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SALVATORE CAMBOSU, RILEGGIAMOLO A 125 ANNI DALLA NASCITA

25/05/2020, 19:59

Salvatore Cambosu, scrittore e giornalista, nato ad Orotelli nel 1895 e morto a Nuoro nel 1962, era figlio di Gavino Cambosu, fratello di Francesca Cambosu, madre di Grazia Deledda. 
 

Crebbe in una numerosa famiglia di estrazione agropastorale. A Orotelli frequentò le prime classi elementari, continuando poi gli studi a Nuoro dove conseguì il diploma di maturità classica e il diploma di maestro elementare.
Mi occupo da molti anni di Grazia Deledda e della sua narrativa; non potevo non studiare anche l’opera di suo cugino, Salvatore Cambosu, di cui adesso mi onoro di far parte della Fondazione a lui intitolata nel Comune di Orotelli e presiedere la Giuria del Premio Nazionale letterario di narrativa e giornalismo a lui dedicato sempre nel Comune di nascita.
Ho partecipato anche al grande convegno di studi “Salvatore Cambosu tra due Sardegne” a cura di Ugo Collu nell’ormai lontano 1992.
Ebbene approfitto di questa ricorrenza dei 125 anni dalla sua nascita per segnalare alcune annotazioni di carattere antropologico che sono leggibili nell’opera di Cambosu e della cugina.

 

I berbos, le “parole verdi” che recita la madre di Elias Portolu, nel romanzo deleddiano omonimo, davanti al figlio moribondo, o le parole magiche recitate dal prete Don Paulo nel libro “La Madre” di Grazia Deledda;  anche in molti racconti di Cambosu  sono esemplati riti e credenze intorno ai berbos.

Nella sua opera più famosa “Miele amaro” (1954), nel racconto di “Maria Pietra” si legge come la protagonista usasse le “parole proibite” soltanto seguendo l’amore materno che è più forte di qualsiasi divieto. Il figlio sta per morire e vuole ancora giocare con gli animali del bosco che la magìa della madre richiama la suo capezzale, Ma il figlio muore ed un messaggero divino la pietrificò per punizione.
Nel racconto inedito, in vita dello scrittore, “Il quaderno di Don Demetrio Gunales”, per trovare rimedio al “fuoco nero”, alla depressione del reduce militare umiliato, al malocchio che lo ha colpito, il padre ricorre alle “parole bianche”, strane invincibili parole di cui ignora il significato ma nella cui efficacia crede e spera.

 

Poi “sa rezetta” centrale  nel romanzo “Cenere” che Anania si strappa dal collo con disperazione e rabbia davanti al cadavere della madre, anche in Salvatore Cambosu viene ricordata per il suo uso salvifico, Cambosu la chiama “sebèze”.
Nel 1957 pubblica il romanzo “Una stagione a Orolai”, sull’apprendistato pastorale del piccolo Vincenzo, noto Cardellino. La madre prepara le masserizie per il piccolo pastore che parte per la campagna, paragonato ad un soldato che parte per la guerra: insieme al cibo gli affida il sebeze:
“Ma lei lo richiamò subito e gli mise la collo il sebèze, era un sacchettino legato a un cordoncino con dentro un frammento di pietra nera: di quella pietra nera che a Orolai era venerata fin dall’antichità perché aveva il potere di preservare dagli sgambetti del demonio chi ne portava addosso”.

Nel capitolo dedicato alle “Bestemmie e le imprecazioni” dei suoi articoli sulle Tradizioni popolari di Nuoro, tra le tante annotazioni ecco un importante  riferimento alle janas:
“Mala jana ti jucat- Cattiva jana ti porti- Le janas, di cui si additano ancora le abitazioni in certio scavi e grotte sotterranee della Sardegna, pare fossero piccolissime fate, di una specie tutta sarda, per lo più di cattiva indole. Questa imprecazione vorrebbe dire: che sii tormentato dall’incantesimo e dalla potenza di una jana cattiva che ti voglia e ti faccia del male.”
Anche il cugino di Grazia, Salvatore Cambosu, racconta delle janas nel racconto “Carbonia, odore di zolfo”, nella sua opera narrativa più famosa, “Miele amaro”.
A Carbonia, città mineraria senza leggende, pare che soltanto Nonna Vincenza creda alle fate, mantenendo intatta una visione magico-mitologica del reale:
Ma, tornando alle janas, esse sarebbero, nella mitologia di nonna Vincenza, non solo golose di miele, ma anche gelose dei loro metalli. Fughe di vene, frane, allagamenti, esplosioni antecipate o ritardate o imprevedute, coliche, cecità, vita abbreviata e senza canti: con tutti questi e altri malefizi esse infieriscono sui minatori, per vendicarsi degli spaventi alla dinamite, e delle loro lampade, e dei loro furti”.
I minatori sono considerati ladri e violentatori che spaventano le fate buone delle grotte. In termini mitologici è una antecipazione di considerazioni molto attuali, di tipo scientifico, per cui la distonia del sistema ecologico è dovuta ad una sorta di reazione della terra alle violazioni, alle violenze subite dall’uomo…

 

Quante altre storie hanno raccontato i due cugini! Intanto adesso rileggiamo Salvatore Cambosu.

NERIA DE GIOVANNI
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