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Premio Letterario Viareggio- Rèpaci 2016 LXXXVII edizione

Cordelli, Gentili, Pischedda: le motivazioni per le opere premiate

31/08/2016, 16:03 | Attualità
I premiati del Viareggio 2016

Il Premio letterario Viareggio- Rèpaci, fondato nel 1929 da Leonida Rèpaci, Alberto Colantuoni e Carlo Salsa, è arrivato alla sua 87ma edizione nonostante le difficoltà politico-finaziarie della città ne abbiano ostacolato lo svolgimento e, talora, anche la sopravvivenza. Ma la dedizione, l’impegno e la tenacia della Presidente e della Giuria tutta hanno permesso ancora una volta che il Premio arrivasse brillantemente a conclusione.

Sabato 27 agosto ha avuto luogo la cerimonia di premiazione nella suggestiva quanto inconsueta cornice della Cittadella del Carnevale, uno degli angoli più affascinanti di Viareggio, straordinaria fucina della fantasia dei mastri cartapestai della città. 

La serata, contrassegnata dalla massima sobrietà nell’allestimento e sapientemente condotta dal giornalista Alberto Severi, ha vissuto momenti di grande emozione: il minuto di silenzio nel ricordo delle vittime del terremoto che ha colpito pochi giorni fa Lazio, Umbria  e Marche e il toccante ricordo da parte di Emma Giammattei  dell’autrice Pia Peri, vincitrice del Premio Giuria, ma prematuramente scomparsa un mese fa.

La giuria, presieduta da Simona Costa e composta da Maria Pia Ammirati, Marino Biondi, Luciano Canfora, Pierluigi Cappello, Ennio Cavalli, Marcello Ciccuto, Franco Contorbia, Francesca Dini, Paolo Fabbri, Piero Gelli, Emma Giammattei, Sergio Givone, Giovanna Ioli, Giuseppe Leonelli, Mario Graziano Parri, Gabriele Pedullà, Giorgio Pressburger, Federico Roncoroni, Annamaria Torroncelli e Gian Mario Villata, ha così assegnato il Premio letterario “Viareggio Rèpaci” 2016 :

Narrativa
Franco Cordelli, Una sostanza sottile, Einaudi
con la seguente motivazione:
Nonostante i riconoscimenti critici, anche superlativi, Franco Cordelli suscita da sempre un certo disagio, soprattutto nei cosiddetti lettori forti (alias consumatori di romanzi realisti). Mi ricorda i tempi di Procida. Il suo romanzo d’esordio, il cui tema qui è ribaltato e confluito in variazioni sinfoniche, mahleriane. Mi ricorda anche certi colloqui d’allora tra Bertolucci (Attilio) e Moravia a proposito del fervente Pasolini: Grande scrittore ma poeta non sempre felice, asseriva Bertolucci; e Moravia, invece: Grande poeta, come scrittore talvolta frettoloso. Insomma entrambi lo temevano, lo allontanavano dalle proprie stanze. Così per anni è capitato a Cordelli: e sono tra poco cinquant’anni (Procida, 1973). Ma come dimenticare Pinkerton? E Guerre lontane, e il bellissimo Un inchino a terra, e gli altri. Per dirla: c’è una sostanza di narratore, e tutt’altro che sottile, corposa, confluente, nei temi, nei raccordi, nelle intenzioni.
Cordelli, ne sono sicuro, è lo scrittore più autonomo e insubordinato del secondo Novecento e di questo scampolo di nuovo secolo; è un corridore solitario, che segue un suo ordine e sfida i lettori. Li sfida non soltanto per le tortuosità di una trama (talvolta algebrica) ma anche per individuarne antecedenti o parentele o correità. Cordelli e il suo mondo: la letteratura, gli amici, ovverosia i personaggi del suo mondo, di un mondo che fa della letteratura il suo vessillo, sin verguenza.
Qui, in Una sostanza sottile, mi pare giunto al giunto al suo diapason: un narratore e un ascoltatore di instabili coincidenze, di sdoppiamenti irrelati nel tempo, nello spazio, nella memoria, dove tutto si aggroviglia, in una scrittura che resta, incredibilmente, di cristallina intangibilità. Lo sappiamo: la critica e i blurb avvertono: sono le relazioni importanti, non i contenuti. E i rapporti e i raccordi, aggiungo,  e i segni e la memoria confusa o trasfusa tra vita e letteratura, come in Gide si direbbe. Ma qui c’è un padre e una figlia. Che padre, che figlia non importa. C’è un luogo dell’anima, la Provenza, da Avignone magica a le Baume, ai monti Luberon, a Glanum, città morta. Ma c’è anche la sua letteratura: da Petrarca e il suo Secretum a Char, da Van Gogh al marchese de Sade, e perfino Lawrence Durrel non col suo capolavoro (Il quartetto d’Alessandria), ma col fallimentare e ultimo Quintetto d’Avignone. Ma ci sono, intermessi e intercorrenti, altri temi centrali: la malattia, l’ospedale e i suo ospiti, la morte, l’amicizia, la vita.
Ed è qui che lo scrittore, di erosione in erosione, discopre la sua volontà metafisica, in quell’alter-ego che è lui o lei o non lo è, ma che è la sostanza sottile che ricerca una sua verità, che in qualche modo giustifichi le ragioni del nostro quotidiano esistere
. (Piero Gelli)
    

