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Lingua, lingue e tutela della Nazione come eredità etnica

10/07/2014, 20:07
Pierfranco Bruni

La lingua e le lingue. La storia incontra sempre la tradizione. Ma non è la storia che crea i processi di civiltà. La storia registra. La tradizione si manifesta attraverso due caratteristiche fondamentali: la lingua e gli elementi antropologici. Entrambi sono e formano il linguaggio di una identità.
Non si può vivere senza un'identità. Non si può vivere senza una lingua nazionale. In Italia c'è stato l'assorbimento di una lingua che era definita,  era certamente considerata tale, nazionale, ma che ha dovuto fare i conti e continua a fare i conti con le diversità geopolitiche di un territorio che non è mai diventato unitario sia dal punto di vista culturale tout court sia antropologico sia economico-geografico.
La lingua, comunque, diventa una vera e propria unità di misura dal punto di vista ereditario in un processo complesso qual é quello della tutela di una civiltà in uno spazio che non è solo geografico ma politico.
La lingua ha assunto, nel corso dei decenni, ma si potrebbe dire dalla metà dell' Ottocento in poi con il revisionismo del vocabolario risorgimentale,  una forza contrattuale. Il bilinguismo nelle Regioni a Statuto Speciale ha una chiave di lettura politica. Così come la  normativa che tutela le minoranze storiche, la quale è  costruita su una struttura di difesa della lingua "importata".
Questi fattori insieme a processi più forti come l'imposizione delle lingue appartenenti alle Nazioni che hanno vinto la guerra 1939 - 1945, il dilagare dell'anglo-americanismo, la debolezza dell'Italia in Europa, l' incapacità di non saper difendere l'appartenenza mediterranea hanno contribuito ad indebolire la lingua come valore nazionale non in Italia, ma nel mondo.
Sono aspetti deflagranti per una comunità che aveva fatto del Mediterraneo non solo il "Mare Nostrum", ma la via di comunicazione tra i mercati e le culture.
Bisogna necessariamente ritornare a difendere la lingua rendendola valore nazionale. Il bilinguismo non può sussistere come dato istituzionale. Da questo punto di vista è completamente sbagliato che la Carta Costituzionale ponga le lingue minoritarie come elementi strutturali di una Nazione.
Sono da considerarsi fenomeni antropologici e modelli etnici storici, ma da non intrecciare con i valori dell'identità nazionale. È errato, nelle realtà a Statuto Speciale e nelle comunità minoritaria, adottare il bilinguismo anche negli atti ufficiali e nella pubblica amministrazione. Bisogna che si faccia una distinzione di fondo.
Le lingue antropologicamente considerate appartenenti ad una etnia diversa rispetto a quella italiana rientrano nei processi storici e culturali di una comunità e di un popolo che abita in territorio. Questo però non può abilitate una comunità ad ufficializzare una politica amministrativa basata sul bilinguismo.
Gli Atti non possono conoscere due lingue, ovvero non possono essere redatte in due lingue. La lingua ufficiale è e deve restare quella italiana. Separiamo il processo antropologico da quello del diritto amministrativo puro.
In un tale contesto, come più volte sostenuto, la Legge sulle minoranze linguistiche in Italia così come si presenta non ha ragione di esistere e va completamente considerata proprio sulla base sia di una visione geopolitica che giuridica. Ciò significa che non bisogna non continuare a discutere, a studiare, ad approfondire le etnie altre presenti sui nostri territori,  ma la storia e le antropologie devono incontrarsi, parlarsi, meglio definirsi proprio per dare un senso ad una realtà che può.
Far incontrare, in una visione più articolata giuridicamente, il concetto di etnia, etnie e civiltà dentro il tessuto ereditario di una identità di una Nazione.

Pierfranco Bruni
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