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LE AVVENTURE DI PINOCCHIO:130 ANNI DALLA SCOMPARSA DI CARLO COLLODI (26 OTTOBRE 1890)

26/10/2020, 11:38

Che vi si scorgano echi biblici, rimandi mitologici o assonanze picaresche, l’opera Le avventure di Pinocchio (Carlo Collodi, 1883) offre ai lettori l’impietosa raffigurazione di una società corrotta. 
Filtrate dall’ingenuo sguardo di un burattino di legno, in cui ogni bambino è pronto a riconoscersi, le vicende narrate dalla celebre penna fiorentina mostrano uno scenario dalle tinte vivaci, che rivela tuttavia ombre profonde persino all’occhio più disattento. 
Truffe, ruberie, abusi di potere; e ancora violenza, sfruttamento, discriminazione: queste le declinazioni di un’ingiustizia diffusa, che permea la Toscana di Collodi, ritratta alla vigilia dell’unità d’Italia.
Ebbene, siamo certi che quel mondo lontano non ci appartenga?
Alzi la mano chi non abbia mai incrociato, sul proprio cammino, venditori ambulanti di illusioni, come il Gatto e la Volpe; faccia un passo avanti chi non annoveri tra le proprie conoscenze un ammaliante seduttore alla stregua di Lucifero.
Attraverso una satira pungente e disinvolta, Collodi denuncia il malcostume del suo tempo, profondamente affine al nostro: di fatto, sotto mentite spoglie – per lo più animalesche -, si nascondono personaggi che, da sempre, screditano l’umanità con la propria immorale condotta. Dottori-corvi incompetenti dalla diagnosi facile (“A mio parere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!”, cap. 16); giudici-scimmioni approssimativi, garanti di assurdi princìpi (“Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo, dunque, e mettetelo subito in prigione”, cap. 19); serpenti arroganti, faine clientelari (“Io ti propongo gli stessi patti […], e sarai contento”, cap. 22); e ancora trafficanti di bambini, come il conduttore del carro che porta all’utopico Paese dei Balocchi, e sfruttatori alla Mangiafuoco, scortati da una schiera interminabile di opportunisti.
C’è un però: anche se, come si suole affermare, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, numerosi sono i personaggi pronti a riscattare l’universo collodiano dalla depravazione. Partendo dai più popolari, il “paziente e filosofo” Grillo Parlante, consigliere per antonomasia, insopprimibile voce del Super-Io nietzschiano; la polimorfica e materna Fata Turchina, deus ex machina dal pronto intervento; Mastro Geppetto, padre-demiurgo che si affeziona alla propria creazione, a dispetto delle intenzioni iniziali (“con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino”, cap. 2); e tanti altri meno noti, come il mastino Alidoro e il Tonno, autentici esempi di riconoscenza: “in questo mondo, bisogna tutti aiutarsi l’uno coll’altro” (cap. 29).
Che dire, infine, del protagonista, un atipico fanciullo che, nonostante si imbatta nelle situazioni più avvilenti, continua a credere nell’umanità. Pinocchio è un puer senex dalla logica infantile, estraneo al principio causa-effetto, comica vittima della propria incoscienza. Le sue malefatte derivano da una mancata comprensione del reale, non certo dalla cattiveria, di cui fa esperienza senza mai cedervi. Pinocchio è la fiducia dell’infanzia, il coraggio di esporsi, la resilienza. Pinocchio è la purezza di un valore antico: guardare il mondo con la meraviglia di un bambino, nonostante tutto.

 

ELSA BALDINU
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