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Spiritualità religiosa di F.T.Marinetti

Ammalato, in pochi mesi detta alla moglie Benedetta 89 cartelle, che resteranno in un carteggio inedito, con l"Aeropoema di Gesù"

13/07/2015, 18:10 | Attualità

E’ stato osservato che “più di uno studioso, nel vastissimo ambito del movimento futurista, si sia ritagliato accuratamente i momenti, i temi, le personalità, le opere o addirittura i frammenti meglio riconducibili ad una determinata prospettiva” (G. Calendoli, introduzione al volume di L. Tallarico “Per una ideologia del Futurismo”, Volpe 1977), a volte perdendo di vista proprio quella prospettiva, insieme vitale e spirituale, del protagonista della concezione futurista. Sicchè, nell’affannoso dipanare dei contrari quotidiani si trascura, per la tesi, che F. T. Marinetti aveva ed ha guardato al futuro senza dimenticare le origini, che transitando nel presente suggellano alla vita la continuità della storia: storia, appunto, vivente non antiquaria.
Nell’ordine dei “contrari”, si dimentica che il fondatore del futurismo è l’autore dei manifesti dell’arte sacra, pubblicati nella “Gazzetta del Popolo” di Torino del 23 Giugno 1931 e successivamente nella “ Città Nuova” del 15 Marzo del 1932, riproposto con la firma di Fillia, l’apprezzato pittore futurista di arte sacra. Ma si dimentica soprattutto che Marinetti è l’autore dell’ ”Aeropoema di Gesù”, pubblicato postumo a cura di C. Salaris, dopo essere stato rifiutato dalla Feltrinelli, pur apprezzandolo per scrupoli da far risalire al proprio politically correct editoriale. E’ da osservare, che con le richiamate pubblicazioni, Marinetti avrà voluto unificare i due lati hegeliani, tra il momento sacro e il momento profano, tra l’essere umano e l’essere divino “facendo della secolarizzazione una tesi interpretativa allo stesso orizzonte moderno” ( R. Esposito, “Pensiero vivente”, Einaudi, 2010), in quanto si realizza – nella dialettica di libertà e autorità – nello sviluppo del tempo presente.

Del resto Marinetti era consapevole che, per il futurismo, la visione del variabile della storia non entra in conflitto con l’invariabilità e l’immutabilità dell’originario, questo perché occorre che “l’origine sia nello stesso tempo storia e non storia, perché essa stessa traversata, ma non risolta nella storia”. In questa diversione – conversione occorre riconoscere “l’ombra lunga del pensiero di Vico. Proprio a lui si deve, per la prima volta nell’intera filosofia moderna, un diverso modello” in grado di unire il “rapporto tra origine e storia, tra eternità e tempo” (R. Esposito, “Pensiero vivente”, citato).

Infatti Giambattista Vico ha considerato che verum et factum convertuntur e che “il criterio di avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto, ossia di viverla nel presente storico”. In conseguenza il futurista creatore non solo “manda ad effetto” la storia come vita, ma è direttamente legato alla verità delle “forme principali”, ossia degli “elementi più cospicui” delle sue origine e della sua storia. Senza trascurare che nella “Scienza nuova” gli italiani hanno sempre visto “l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il segreto del filosofo che concilia l’uomo con Dio, gli infonde la fede nella vita e gli fa sentire dentro un che di divino che lo eleva al di là di tutti i limiti dell’umano e di tutte le miserie terrene” (cfr. “Studi gentiliani” di G. Gentile, Sansoni, 1968). Senza escludere che il futurismo – vita ricorre alle gerarchie culturali delle origini per la verifica continua di una tradizione, che da traditio passa e non si blocca al già stato.

