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DA POETA A POETA: ANTONIA POZZI NEL RICORDO DI ANTONETTA CARRABS

IL 3 DICEMBRE DEL 1938 MORIVA A MILANO

03/12/2020, 12:02

La scrittrice Antonetta Carrabs ha dedicato alla poeta Antonia Pozzi una silloge poetica che apre la collana "I quaderni di PoesiaPress".

Ecco l'Introduzione.

 

"Antonia Pozzi è una delle voci poetiche più sofferte e pure della poesia lirica italiana.

Al pari di Sylvia Plath e di Amelia Rosselli si suicida giovanissima, a soli ventisei anni, nella sua Milano. Quando si ha un groviglio di spine al posto del cuore non si può accogliere la vita, l’anima è entrata sulla via del morire. Versi che svelano un dolore altissimo e un’intensa inquietudine che anticipano la sua resa alla vita. Antonia riusciva a trovare un po' di pace, forse, soltanto nella sua casa di Pasturo, ai piedi della Grigna e nella campagna vicina fatta di fossati e di casolari, di monti dove invano cercherà la sua strada perduta; lo farà nelle radici dei piccoli tronchi, nei rami di un albero che muore, nei fiori che si chiudevano al tramonto.

La mattina del 2 dicembre 1938, la neve aveva coperto la campagna tutt’intorno all’abbazia di Chiaravalle. Antonia arriva con la sua bicicletta, si siede a pochi metri da una roggia, il piccolo corso d’acqua che attraversava il campo, ha con sé un barattolo di pasticche. Si sdraia sulla neve. Nella borsetta ha la poesia dell’amico Vittorio Sereni, Diana e il suo appunto drammatico scritto a matita: «Addio Vittorio, caro – mio fratello. Ti ricorderai di me insieme con Maria».

La ritroveranno alcuni passanti ancora viva e agonizzante, molte ore dopo. Morirà di “polmonite” dichiarerà il padre, l’avvocato milanese Roberto Pozzi. Ho cercato di entrare nel suo mondo e sostare in quella sua sconfinata sofferenza fino a commuovermi davanti a così tanto dolore e alla sua solitudine. “Noi siamo soli. Soli come il Beduino nel deserto. Bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e sempre, incessantemente- fino alla nostra ultima goccia d’acqua, fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione: di aver fatto della strada e di aver navigato nel Grande.”

Mi sono coperta anche il viso fino a spingermi nell’uragano per navigare nel Grande ma ovunque io mi trovassi, lungo la mia strada c’era sempre lei, Antonia, ad indicarmi la rotta. Se è vero che la poesia, come lei afferma, riesce a pesare l’anima e ad essere confidente e voce profonda, è anche vero che la poesia, donandosi, può essere d’aiuto a chi, come me, con occhi di pianto, continua la sua ricerca del “proprio paese abbandonato”.   

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