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GESUALDO BUFALINO E LA NOSTALGIA PER UNA TERRA NEL CENTENARIO DELLA NASCITA

22/03/2020, 13:29

Nella voce di Gesualdo Bufalino, (Comiso, 15 novembre 1920  - Comiso, 14 giugno1996),  quando parlava della sua Sicilia si poteva scorgere la nostalgia per una terra che aveva perduto la sua innocenza. La  malinconia era tanta ma anche il velo dell’ironia occupava gli spazi, i silenzi, le parole non dette. Quell’amaro miele invadeva tutto il Sud ma c’era la civiltà dei popoli, l’appartenenza, il forte odore delle radici, la mediterraneità intrecciata con il sentire della storia, che bisognava recuperare.
      Una delle ultime metafore è stata consegnata al suo romanzo dal titolo Tommaso e il fotografo cieco (1996). Il protagonista di questo romanzo è un personaggio di nome Patatrac , il quale abbandona la professione di giornalista e va a vivere nei sotterranei di un condominio. Farà il portiere del condominio. Quindi osserva le gente che va e che viene , che parte e che arriva. Questo condominio nasconde la metafora del “porto sicuro” ma forse è la metafora che Bufalino ha intrecciato in quel legame tra la solitudine, l’esilio e la fuga.
      Sono temi molto cari a Bufalino. La stessa Sicilia nasconde non solo quel sentiero della nostalgia e quindi dell’appartenenza ma recupera la problematicità di una cultura che è fatta sì di tragedie e di lutto ma anche di sogno e di ricordi. D’altronde in un libro del 1986 dal titolo  L’uomo invaso e altre invenzioni emerge il bisogno di raccontare le avventure perdute perché è in queste avventure che si ritrovano i segreti mai velati. Segreti che accompagnano il viaggio o il labirinto. Ma occorre viaggiare nel labirinto perché l’uscita fuori da esso ci dà l’innocenza. Quell’innocenza  perduta che è memoria, che è infanzia, che è armonia.
      Amava la Sicilia, la solitudine, la nostalgia, la memoria come recupero di un tempo immenso e lontano. E amava il sonno e il sogno dei paesi. I paesi attraversati lungo i ricordi, lungo l’infanzia, lungo quella giovinezza, che è diventata racconto. E ha raccontato, appunto, la malinconia dei giorni perduti e ritrovati.
      Gesualdo Bufalino traccia un viaggio alla ricerca del simbolo e degli archetipi che soltanto la parola può restituire. Ed è la parola che si fa letteratura ma che resta vita.
      Almeno tre sono i percorsi che Bufalino ha sottolineato nel suo raccontare la vita nella letteratura. Il paese e l’infanzia. La solitudine e il tempo. La morte e il lutto. Non sono tre linee ma sono invece da considerarsi tre precisi riferimenti che i suoi libri pongono con forza in evidenza già a cominciare da Diceria dell’autore che risale al 1981. Qui la solitudine non è un esilio ma non è neppure un’isola. È il sentirsi soli nell’attraversamento della storia, che occupa tutto lo scenario. La storia non tanto come principio fondante ma, soprattutto, come quotidiana trasferta dalla cronaca ai fatti. La solitudine, comunque, in questo libro può leggersi sì come malattia ma, anche, come il superamento stesso di questa malattia che trova nella nostalgia un elemento vivificante.