Poesia
Sonia Gentili, Viaggio mentre morivo, Aragno
con la seguente motivazione:
Non c’è dubbio che la poesia abbia oggi compiti diversi da quelli che ha avuto nel passato, e che la maggior parte della lirica contemporanea sia destinata alla lettura individuale. Questo enunciava già nel 1943 Eliot, nel corso di una conferenza tenuta al British-Norvegian Institute, ripetuta poi a Parigi nel 1945. Ed è proprio Eliot ad essere convocato da Sonia Gentili per introdurre la seconda delle quattro sezioni che compongono questo Viaggio mentre morivo che si snoda in novantotto tappe: tanti i testi presenti.
La poesia è da sempre un passaggio del testimone, e questa del nostro tempo appare sempre di più orientata a una corruzione del mandato, perlomeno a un suo travisamento e perfino a una ricusazione... «finché terra e cielo non saranno rifiutati», proclamava nel 1961 Samuel Beckett, altro Premio Nobel. Si dirà: perché tirare in ballo questi mostri sacri? Perché indizi non evasivi possono far ritenere che da loro più che da altri Gentili abbia afferrato il testimone e sia stata guidata a sfidare ogni estetica consolatoria. E sfidare una estetica significa prendere di petto quel “male di vivere” che anche Montale, un terzo premio Nobel, accusava standosene seduto nella sua poltrona di veggente. Questi dunque possano essere stati i mallevadori per edificare la propria opera personale, salda e diversa. Nella direzione di una demitizzazione della realtà, di una realtà che assume contorni ripetitivi, come è per il mare – cito – «il ritorno | della spuma alla linea da cui si allontana», per usare una immagine della raccolta; di una realtà che è un accumulo di cose che non sono altro che doppioni di cose. All’irlandese che parla di – cito – «baionette | che sulla punta portano i mattoni», con le sue stesse armi l’italiana replicherà – cito – «che ogni vita è un’insegna | di guerra».
Un viaggio in un continuo sorgere, temerario e stringente, di perforanti visioni che – cito –«brillano | sul fondo, come scudi di eserciti dispersi», e sotto un cielo dove le stelle – cito – «sono un niente | vestito di luce per un giorno» e l’umana specie è come – cito ancora – «le foglie | che attendono, senza saperlo, di | cadere».
L’artificio espressivo che Sonia Gentili adotta consiste nel suggerire per mezzo del congegno dialettico spinto al fuori giri altri significati e più profondi, che subito si immettono nella circolazione mentale di chi li incontra. E questo si compie attraverso una voce che parla all’orecchio di ognuno quando non la si aspetta, e che indirizza il corso del pensiero al di là dei circuiti convenzionali, senza concessioni alla contemplazione di quel Bello assoluto che per lei non esiste o esiste oltre questa vita.  E tale voce, marcata da una forte torsione del senso, si dipana come un filo tenace che tiene unito l’universo
. (Mario Graziano Parri)