Del resto in un secolo desacralizzato in cui la religione viene considerata, da una parte, “oppio dell’abitudine” e, dall’altra, “ fuoco del fanatismo”, perfino atto terroristico, Marinetti prima di morire dedica ai nostri tempi un poema a Gesù, confermando coerentemente che il verum factum riguarda non soltanto la conoscenza come visione empirica e perciò statica del fatto,ma la conoscenza dinamica che lega gli atti del singolo e dell’umanità alle leggi senza tempo della Provvidenza. Senonchè se il sommo religioso che guarda alla redenzione eterna di tutta l’umanità può affermare: “Non siamo preoccupati del terrorismo”, ma il combattente – credente, rientrato dal fronte russo – volontario a 65 anni – con un edema polmonare che lo porterà in breve tempo alla morte, non può non preoccuparsi della minaccia che viene inferta alla “primavera italica”, opera scritta da Marinetti in contemporanea al “Aeropoema”, onde trovare la continuità e la saldatura tra il momento sacro e il momento profano, tra l’essere umano e le’essere divino. Ammalato, in pochi mesi detta alla moglie Benedetta 89 cartelle, che resteranno in un carteggio ( poi donato – per l’indifferenza dello Stato italiano all’università americana di Yale) e rimasto inedito fino al 1991, anno in cui verrà pubblicato con i tipi editoriali del Grifo di Siena.

Il poema era atteso dai critici, anche perchyè si sapeva che Marinetti aveva recuperato il senso mistico – “superato” nel manifesto di fondazione del 1909 – e aveva collegato la corporeità palpitante alla spiritualità e al coraggio del Cristo che muore per tutti, pur sapendo che “ il Figlio dell’ Uomo non venne per essere servito, ma per servire e dare l’Anima Sua come mezzo di riscatto per i molti”. Concezione marinettiana già affrontata dai singoli futuristi negli anni Venti – Trenta (da Acquaviva, con “Bisogno di Cristo”, a Dottori, con “Spiritualizzazione della natura” e a Ginna, con “Trionfo di Gesù”), ma anche dallo stesso Marinetti, per il quale la spiritualità dell’Aeropoema non rappresenta una novità. L’ideologia che l’ispira non subisce il rallentamento di tensione della lotta o il declino conseguente all’avversa sorte, comunque scelta, nonostante le interpretazioni maliziose e/o sottaciute. L’opera si colloca invece nella continuità di quella originale e coraggiosa concezione marinettiana, che trova nella poesis, dominata da un innalzamento spirituale, il suo completamento nella praxis, contrassegnata dall’ispirazione etica e dalla passione della lotta.
Già nel manifesto di fondazione, mentre viene ribadito che “finalmente la mitologia e l’ideale mistico sono superati” (momento destruens del futurismo eroico), nei manifesti dell’arte sacra si afferma la necessità di non trascurare, anzi di rigenerare le forze imponderabili del cosmo, che innalzano l’uomo “al di sopra della vita operante, per entrare nei misteri e in altre speranze”.

Alla base del messaggio futurista, anche laddove si prende atto del Quietismo del “sacerdote che odia il provvisorio, il momentaneo, la velocità, appare evidente lo slancio, la passione” e la morale di Cristo, sempre “ardente, preziosa” che “accorda tutti i diritti e tutti i perdoni, tutte le simpatie al fervore appassionato” dei peccatori, per cui Marinetti approfondirà gli elementi tra il sacro e il profano, in termini ontologici e religiosi e che ritroviamo nei manifesti dell’arte sacra e soprattutto nell’ “Aeropoema di Gesù”. Senza aspettare le ombre della notte che in quel primo dicembre 1944 avevano invaso le cime del monte Crocione e la valle di Cadenabbia, Marinetti aveva già realizzato i “Quindici punti” che contrassegnavano la formazione e l’ideale dello scrittore cattolico, imboccando la strada della Galilea per andare incontro a Gesù.

E così ora, abolendo ogni linearità logico – temporale, si rivolge a Gesù nell’incipit dell’ “Aeropoema” e gli dice : “Ti offro i miei desideri, i miei pensieri e tutte le audacie, tenaci, eroiche del mio spirito umile, che tutto deve a Te”. E poi nel momento drammatico della fine rivolge le dolenti invocazioni: “mio buon Gesù salva l’Italia, salva la mia e le nostre famiglie e (...) la Penisola, da Te riscolpita nei Tuoi Santi Passi, (...)"

Luigi Tallarico
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