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LA LINGUA DELLE MINORANZE COME TERRITORIO PROFONDO DELLA CULTURA

12/06/2015, 12:17
Pierfranco Bruni

Lingua e culture. Un binomio di estremo interesse soprattutto in una società plurilinguistica. La lingua nella storia delle minoranze etnico – linguistiche ha sempre avuto un “portato” esistenziale, in cui la trasmissione dei valori della tradizione ha rappresentato un modello non solo di civiltà ma anche di confronto. Conoscere la lingua, in questi casi, in modo particolare, significa, tra l’altro, sentirsi dentro una comunità, appartenere ad una cultura e vivere l’elemento etnico con una consapevolezza che è, appunto, un modello di geografia umana. Perché la lingua è ricontestualizzare il sentimento delle radici riappropriandosi di codici che offrono la possibilità di penetrare la vera umanità di un popolo. Proprio per questo motivo credo che sia importante indagare all’interno di quelle dimensioni linguistiche che permettono una conoscenza appropriata della storia di una comunità. La lingua chiaramente va difesa, va valorizzata, va veicolata.

      Ci sono strumenti  di conoscenza che bisogna incentivare. Mi riferisco ai vocabolari, ai testi di letteratura e soprattutto alle grammatiche (che sono le voci più autentiche non solo per la trasmissione della lingua ma anche per la promozione della cultura linguistica). Ecco perché è necessario sostenere un “progetto” per la salvaguardia e l’educazione alla lingua. La storia Italo – Albanese si fonda su un bagaglio di istanze che provengono dalla tradizione, dall’arte, dalla letteratura, da quella antropologia che si completa con uno scavo nelle realtà delle archeologie.

      In virtù di ciò la lingua costituisce un vero e proprio territorio ed è su questo territorio che si deve costruire un tessuto che passi inevitabilmente in una comparazione scolastica per raggiungere le nuove generazioni, le quali senza la conoscenza della lingua non potranno mai capire fino in fondo quel patrimonio identitario che è dentro il concetto di etnia (i popoli sono portatori di identità, non ci sono dubbi) che fa delle minoranze linguistiche non un popolo altro o diverso ma un popolo dentro la storia di una Nazione.

      La lingua è un bene culturale. Le lingue minoritarie sono un patrimonio di culture in un confronto tra integrazione e identità stessa. Cosa sarebbe la cultura Arbereshe senza la sua lingua? Questo popolo e queste comunità potrebbero essere studiati dal punto di vista etnologico, antropologico, letterario, musicale ma senza una conoscenza del loro lessico, della loro grammatica (insomma dei loro codici linguistici), dei loro segni tangibili resteranno sempre dei vuoti, delle assenze, delle mancanze in una visione culturale in cui il conoscere è il sentire, il conoscere è il vivere. In fondo una lingua la si sente, la si impara e la si insegna.

      Il libro di base (chiamiamolo proprio così) resta sempre la grammatica. Una grammatica si completa sia con la storia sia con la letteratura di un popolo che offre civiltà. La lingua è contenuto e forma. Ed è su questa cesellatura che una grammatica diventa il percorso per stabilire una corretta comunicazione. Per le comunità di minoranza etnica questo percorso resta fondamentale non solo dal punto di vista linguistico, come già si diceva, ma anche per una comprensione su una cultura che pone al centro quei radicamenti che hanno dato vita alla non perdita di quei valori storici che insistono nei contesti interessati. La lingua, è, dunque, un territorio.

Pierfranco Bruni

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