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LA LETTERATURA ALBANESE E QUELLA ITALIANA NEL MONDO ETNICO DI KOLIQI

12/01/2015, 16:35
Pierfranco Bruni

Ernesto Koliqi.   Morto a Roma il 15 gennaio del 1975, era nato a Scutari il 20 maggio del 1903. È stato un studioso, uno scrittore, un saggista che ha dedicato la sua via alla ricerca del mondo albanese e italo albanese. Il suo impegno per diffondere la cultura e la letteratura, in modo particolare, ha avuto una costante che è rintracciabile in quasi tutti i suoi scritti.

Attenti studi Koliqi ha condotto sul rapporto tra Islam e Cristianesimo nella letteratura albanese, sulle influenze orientali sulla letteratura, sui fenomeni linguistici, sui poeti e sugli scrittori albanesi e arbereshe, sul legame tra poeti italiani e poeti albanesi, sulla figura di Skanderbeg, sulle traduzioni. Un capitolo imponente resta la lettura su Gabriele D'Annunzio e la letteratura degli albanesi. Al centro di questa sua ricerca ci sono sempre i temi fondamentali della cultura popolare e dell'anima religiosa.

      Temi, dunque, che hanno caratterizzato tutto il suo percorso di scrittore, di studioso e di uomo. Quell'anima popolare che è la vera anima di una spiritualità pregna di riferimenti religiosi. A conclusione di un suo scritto dedicato a "Le nuove correnti della letteratura albanese" cesella: "L'anima popolare si nutre ancora della poesia conservata viva nella memoria collettiva del Fishta e di Naim Frasheri, di quella poesia che s'impernia sui temi immortali: Dio, santità del focolare, vita sul solco delle tipiche usanze schipetare, al ritmo delle quali è bello vivere e per cui vale la pena di morire" .

      Il richiamo alle origini, all'identità, all'appartenenza grazie a dei modelli che sono culturali ma marcatamente, come già si è detto, spirituali resta fondamentale. Un richiamo che è chiaramente inossidabile. Ma l'uomo Koliqi era un uomo della tradizione, un uomo della conservazione, un uomo rimasto fedele ai principi della fede. L'anima albanese non è mai stata un vissuto soltanto culturale o soltanto letterario e storico ma dentro il valore della difesa di una tradizione i segni della religiosità sono stati dei baluardi. Uomo che ha rivestito, tra l'altro, anche delle prestigiose cariche politiche e istituzionali. Ma la sua formazione umanistica lo ha sempre distaccato dalla burocrazia e dagli apparati.

      Ha pubblicato testi sulla letteratura albanese, ha fondato riviste (si pensi a "La scintilla" del 1940), ha scritto poesie, novelle ("Le ombre delle montagne" nel 1928 e "Mercante di bandiere" nel 1935), ha tradotto autori come Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Parini, Foscolo, Monti, Manzoni. Il mondo popolare è stato sempre punto di riferimento dei suoi studi ma anche i suoi testi creativi vanno in questa direzione (si pensi a "Le orme delle stagioni" nel 1933). Un autore che è riuscito ad imporsi con straordinaria vitalità ed ha innovato la ricerca sulla letteratura albanese e arbereshe. su questo non ci sono dubbi.

Pierfranco Bruni
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