Saggistica
Bruno Pischedda, L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale, Aragno
con la seguente motivazione:
Il sottotitolo (Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale) del libro che Bruno Pischedda ha intitolato L’idioma molesto (Torino, Aragno, 2015) ne disvela subito, senza mezzi termini, l’intenzione di fondo: quella di dar corso a un impregiudicato attraversamento critico della fase centrale dell’esperienza intellettuale di Cecchi, coincidente in larga misura con il ventennio fascista, condotto sulla base di una amplissima selezione di testi non obbligatoriamente ‘inediti e rari’ ma sottoposti al contropelo di una rilettura non irenica. È fuori di dubbio che un accostamento meno abrasivo alla figura e all’opera di Cecchi potesse essere legittimato dai cinquant’anni che ci separano dalla morte del supremo tra gli ‘stilisti’ novecenteschi, amato da Montale, da Debenedetti, da Contini: una simile lectio facilior, arricchita di ulteriori armoniche tecniche e formalistiche, ha in effetti costituito, in anni recenti, la differenza specifica dei lavori che a Cecchi sono stati dedicati, e in particolare del Meridiano che ne ha sintomaticamente scelto i soli «saggi» e «viaggi».
Il complesso delle scritture di Cecchi è stato sottoposto invece da Bruno Pischedda a un ripensamento radicale: non accontentandosi di ripercorrere le stazioni canoniche dell’itinerario di Cecchi, L’idioma molesto aspira a illuminarne alcune zone decisive rimaste fin qui in ombra, a partire dalla rete di relazioni stabilite fin dai tempi della «Ronda» con quel particolare milieu antimodernista romano nel quale spicca un poco sinistramente la balzacchiana figura di mons. Umberto Benigni. Non diversamente, la fenomenologia degli scritti cecchiani del tempo fascista ha sollecitato da parte di Pischedda una attenzione immune da ogni indulgenza nei confronti di luoghi comuni tenacemente resistenti (si pensi alla sottoscrizione del manifesto Croce del 1925 come a una sorta di anticipata ‘liberatoria’ estensibile, e nel fatto spesso e volentieri estesa, all’intera storia di Cecchi fino al 1943). Il criptorazzismo del viaggiatore entro e fuori dei confini italiani; la cauta amministrazione di sé nella stagione della legislazione sulla razza; l’ambiguo ruolo di garante dell’impresa vittoriniana di Americana; la partecipazione non passiva al goebbelsiano convegno di Weimar del 1942 sono alcuni degli snodi che L’idioma molesto ha disoccultato, offrendo dell’universo della cultura italiana sotto il fascismo, sulla base e al di là del ‘caso’ Cecchi, un quadro insieme sfaccettato e veridico.
(Franco Contorbia)

La Giuria ha, inoltre, insignito del Premio internazionale Viareggio-Versilia il Comune di Lampedusa e Linosa nella persona della sindaca Giusi Nicolini con la seguente motivazione:


Il Premio Internazionale Viareggio-Versilia, nato dalla volontà di Leonida Rèpaci di aprire il ‘Viareggio’ all’Europa e ai cittadini del mondo, nasce nel 1967 come riconoscimento attribuito  «ad una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per  la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale, la pace». L’albo d’oro del Premio, inaugurato da Pablo Neruda e che annovera fra i molti altri i nomi di  Alexandros Panagulis, Pietro Nenni, Gunther Grass, Altiero Spinelli, Gino Strada, Abraham Yehoshua, Arturo Paoli, si arricchisce oggi del tributo unanimemente assegnato dalla Giuria al Comune di Lampedusa e Linosa per il grande modello di solidarietà e di umana generosità messa quotidianamente in atto dai suoi abitanti, dai suoi amministratori, dal personale delle sue Capitanerie di porto in protratte situazioni drammatiche, lanciando a tutto il mondo un persuaso messaggio di rispetto dei diritti umani: un modello riconosciuto e premiato già dal Presidente Ciampi con il conferimento, nel 2004, della medaglia d’oro al merito civile.
In acque remote, le edeniche spiagge del Comune più meridionale d’Italia, universalmente celebrate per incontaminata bellezza, come la famosa spiaggia dei conigli, ove nidificano le tartarughe marine, si sono, a contrappasso, tramutate in approdo, scenario e simbolo di apocalittici viaggi della speranza, le cui icastiche immagini mediatiche sono restate impresse nella coscienza di ognuno attraverso stampa, radiotelevisione e film-documento quali Terraferma di Emanuele Crialese (2011) e Fuocoammare di Gianfranco Rosi (2016), vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino.
In un impietoso processo di “frontierizzazione”, Lampedusa  è divenuta sinonimo per eccellenza di “confine”, avamposto di un’Europa che ancora in questi giorni, davanti all’isola di Ventotene, luogo di nascita negli anni quaranta del manifesto europeo di Altiero Spinelli ed Enrico Rossi, si è interrogata, per bocca della cancelliera tedesca, sui limiti della propria politica migratoria. Di fronte a questa Europa dagli inutili muri e dalle precarie recinzioni, tra i cui fili spinati emblematicamente a lungo agonizzano animali selvatici come cervi, lupi e orsi, si erge a tutt’oggi il luogo simbolo di Lampedusa: “sentinella” non solo ecologica di un ambiente marino in cui convivono flore e faune diverse, ma anche “sentinella”, nella sua piattaforma calcarea protesa verso la Tunisia, di una società umana geograficamente disegnata senza confini. A questo arduo ruolo, in un frangente politico e socio-culturale di perenne emergenza, le Isole Pelagie hanno saputo far fronte con la dignità e la sapienza di chi è nato e vive, come dice il nome greco di questo piccolo arcipelago, in alto mare: e dunque nel sito ancestrale di una simbiotica confluenza tra vita e morte
. (Simona Costa)

Annamaria Torroncelli
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