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PETER PAN, MITO DELL'INFANZIA: 161 ANNI FA NASCEVA JAMES MATTEW BARRIE

08/05/2021, 15:54

Laddove c’è un bambino, c’è una fiaba da raccontare: questa lo cullerà per l’intera infanzia e lo andrà a trovare di tanto in tanto, se vorrà, una volta cresciuto. Quella di James Mattew Barrie tuttavia, non è una fiaba come le altre: non vi sono principesse confinate su una torre, né sirene senza voce, neppure draghi contro cui lottare; non occorre catapultarsi in un mondo lontano, irraggiungibile, sognarlo ad occhi aperti. Perchè Peter Pan, più che una fiaba, è un mito hic et nunc, una storia che scorre parallela al quotidiano e vi si intreccia con magica coerenza. Protagonista è un bambino; il suo regno: i giardini di Kensington.

Sì, perché prima di atterrare sulla sua isola, Peter abita a Londra, nel parco del re, di cui l’autore offre una vivace descrizione. Potenzialmente, è un luogo accessibile a tutti, teatro della vita di ogni giorno; di fatto, alla chiusura dei cancelli, si anima di fate e creature fiabesche. Peter Pan e i giardini di Kensington (1906) non è solo un racconto su cui fantasticare prima della buona notte: propedeutico alla fiaba più nota – Peter e Wendy (1904) –, è anche una storia da vivere nei giardini della capitale e, per estensione, in quelli di ogni paese. È una mitologia a misura di bambino, il visionario tentativo di conferire nuovi significati alle cose, rappresentarle con efficace semplicità e ipotizzarne origini alternative.

Ogni mito che si rispetti ha la propria cosmogonia: quella cui fa riferimento Barrie riguarda la creazione dei bambini, uccelli nati nel parco e poi volati nelle case a cui sono destinati. Ad esempio, i bambini robusti e piuttosto ingordi che fanno così bella figura nelle carrozzine, ma a cui viene facilmente il fiato grosso quando muovono i primi passi, un tempo erano tutti tordi, e spesso le donne richiedono proprio questi. Allo stesso modo, al mito spetta un compito eziologico: ecco perché le rondini, spiriti dei neonati morti, costruiscono sempre i loro nidi sulle grondaie delle case in cui vivevano quando erano bambini. Il mito è una lente sul mondo, che interpreta attraverso letture singolari: di fatto, per nascondersi da sguardi indiscreti, le fate dei giardini fingono di essere fiori – vestendosi di bianco quando sbocciano i gigli, di blu quando è tempo di giacinti e così via – e, con qualche piccola astuzia, le si può smascherare.

Piccoli dettagli di valenza universale vengono decontestualizzati e riaffermati attraverso tecniche di straniamento: si veda, a tal proposito, lo scambio semantico tra le parole bacio e ditale e le infinite operazioni legate al linguaggio, così come i comportamenti assunti da Peter che, per contrasto, richiamano quelli di ogni bambino: il modo in cui giochi, gli confiderà l’amica Maimie, è completamente sbagliato.

E per finire, ogni leggenda ha la sua morale. Quella di Peter Pan, confinato nel parco dopo avervi fatto ritorno, ha inizio con un avvertimento: nel momento in cui dubiti di poter volare, perdi per sempre la capacità di farlo. Insomma, basta crederci: il resto viene da sé.

ELSA BALDINU
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