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Assaggio n. 11 : DOMENICO STARNONE, "LACCI", TORINO, EINAUDI, 2014.

12/03/2015, 18:20

Se tu te sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie.

A leggere quello che scrivi, pare che sia io il carnefice e tu la vittima. Questo non lo sopporto. Sto mettendo tutto l’impegno di cui sono capace, mi sto sottoponendo ad uno sforzo che nemmeno immagini, e la vittima saresti tu?

Mi fai l’esempio della scalinata. Hai presente – dici – quando si fanno le scale? I piedi vanno uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. Ci siamo modellati, crescendo, sull’andatura dei nostri genitori, dei nostri fratelli maggiori, delle persone a cui ci siamo legati. Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo – concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.

Ho provato, fastidio, imbarazzo, pena, e ho pensato di tornare a nasconderla busta prima che mia moglie si svegliasse. O di metterla tra le carte da eliminare e andare subito, adesso, al cassonetto. Le lettere custodivano la traccia di un dolore così forte che, se liberato, avrebbe potuto attraversare la stanza, dilagare per il soggiorno, irrompere oltre le porte chiuse e tornare a impadronirsi di Vanda scrollandola, tirandola fuori dal sonno, spingendola a gridare o cantare a squarciagola. Ma non ho nascosto la busta, né l’ho buttata nella spazzatura. Come schiacciato da un peso che di colpo tornava a gravarmi sulle spalle, mi sono rimesso a sedere sul pavimento. Ho tirato via l’elastico e dopo quasi quarant’anni ho riletto, ma disordinatamente, qualcuno dei fogli invecchiati, dieci righe qui, quindici là.

Sono stati e sono incontri innocenti. L’ascolto con attenzione. La sua vita si è fatta progressivamente più piena della mia, e ora che le soddisfazioni tendono a diminuire anche per lei, si dilunga con tenerezza sui successi dei figli. Il marito sa tutto di noi,credo che gli riferisca persino le mie lamentele di vecchio scontento, i dispiaceri che mi hanno dato e mi danno Sandro e Anna. Vanda ignora che non ho mai perso i contatti con la donna per la quale una volta, tanto tempo fa, l’ho lasciata.non voglio immaginare cosa accadrebbe se ne venisse a conoscenza, il solo nome di Lidia è da quattro decenni impronunciabile. Sono sicuro che potrebbe tollerare l’intero elenco delle mie amanti, ma non la prova che vedo Lidia, la sento, e l’amo ancora.


Una storia a tre voci: un uomo, una donna e i loro due figli.
Fotografia implacabile della crisi di Aldo e Vanda, una coppia nata con la convinzione che l’unione sarebbe stata per sempre, e che invece si frantuma e si ricompone, senza ritrovare, però, la sintonia dell’anima.
Aldo va via, fugge per amore, ma poi torna. Ma nulla può tornare come prima. Talvolta, è qualcosa di morbosamente malvagio a tenere  insieme i legami: lacci che strangolano ogni respiro d’amore, gabbie create con le nostre mani o imposte dalle circostanze.
L’amore, i suoi fallimenti diventano il pretesto per raccontare i desideri e le delusioni di una generazione. Con la forza del racconto della quotidianità
Lacci è un romanzo breve, che attraversa come un lampo quarant’anni di vita con una narrazione frammentata, aguzza come i cocci di vetro.
Come i singhiozzi di un pianto di sofferenza.

Annamaria Torroncelli
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