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BUSCANDO A MANUEL – La storia di Manuel Gonçalves Granada

25/07/2014, 18:53
2014

Oggi vi parlo di una storia drammatica e commovente, ma dal finale positivo.

“Cercando Manuel” è una storia argentina, una delle tante vicende di ricerca e ritrovamento di ragazzi figli di “desaparecidos” da parte delle proprie nonne.
Infatti questa è anche la storia delle “Abuelas de Plaza de Mayo”, quella meravigliosa associazione che, fin dal periodo dell’ultima dittatura argentina (1976-1983), persegue con grande tenacia il difficile e traumatico obiettivo di ricongiungersi con i propri nipoti, sottratti neonati dai militari ai genitori naturali “desaparecidos” e cresciuti in altri contesti familiari (spesso dagli stessi carnefici dei genitori) senza conoscere le proprie origini.

Ho incontrato a Roma il protagonista della storia, Manuel Gonçalves Granada, che ha ispirato la sceneggiatura “Buscando a Manuel” scritta da  Fabio Bianchini, Renato Bonanni, Giancarlo Brancale e Jorge Ithurburu e pubblicata da Qudu Libri. 

Ed eccola la storia di Manuel, così come me l’ha raccontata in occasione della presentazione al pubblico romano della sceneggiatura del film.
   
“Sono nato in Argentina. Nel 1995 avevo 19 anni, mi chiamavo Claudio Novoa e vivevo una vita”normale”, con Elena, mia madre adottiva. Sapevo di essere stato adottato e convivevo con quella realtà senza grandi problemi. Tuttavia, non conoscere le mie origini aveva per me un peso molto importante, perché  pensavo che mi avessero abbandonato e questo mi toglieva il desiderio di sapere da dove provenissi. Poi all’improvviso, di pomeriggio,  arrivò a casa un antropologo forense per parlare con me e la mia vita cambiò per sempre.
Quel signore, che guardavo con diffidenza, mi raccontò tutta una verità che neanche immaginavo: mi disse che avevo una nonna che mi cercava da 19 anni, che avevo un fratello e una famiglia biologica che mi voleva bene e che mio padre e mia madre erano scomparsi. Mi disse che il mio vero nome era Manuel.
Fu un giorno molto strano per me. Nel momento stesso in cui mi rendevo conto di avere una nonna che non aveva smesso di cercarmi, cominciai a capire il dolore  delle “desapariciones” e la certezza che non avrei mai conosciuto mia madre e mio padre. Quello fu l’inizio di una nuova vita, una vita che mi aveva sorpreso e che è molto difficile descrivere a parole. Dovetti imparare a convivere con la mia nuova identità,  a comprendere che la mia vicenda personale era parte della
storia più dura e dolorosa o mai più cdell’Argentina, che era parte della lotta delle “Abuelas de Plaza de Mayo” (Nonne di Piazza di Maggio) e che quella vita che avevo condotto per 19 anni non aveva niente a che vedere con questo presente.

Il recupero della mia versa identità è un processo che iniziò quel pomeriggio del 1995 e che mi accompagnerà giorno dopo giorno, per tutta la vita.
 

Prima stavo dove gli assassini dei miei genitori avevano deciso che stessi con un nome e una storia che non erano i miei. La dittatura ebbe un piano sistematico di rapimento di neonati che furono strappati alle madri nei centri clandestini di detenzione. Nei casi in cui, per differenti circostanze, i rapitori non potevano rimanere con i bambini, sostituivano loro le identità consegnandoli ad altre famiglie, con la collaborazione di alcuni giudici, affinché non ritornassero le loro famiglie biologiche. La mia famiglia adottiva agì in buona fede e senza conoscere la mia origine, per questo continuo a mantenere la stessa relazione che avevo prima di sapere la verità e le sono grato per l’affetto e lo sforzo con cui mi ha cresciuto.

Ora mi sento appagato perché ho potuto scegliere cosa fare con la mia storia e ho deciso di aiutare le “Abuelas de Plaza de Mayo” in ogni modo. Nell’ottobre del 2004 mi sono presentato alla giustizia perché indagasse su quanto era accaduto a mia madre e mio padre, portando a giudizio i responsabili della loro scomparsa e del loro assassinio. Da quel momento mi sono messo in contatto con i compagni di militanza dei miei genitori, anche con quelli che erano stati sequestrati insieme a mio padre.
Per molto tempo avevo creduto che i miei veri genitori non mi amassero e per questo mi avessero abbandonato. Ora, invece, so che non l’avevano fatto e che anzi sono vivo grazie a mia madre, la quale mi aveva salvato la vita alcuni momenti prima di essere uccisa. Non c’è un giorno nel quale non pensi a quell’episodio e a lei che, ad appena 23 anni, ebbe il coraggio di affrontare la dittatura insieme al suo grande amore, mio padre Gastòn, che al momento del sequestro aveva solo 26 anni. In tutti questi anni ho ripercorso quei luoghi che hanno avuto a che fare con le mie origini, perché questo mi faceva sentire più vicino ai miei genitori e sono felice di essere tornato a chiamarmi Manuel, il nome che loro mi avevano dato e che mai avrei dovuto perdere.
Oggi l’Argentina è un esempio di Memoria, Verità e Giustizia che ha permesso il rafforzamento delle istituzioni democratiche affinché non si ripetano mai più violazioni dei diritti umani. Ritengo che la ricerca di giustizia per i 30.000 detenuti scomparsi, non solo permetta di chiudere un poco le nostre ferite, ma sia anche il migliore apporto che possiamo dare alle future generazioni. Denunciare quelle atrocità e dare impulso al “juicio y castigo” dei responsabili di tutta questa dolorosa storia, è un modo per recuperare la mia identità.
Ho collaborato con i miei amici Fabio, Renato, Giancarlo e Jorge per documentare e ricostruire le vicende della mia vita e apprezzo molto l’impegno, la cura e l’efficacia con cui hanno saputo raccontare la mia storia, trasformandola in un emozionante intreccio cinematografico.
Mi auguro che “Buscando a Manuel” diventi presto un film di successo e possa contribuire alla diffusione della lotta delle “Abuelas de Plaza de Mayo” che ancora oggi stanno cercando 400 giovani, alcuni dei quali potrebbero trovarsi in Italia.”                         

                                                                                                                        
   

 

Alessandra Bonanni
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