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ASSAGGIO N.6 Francesco Abate e Saverio Mastrofranco, " Chiedo scusa" , Torino, Einaudi, 2012.

13/08/2014, 12:39
Sergio Ruschena by Spazio Visivo - Roma

Francesco Abate e Saverio Mastrofranco,  Chiedo scusa, Torino, Einaudi, 2012.

Una goccia rossa, prepotente, si è infranta sul tavolo di cristallo. Poi si è espansa, densa come ceralacca. Non l’ho notata. Neppure i miei colleghi.
        …
Ho alzato gli occhi e percorso con lo sguardo tutti i piani di questo moderno palazzone sui cui vetri si riflette ogni variazione del cielo, ogni suo colore, ogni suo turbamento. È stato a quel punto che ho avuto una vertigine.Ho visto nuvole nere riflesse sui pannelli di cristallo arrivare alle mie spalle, ho sentito lo stomaco chiudersi in una morsa d’acciaio. La paura mi ha aggredito. In ritardo.

Ho sempre benedetto i colpi di fulmine. Quelli in cui ti infiammi per qualcosa che non conosci, il fuoco si abbassa una volta presa coscienza di chi hai davanti, poi si riaccende. Gli amori che crescono nel tempo invece…Quelli fanno male. Perché sono veri e se  non hai il coraggio e la prontezza di sbatterci addosso li perdi per sempre.
O meglio, durano per sempre.

La mia vista è tornata cristallina. La coscienza limpida. E mi sono trovato in un altro mondo.
Ho allungato le dita e ho toccato la massa gelatinosa che mi circondava. Un bozzolo viola che mi avvolgeva e imprigionava. Ero nudo e rannicchiato nel fondo del mare. Come in attesa di nascere. Dale trasparenze del bozzolo ho visto Pippo e don Ciccio. Li ho visti chiaramente, non era un lontano e instabile miraggio, come era accaduto in passato. Non erano fantasmi evanescenti che si erano presi gioco di me nelle mie allucinazioni. Erano lì, reali. Che ci si voglia credere o no.

Il dolore può accecare, il dolore può squarciare il buio dell’ossessione del futuro, il dolore può restituire una più nitida realtà.
Quando la vigoria della salute scompare, la realtà si ribalta. E la vita può arrivare da una morte, paradossalmente.
Chiedo scusa è un inno alla vita, attraverso il percorso catartico del dolore. E dell’ironia, mai perduta.

Annamaria Torroncelli

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