai consumati), alieno come la nota sorella in un mondo rude e arcaico, che mal tollerava istinti anti-conformisti. Figuriamoci se provenienti da una donna, o da un “invertito”.

Grazia Deledda è salita sul tetto del mondo con le sue sole forze, contro tutto e contro tutti. Piccola e spavalda, ha percorso senza alcun timore reverenziale le strade della gloria, partendo dalle condizioni peggiori possibili. Un paese di (allora) seimila anime perso nel centro della Sardegna, ostile verso ogni disobbedienza morale, eppure assai tollerante verso anarchici e banditi. In una società matriarcale, certo, purché la regina stia in casa. E si sposi presto e bene.

La Deledda invece si sposa tardi, e subito s’imbarca sull’isola. Osa scrivere, e soprattutto scrivere della Sardegna, svelando al mondo fascino e peccati di una terra piegata dalla povertà e avvolta, quasi avvinta, nella propria arretratezza. Peccato mortale che ancora oggi, in certi settori sociali, ancora non si perdona alla povera Grazia. Che osò parlare di divorzio (a fine ‘800), di autodeterminazione, di miseria da debellare. Lei socialista, ebbe l’ardire di candidarsi alle elezioni, quando le donne neppure potevano votare. Castigo esemplare: 30 voti, tra cui – ovviamente – mancava il proprio.

Santus Deledda, viceversa, non poteva trovare condizioni migliori per nascere. Primogenito di una famiglia più che benestante, nel centro più importante della Barbagia, Nuoro, tante terre a disposizione per il futuro e l’amore totale di una madre devota ma anche di frugali e severissimi costumi, Francesca. Dal padre, laureato in legge, già sindaco, e poi possidente e imprenditore, eredita ricchezze e l’amore per la poesia.

Ma il destino rema contro. Con una dissoluzione pervicace e tenace, Santus annienta le finanze del padre con l’alcool, di cui diventa vittima, e una difficile accettazione della propria natura omosessuale. Mentre è a Cagliari a studiare medicina, esplode l’amore per il compagno di studi Agostino, che non regge alla pressione sociale e parte improvvisamente per Roma, dando il colpo di grazia alla fragile psiche del ragazzo.

Il borghese amante della lirica, suonatore di cembalo, orgogliosamente ostile alla virile pratica del cavalcare, cade nella spirale dell’etilismo, e le lettere al suo amato tornano inevitabilmente indietro.

Nel preparare i fuochi d’artificio per uno degli ultimi capodanni, si ustiona gravemente la mano. Per lenire il dolore, incautamente, il medico consiglia massicce dosi di alcool. E da lì sarà la fine.

La madre muore letteralmente di dolore, proprio mentre la quartogenita, Grazia, sbarca a Roma per conquistare prima l’Italia, e poi il Mondo.

In una oscura casa di cura, léggasi manicomio, Santus ascolta alla radio del trionfo svedese della sorella, fresca di Nobel. La rivoluzione femminile era appena cominciata. Se non avesse avuto la camicia di forza, forse anche Santus avrebbe applaudito.

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