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Articolo zen: l’amore per le piante in tempo di covid, di Aldo Boraschi

12/11/2020, 12:53 | Attualità

Mi porto dietro la (brutta) abitudine di fare una rassegna stampa ogni santa mattina. Scrollarsi di dosso il cilicio del giornalismo è arduo. Impresa quasi impossibile. È un masochismo che provoca ansia, timori, paure. Le notizie che ci giungono da Oltreoceano, forse, sono un antibiotico, neanche troppo potente. Non basta.
Ognuno allora si deve costruire un riparo, un tetto, sotto il quale respirare. Sotto il quale vivere.
Io mi sono metaforicamente eretto una capanna; una capanna in mezzo al verde.
Dò acqua alle piante, tolgo le foglie secche, strappo le erbe infestanti. 

Non chiedetemi il perché, ma sento il loro ringraziamento. Credo di essere un ottimo tutore del verde che mi è stato messo a disposizione. Forse è l'unico lavoro che so davvero fare con le mie mani. Non roba astratta, come scrivere, ma qualcosa che ha a che fare direttamente con la materia e la vita. E l'immediata cruda responsabilità che ne deriva.

La mia orchidea, la mia verbena, il mio limone, sopravvivono. Nonostante le intemperie, l’afa soffocante, il vento di bora. Un miracolo che si è avverato negli anni, oltre ogni previsione.

So che, di quelle creature, non potrei mai disfarmene. Perché, a conti fatti, è, a tutt'oggi, l'unica vera continuità della mia vita. Loro sono lì, sul mio balcone o accanto alla finestra con luce indiretta o in mezzo al cortile, e che proteggono le mie incertezze, come io proteggo le loro. Accanto a loro trovo riparo come un re davanti alla reggia. Spesso ci parlo, nutro la loro terra con briciole di pane, le disseto con abbondanti vaporizzazioni nei momenti di calura, appoggio i filtri di infusi per regolarne l’idratazione. Pochi mi capiscono. E so che visto da lontano, anche solo da un altro terrazzo, le mie piante sono patetiche, quasi una caricatura; e altrettanto dicasi di me, di me accanto a loro. Ma questo non è di alcuna importanza: molte cose viste da fuori perdono il loro senso.

Forse dovremmo diventare adulti, io e le mie piante, provare a crescere senza questo mutuo soccorso spurio. Trapiantarci in altri posti, dove la sopravvivenza è lotta quotidiana da affrontare in solitaria. Fare ognuno la propria strada. Per amor nostro, per rispetto della vita. Per diventare, finalmente, adulti. Per darci una continuità così naturale da sembrare una favola. Una favola perfino patetica, se vista da lontano.

Ma ci sorreggeremo ancora, in questo luogo angusto, nei corti orizzonti. E cresceremo ancora, in epoche più floride, in orizzonti più vasti, dentro prospettive di vita vera.

L’amore per le piante in tempo di Covid non fabbrica il vaccino, lo so. Ma rende giustizia alla vita, alla vita che è vita anche in tempo di Covid. E vi sembrerò patetico, amici miei, solo se mi state guardando da lontano. Da molto lontano...

 

FOTO: Novembre 2020: Cobezzoli e rose nel parco di Villa Edera ad Alghero

ALDO BORASCHI
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