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Pubblicati i Diari inediti di Fabrizio De André

Il poeta che seppe dare voce ai Vangeli della Buona Novella oltre le teologie di Dante

19/04/2016, 14:32 | Attualità

Si pubblicano i Diari inediti di Fabrizio De André. Un bel titolo: “Sotto le ciglia chissà. I Diari” (Mondadori) E’ una stella o una rugiada, un tramonto o un fuoco sbattuto dai venti. La nostalgia è un combattimento che con spilli penetra la nostra mente e l’anima. Infinito e indelebile il sognare. Un sognare che non si sostituisce alla realtà. Ma la realtà va superata e ciò che resta alla fine è l’orizzonte di un’alba o gli occhi tristi di una maschera. Piccoli dettagli di un De André che scrive, annota, sottolinea, crea geografie di righe. Un libro che considero importante per capire il lavoro di un cantautore che è un poeta. Tra i cantautori è il maestro.
Su questo non ci sono dubbi. Ogni suo percorso discografico è un progetto. Si pensi a “La Buona Novella”. Sarebbe bastato solo questo testo per restare nella storia della letteratura. Perché di De Andrè occorre parlare di un De André poeta. Oltre la teologia di Dante.
 

Un fondo di mare o parole che sembrano cocci di luna. Il cantico che si fa festa nell’essenza delle parole cantate o sussurrate. E la festa si raccoglie nelle manifestazioni della vita. La vita è un viaggio nel quale si ritrovano e si perdono ,e poi diventano ricordi e memoria, gli anni. Gli anni che sono infanzia e crescono e ci aggrediscono. I vecchi non li dimenticano. Annotazione che sono dettagli. Ma i dettagli fanno la poesia. I Diari lo testimoniano.  “La Buona Novella” è una “Divina Commedia”. Ecco perché diventa complicato costruire una lettura della Commedia comparata con i testi di De André. È unico anche perché costruisce un nuovo modello poetico.

   Da Il sogno di Maria” di De André: “E tu, piano, posasti le dita/all’orlo della sua fronte/i vecchi quando accarezzano/hanno il timore di fare troppo forte”.
   Ci sono i luoghi dell’anima che hanno dentro di sé i luoghi dell’essere che sono altro dei luoghi dell’apparire.
   La maschera è nell’essere e il sognatore è quel venditore di orizzonti che conosce i segni di mare e i segni di terra. I segni di luna  disegnano le stagioni dell’amore. La favola racconta non solo bellezze conquistate ma anche bellezze sfiorite che tracciano incontri.
   Inventare l’amore sulla corda di una chitarra è far risvegliare il cuore dalle delusioni o offrire le fantasie che si sono perse per rincorrere cieli nascosti o cieli che non hanno azzurri velati di bianco. O cieli negli azzurri senza nuvole. Ma le fantasie sono giochi tra le nebbie nei destini che ognuno di noi non conosce.
    La vita è un mare e noi siamo i pescatori che buttiamo l’esca per raccogliere non si sa cosa. Ma i sogni trasformano e sognare non è modificare la realtà. E’ scoprire nell’alba una riga di cielo che può essere diversa da come noi la consideriamo.
  

In “Via del campo” De André canta: “Ama e ridi se amor risponde/piangi forte se non ti sente/dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fior”. In “Per i tuoi larghi occhi”: “E perché non mi hai dato/che un addio tanto breve/perché dietro a quegli occhi/batte un cuore di neve”. In “Barbara” prévertianamente: “E il vento di sera la invita /a sfogliare la sua margherita/per ogni amore che se ne va/lei lo sa/un altro petalo fiorirà/per Barbara”. In “Inverno”: “Ma tu che vai, ma tu rimani/anche la neve morirà domani/l’amore ancora ci passerà vicino/nella stagione del biancospino”. 
     

E Prévert lo si ascolta passare con leggerezza in molte canzoni di De André. Si pensi alla canzone "Geordie": "Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera,/sellatele il suo pony,/cavalcherà fino a Londra stasera/ ad implorare per Geordie". E poi si pensi alla poesia di Prévert dal titolo: "Aspetta e spera": "Sellate il mio cavallo/Dice al gran sellaio/E via in sella/Che parte per la foresta". Immagini e sogni nella favola che racconta la vita o nella vita che cerca una favola. In De André c'è la vita e c'è la favola.
   La storia insuperabile è un cortocircuito. Ma è vero che “la storia siamo noi” dice De Gregori e proprio perché è fatta di noi la superiamo, andiamo oltre e la ripercorriamo nella nostra coscienza.
   

Sì, abbiamo bisogno di ridare senso a ciò che chiamiamo consapevolezza. Di cosa? Da “Canto del servo pastore”: “Mio padre un falco mia madre un pagliaio stanno sulla collina/i loro occhi senza fondo seguono la mia luna/notte notte notte sola sola come il mio fuoco/piega la testa sul mio cuore e spegnilo a poco a poco”.
   Consapevolezza che non significa comunque avere coscienza di quei destini inquietanti che sono negli occhi chiari incantati dalle stelle.
    L’ironia più cocente De André la rende in una visionarietà sarcastica: “… all’ombra dell’ultimo sole/s’era assopito il pescatore/e aveva un solco lungo il viso/come una specie di sorriso”. E le metafore incorniciano i sorrisi come in “Caleidoscopio”: “… conserveremo nell’ombra del legno/il tuo latte d’autunno/prima che i venti del Nord/ritornino a frullare gli oceani”.
   “La buona novella”  è una delle pagine ,comunque, più esaltanti. Il fascino delle “contraddizioni” che la problematica pone in essere è forte perché la discussione non è evidenziata solo sul piano religioso (tra sacro e profano) quanto su quello etico – esistenziale.
    In termini musicali l’Oriente e l’Occidente ci riportano ai suoni di quel Mediterraneo fatto di mare e deserto, di acqua e di terra, di linguaggi e di accenti recuperati proprio per creare scenari e atmosfere che ricostruiscono un “antico” che è nelle rughe del tempo di una civiltà che conta il suo racconto visitando i “fantasmi” che si agitano sulla collina.
   La figura di Gesù ma non solo questa. O quella di Giuseppe. O quella di Maria. Ma è tutto il contesto che si apre ad una “rivoluzione” che riguarda il linguaggio come parola, il linguaggio come musicalità, la tensione come stretta di un lirismo tra la fede e la laicità .
    De André ricostruisce il sogno di una tradizione attraverso le trasgressioni della storia non ufficiale. E bisogna saper ascoltare. E’, indubbiamente, una delle pagine più toccanti e più esemplari di un percorso che ha visto nei capovolgimenti ufficiali il dettato della sua recita canzone – poesia.

