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Marco Santagata, uno storico della letteratura che seppe essere scrittore, di Pierfranco Bruni

10/11/2020, 19:15 | Attualità

“Altro che salvezza… caro Dante, la passione sprofonda nell’inferno…”. Inizia con Dante e va oltre. Un Dante romanzato che vale oltre qualsiasi critica analitica. Morto Marco Santagata. Un italianista puro. Uno scrittore e uno storico e critico della letteratura che ha saputo legare l'arte del linguaggio medievale con la modernità partendo dal rapporto tra Dante e Petrarca. Accademico, analizzò il sonetto vivendo profondamente il verso libero. Spesse volte nei nostri convegni abbiamo discusso proprio dello sviluppo della lingua all'interno del Novecento. Ne abbiamo discusso da scrittori e non da critici. Ovvero da studiosi che vanno oltre l'acquisto letterario e culturale.
È su Petrarca che scava l'incipit di una letteratura moderna che giunge sino a un Novecento che diventa la sintesi di una forza stilistica in cui la metafora fa della parola il dato di un sentiero comunicativo fortemente dentro i processi di un Verbo di una interpretazione tra dolcezza e meditazione poetica.

È la poesia che diventa la sua attrazione letteraria ed esistenziale. Proprio su Petrarca racconta l’amore di Laura con un tale presupposto: “È una grande e rischiosa scommessa: fare delle nuge, delle bagatelle giovanili, i veri monumenti della sua produzione letteraria. Scommessa giocata sulla forma libro come simbolo della conquistata unità interiore dello scrivente e, nello stesso tempo, dell’ordine da lui finalmente conferito alla sua vita”

La lingua, da italianista e linguista, è nella poesia. Proprio per questo il suo viaggio letterario, scrittore anche egli con dei romanzi significativi, è un viaggio nella civiltà degli uomini. Petrarca, infatti, non è soltanto il poeta moderno. È la lingua moderna che anticipa il linguaggio stesso nella contemporaneità. Così il suo mediare tra Dante e il Rinascimento sino ad un confronto con i linguaggi usati addirittura da Vasco Rossi. Amico di Vasco, comprende immediatamente come la parola resta viva se riesce ad evolversi attraversando il fuoco dei dialettismi. I quali sono antropologia ma mai nuove forme di appropriazione di stili rivoluzionari. È la lingua italiana che si confronta con i modelli di comunicazione altra a diventare centrale e rivoluzionaria. Su Dante dirà: “… l’amore, capisci?, è estasi. La poesia loda la bellezza del creato. Ti dico di più, amare un angelo in terra solleva l’anima in Cielo. Credimi, l’amore può salvare”.

Oltre la saggistica che ha avuto la sua notevole importanza restano i suoi romanzi che segnano una innovazione nella tradizione.
Da "Papà non era comunista", a "Il copista. Un venerdì del Petrarca", a "L'amore in sé", a "Voglio una vita come la mia", a "Come donna innamorata" sino a "Il movente è sconosciuto" che determinano lo scrittore e il narratore tra storie e destini.
Storico della letteratura e indagatore delle segrete avventure degli scrittori dimenticati, ha dato vigore a quel viaggio di mezzo che va, appunto, da Dante, con una sua bella introduzione a dei tomi ben documentati, a Leopardi. Traccia con una singolarità epistemologica un intreccio che resta come punto centrale dell'essere letterato nell'essere scrittore. Lui amava tanto i testi di Vasco ed io quelli di Fabrizio De André. Ci siamo trovati a disquisire, infatti, sul ruolo del linguaggio della cosiddetta canzone d'autore nello specchio della poesia. Un dialogo che resta per me una testimonianza mancante.

In un’intervista ebbe a dire: “Nel personaggio Dante mi sono ovviamente immedesimato. Cosa provava Dante scrivendo? Un’immensa felicità, credo, quando i versi sgorgavano dalla sua vena poetica e fluivano direttamente sulla carta. Cosa provavo io? Più o meno la stessa cosa. La scrittura creativa poggia sull’ignoto, sul vuoto assoluto, al contrario della scrittura saggistica. Quando scrivi un romanzo, entri dentro un tunnel che non sai dove andrà a finire, se andrà a finire. Hai un’idea, ma non sai se la porterai fino in fondo. E poi, una volta che scrivi un romanzo – o almeno per me è così – ti assorbe totalmente, e non te ne stacchi più, non interrompi mai, ci pensi anche quando vai a mangiare, o quando stai per addormentarti. Gran parte della scrittura è mentale, e non si svolge davanti al computer, ma quando passeggi o giri in macchina. Questo ti occupa totalmente. Io cerco di posticipare sempre l’inizio di un racconto o di un romanzo, proprio per la paura di entrare in quel tunnel, e non poter sapere se ne uscirò. Tuttavia, quando finisci un libro, esci da qual tunnel, ti senti liberato. Sì: diventi un uomo libero”.

Aveva 73 anni.
Era nato a Zocca il 28 aprile del 1947. È morto a Pisa il  9 novembre del 2020. “Percepiva che una potenza esterna l’aveva ispirato, che un soffio creatore aveva fatto di lui il suo strumento. Si convinse che Dio lo aveva guidato sempre, anche nell’errore”.

 

PIERFRANCO BRUNI, VICEPRESIDENTE SINDACATO LIBERO SCRITTORI ITALIANI
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