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Roald Dah, il coraggio di essere unici, di Elsa Baldinu

A 30 anni dalla scomparsa (23 novembre 1990)

25/11/2020, 10:47 | Attualità

Si nasce unici, ognuno con il proprio genoma, una sequenza casuale e irripetibile; eppure, una volta cresciuti, si cede spesso all’omologazione, talvolta succubi di pressioni incontestabili, talaltra affascinati da un rassicurante anonimato. Pochi hanno il coraggio di preservare la propria identità a costo di incomprensioni e isolamento; altrettanti vengono, infine, ricompensati con la gloria eterna. È il destino dei grandi, e Roald Dahl figura indubbiamente tra questi.
 

Nei propri testi dalla sincerità grottesca – espressioni di una singolare narrativa per ragazzi –, lo scrittore britannico di origini norvegesi celebra il valore della diversità, una dote impegnativa che, tuttavia, offre possibilità inimmaginabili, negate a chi la rifiuta.
Molti sono gli esempi cui fare riferimento; primo fra tutti, La fabbrica di cioccolato (1964), opera che vanta innumerevoli traduzioni e diverse riprese cinematografiche. Charlie Bucket, un bambino di umili natali, vince, contro ogni previsione, un’escursione nell’immensa fabbrica di cioccolato del proprio paese, insieme ad altri quattro giovani fortunati. A differenza loro, però, egli non ha vizi né pretese: educazione e semplicità gli valgono, a fine percorso, l’intera fabbrica, concessa dal celeberrimo proprietario, che nota in lui affetto e intelligenza. Anche Willy Wonka – questo il nome del cioccolatiere –  figura nell’olimpo dei diversi: nella sua eccentrica figura è possibile scorgere il genio dell’autore, barricato nella “Writing Hut”, capanna delle sue creazioni, ornata di oggetti stravaganti e avvolta da silenzi imperturbabili.

 

Il GGG (1982) è un vero e proprio inno alla diversità. Il protagonista, un simpatico gigante acchiappa-sogni, è la pecora nera della propria razza: statura modesta e animo gentile gli costano l’emarginazione. Egli rifiuta di uniformarsi alla crudeltà, preferendo disgustosi ortaggi alla carne umana: rifiuta di assecondare il gruppo, e ciò gli assicura l’amicizia di una bambina dall’indole affine, e, verso l’epilogo, una casa accanto al palazzo reale inglese. Curioso pensare che Roald Dahl fosse anch’egli un gigante di un metro e novantotto.
 

In ultima analisi, Matilde (1988) racconta il potenziale magico della diversità. Bimba precoce, l’omonima protagonista mette in discussione gli assurdi ordini di genitori e insegnanti in nome di uno spiccato senso di giustizia. Coltiva la passione per la lettura, esercita la propria predisposizione al calcolo: Matilde Dalverme non cede alle aspettative sociali, bensì va oltre, guidata da un indomabile spirito critico. Intuitiva e caparbia, salva la propria maestra dalle ingerenze della direttrice-matrigna: per lei sviluppa un potere speciale, che si esaurisce a missione compiuta. Sulla piccola eroina aleggia l’ombra dello scrittore: anche egli subisce abusi e pessimi giudizi ai tempi della scuola, che supera e smentisce col tempo, tenendo fede al proprio io.
Si noti come a Dahl non interessi edulcorare la realtà, ma amplificarne gli aspetti truci sotto la lente dell’ironia: il male esiste, sì, ma c’è un’alternativa. La salvezza è riservata a chi non si snatura per assomigliare agli altri: una scelta impopolare, ma intramontabile.

Diversi si nasce, uguali si diventa: l’unicità è il coraggio di essere se stessi, un credo laico per vivere al meglio, una scelta da compiere giorno per giorno. Ne vale sempre la pena, parola di Roald Dahl.

ELSA BALDINU
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