      Il paese e l’infanzia restano l’asse intorno al quale si forma anche la “resistenza” di un linguaggio la cui espressività ha forti richiami barocchi. Sia in termini letterari – espressivi sia in termini di contenuti letterari. E’ qui che si gioca la diversità tra Gesualdo Bufalino e Leonardo Sciascia. In Bufalino c’è la mediterraneità della memoria e della nostalgia. In Sciascia invece prevale la ragione come identità illuministica. Nella memoria non c’è la ragione perché ciò che avanza sul piano letterario è la favola e il mistero. Ebbene in Bufalino c’è sia la favola che il mistero. Basterebbe accostarsi alla pagine di Argo il cieco ovvero i sogni della memoria del 1984 o a La luce e il lutto del 1988.
      In questi due testi citati i riferimenti evidenziati ci sono tutti. E sono riferimenti che condizionano il rapporto tra vita e letteratura in Bufalino. Un rapporto sempre costante e sempre profondamente sentito.
      In una quasi polemica con un romanzo di Paul Nizan, Bufalino sembrava rispondere : “…non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano…No, non si è infelici, sebbene si proclami gran vice di esserlo, e si pianga volentieri un sabato sì e un sabato sì…”.
      È una sottolineatura che non collima, certamente, con il romanzo di Nizan ma che sposa integralmente la visione che ne ha fatto Robert Brasillach nel suo Commè le temps passe (1937, La Ruota del Tempo, Edizioni Sette Colori 1985).
      Il tema della morte è stato sempre affrontato con ironia ma che si frammenta proprio in una dimensione che è sostanzialmente letteraria. Così in La luce e il lutto (1988): “Non ho più amici, né favole, solo compongo cabale e cabalette di parole, beffe e baruffe di parole per ingannare la morte”. E l’ironia aumenta e diventa più marcata. C’è una visione malinconica che completa il quadro proprio in un altro romanzo del 1988 dal titolo  Le menzogne della notte. Così: “Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Topi di carta, simulacri increati, inesistenze pervenute sul palcoscenico di una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d’un prestigiatore nemico?”.
      L’ironia di Bufalino è, appunto,  nella malinconia. Come la sua sicilianità. Una sicilianità che è senso di appartenenza e che si porta dentro il lutto e la memoria, la nostalgia e la morte. Una terra, la sua Sicilia,  che è tutta nella metafora del suo raccontare. Ma se la Sicilia è cronaca resta, soprattutto, memoria con i suoi segni antichi e con i suoi solchi. Così annoterà Bufalino nei giorni di tragedia che videro la sua Sicilia ad essere protagonista di fatti di morte e di lutto: “La Sicilia, insomma, invade ma è anche invasa”.
      Approfondirà questo concetto con una simile meditazione: “La ribellione del popolo che ci fa ora sperare in un futuro di pace, che, senza sacrificare le conquiste del progresso, possa restaurare la perduta innocenza della Sicilia”.
      Nei suoi libri si parla di questa “innocenza della Sicilia”. Si parla di una innocenza come se fosse un “amaro miele”. L’amaro miele è un suo libro di versi che risale al 1982, nel quale la poesia si lega alla parola come origine, come ritrovato luogo di un mito. Perché è nella parola che si scoprono i frammenti del tempo perduto e il rapporto tra la letteratura e la vita è tutto giocato nel girotondo della memoria e del sogno.
      In Calende greche del 1992 il girotondo della memoria è una incisione ancestrale e non ci sono finzioni o maschere. Possono esserci invece turbamenti e malizie (come ha raccontato in un altro suo libro del 1984 dal titolo Il fiore breve ovvero le malizie della memoria) che danno voce al destino il quale ci riconduce alla malinconica consapevolezza di Tommaso e il fotografo cieco. Uno strano presagio che ci conduce in un metaforico labirinto in cui non si sa se è il sogno o lo specchio a farci uscir fuori dal labirinto. E poi alla fine giunge la morte. La morte come consolazione o come consapevolezza o come definitiva integrazione tra la letteratura e la vita, ovvero tra la letteratura o il tempo della vita. Un tempo che si ricongiunge ad una altro tempo che è quello, sempre, della morte.
      Si potrebbe definire Gesulado Bufalino come  lo scrittore che raccontò la nostalgia. E la raccontò raccontando la ricchezza della solitudine. Una solitudine non solo fatta di parole ma di segni e di simboli. Quando parla della sua Sicilia ne parla non solo in termini di consapevolezza storica ma la ridisegna nel quadrante del sogno e, appunto, dei simboli.
      Era triste per quello che accadeva in Sicilia. Aveva scritto : “La mafia è una sorta di rivolta contro lo Stato. Il senso di estraneità  allo Stato è qualcosa di atavico nel siciliano, ma la maggioranza dei siciliani non ha mai i connotati mafiosi”.
      Era triste ma conservava una venatura ironica. Il barocchismo di Bufalino non era solo nelle espressioni o nelle parole che ricordano i popoli e le malinconie era anche nei contenuti. Era nei paesi che conservano o nascondono misteri, nel passo dei vecchi che ascoltano il lutto e hanno segreti, nel cigolio dei carretti, nelle infanzie abbandonate nelle piazze e nei sogni che sanno di verità o nelle verità che si intrecciano ai sogni.
      In un gioco di immagini ci resta quel Tempo in posa (del 19992) che è fatto di un Museo d’ombre (del 1982), di Saldi d’autunno (del 1990) e di Bluff di parole (del 1994).
      Ci congediamo da lui con queste ironie. Un’ironia su un fatto serio perché la morte, come avrebbe detto oggi Bufalino, non è soltanto un fatto di dolore è anche un fatto serio e le parole non servono più per ingannarla
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PIERFRANCO BRUNI, VICEPRESIDENTE SINDACATO LIBERO SCRITTORI ITALIANI
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