Ne “Il ritorno di Giuseppe” il finale è “testamentario”. “E a te, che cercavi il motivo/d’un inganno inespresso dal volto,/lei propose l’inquieto ricordo/tra i resti d’un sogno raccolto”. Conflitto e contraddizione ma anche sfida all’ufficialità di una storia che non smette di stupire. Non è un fatto soltanto culturale. La fede è oltre ogni atto soltanto storico perché il mistero è l’alito del tempo che ci avvolge. E’ appunto il mistero che diventa rivelazione.
   “Per me sei figlio, vita morente,/ti porto cieco questo mio ventre,/come nel grembo, e adesso in croce,/ti chiama amore questa mia voce./Non fossi stato figlio di Dio,/t’avrei ancora per figlio mio”
(da “Tre madri”).
   Una contraddizione che ha una valenza certamente religiosa considerata la canonicità delle ufficialità ma letterariamente trova un codice espressivo di alto livello culturale.
    Pur sapendo che la fede non è cultura. E anche in questo caso la fede non è cultura ma ricerca costante di rivelazione, di mistero, di innovazione e di rivoluzione proprio sul piano di una interpretazione esistenziale.  La metafora è la costante che fa di De André un interprete di un attraversatore della decadenza e dello sfoltimento delle ideologie. Non solo in questo caso. Il suono e la parola sono una magia che viaggiano lungo quei sentieri che hanno voci e sogni.
     Le voci e i sogni sono un viatico poetico e simbolico che trova appunto ne La buona novella una chiave di lettura fondamentale che diventa la sintesi di uno sviluppo tematico che è non ideologico ma etico, non teologico ma filosofico. Non si tratta, comunque, di stabilire la poeticità di un percorso. E’ naturale che i testi di De André hanno una radice (o meglio una matrice) marcatamente letteraria.
   “Ma adesso che viene la sera ed il buio/mi toglie il dolore dagli occhi/e scivola il sole al di là delle dune/a violentare altre notti:/io, nel vedere quest’uomo che muore,/ madre, io provo dolore./Nella pietà che non cede al rancore,/madre, ho imparato l’amore” (da “Il testamento di Tito”).
   Una matrice che si evince sin dall’inizio. La letteratura è la traslocazione dalla realtà pur vivendo realtà e depositandola nel superamento della quotidianità e della cronaca. Ecco perché il cantico del sognatore è il sognatore che viaggia i mari, naviga i fiumi, visita le colline e dialoga con i personaggi. Con i personaggi  che sono già destino.
  

Da “Nuvole barocche” sino ad “Anime salve” si avverte un processo la cui centralità resta l’uomo. L’uomo non nella storia ma nella memoria. L’uomo con i suoi amori e le sue solitudini, con i suoi incanti e le sue rivoluzioni, con le sue sconfitte e le sue degenerazioni e soprattutto con il suo bisogno di ritrovarsi in questo fine millennio.
   Siamo nuvole che cercano spazi e lungo le rive di Spoon River tentano di ritrovarsi e di tenersi per mano recitandosi la buona novella mentre le rivoluzioni sono piuttosto rivelazioni su “mare di luna” e “terra di sangue” con quelle “anime” che chiedono salvezza.
   La letteratura è indubbiamente dentro la musica e la musica stessa richiama letterature che raccontano non solo il vissuto degli uomini ma anche dei popoli. E nel recitativo di un ondulare di parole che vengono dal vento ci sono le metafore che non richiamano rimpianti ma simboli.
   Appunto per questo il cantico del sognatore è un De André che canta la vita sul filo di fumo dei giorni che si consumano come una sigaretta accesa che crea cerchi nel vuote delle attese.
  

Nei  cerchi di fumo il tempo è solo il tempo: “dove un attimo vale un altro/senza chiederti come mai,/continuerai a farti scegliere/o finalmente sceglierai” (da “Verranno a chiederti del nostro amore”).
   Il tempo è solo il tempo e la memoria riporta ancora e sempre sogni. Il cantico del sognatore è un viaggiatore che sa che la stessa realtà non esisterebbe se venisse meno la tela di quella nave il cui viaggiatore è un naufrago che sa andare oltre ogni tempesta ma sa anche ritrovarsi e raccogliersi nell’isola delle fantasie.
    De André è un pescatore che si è assopito “All’ombra dell’ultimo sole” e “lungo il viso” ha “un solco” che somiglia ad “una specie di sorriso”. Il cantico è un intreccio di dita, appunto, tra letteratura e musica. D’altronde i cantastorie, la letteratura a cominciare dai provenzali cosa lasciano. De André è il poeta che racchiude l’esperienza evocativa e metaforica del pre Novecento. I Diari nei tanti ritagli testimoniano anche ciò.

Pierfranco Bruni
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