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Senza un posto nel mondo: Fred Uhlman, di Elsa Baldinu

A centovent’anni dalla sua nascita (19 gennaio 1901)

18/01/2021, 20:17 | Attualità

“In principio, Dio creo il cielo e la terra”: queste le prime parole della Genesi. Il cielo, sede divina, custode del tempo e ipotesi augurali; la terra, spazio riservato all’uomo, che come un albero vi affonda le radici.
Terra è inizio, è vita: un ettaro da coltivare, un lembo da abitare; terra in cui si cresce come un frutto, si matura, per poi invecchiare e confondersi con lei; terra come casa, famiglia e identità, terra come simbolo di unione e appartenenza. Chi l’abbandona, soffre; chi può, vi fa ritorno.

 

Forse nessuno, come Fred Uhlman, ha saputo cogliere la nostalgia di un popolo senza terra: pittore e scrittore tedesco di origini ebraiche - poi naturalizzato britannico -, egli ha votato se stesso al racconto dell’esilio, la condanna di un vagabondare senza fine, la sofferta ricerca di un posto nel mondo.
 

Le sue sono vedute dai colori saturi e grotteschi, fatte di pennellate dense e corpose; scorci di case e palazzi, talvolta deserti, talaltra animati da radi passanti. Persino nelle spoglie colline gallesi, di cui abbondano le riproduzioni, fanno capolino le tegole di un tetto: c’è sempre una casa, all’orizzonte, che accoglie e respinge al tempo stesso.

Si percepisce, forte, una costante e sottile aria di assenza e abbandono, che aleggia su paesaggi fantasma, un tempo abitati, ora vuoti: distese innevate, villaggi al tramonto, rifugi dentro un mondo ostile, violento. Uhlman sperimenta in prima persona il dolore del viaggio: la sua vita è una continua odissea verso una stabilità negata. Cittadino tedesco, fugge dalla sua Germania nel 1933, all’alba del nazismo, e trova riparo a Parigi; tre anni dopo si trasferisce in Spagna, ma se ne distacca di lì a poco, allo scoppiare della guerra civile; poi ancora Francia, a Marsiglia, e poi Inghilterra, a Londra, fino a che, durante la Seconda Guerra Mondiale, viene confinato nell’Isola di Man, perché straniero.

E Ulhman straniero lo è sempre, ovunque vada: emblematico il dipinto Tightrope Ballerino (1943), in cui, con apparente leggerezza, un funambolo si libra su un’alta corda, sospeso fra terreni e caseggiati. Come il pittore, è un nomade che vaga alla ricerca di un luogo che possa, infine, appartenergli.
 

Uhlman è anche autore di un “capolavoro minore”, nella definizione di Arthur Koestler: minore nell’estensione e nei toni, ma dalla forza cruda e dirompente. La trilogia del ritorno (1971), questo il titolo dell’opera completa, si compone di tre novelle profondamente interconnesse, che offrono uno sguardo di dolorosa intensità sulla Shoah. Ritorna il tema della terra e del suo abbandono, di una sopravvivenza luttuosa, vissuta lontano da casa. “Allora non sapevo altro se non che questa era la mia patria, la mia casa, senza un principio e senza una fine”, racconta il protagonista de L’amico ritrovato - la prima novella -, con disillusa consapevolezza. La sopravvivenza è un dovere (da Un’anima non vile), ma la si paga a caro prezzo: a che serve restare sulla terra come eterni profughi, se non “per vedere i missili portare la polvere atomica e il puzzo degli ossari umani fin sulla luna?” (da Niente resurrezioni, per favore).

ELSA BALDINU
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