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Dante Maffia, il poeta tra le macerie del mondo, intervista di Anna Manna

L’intervista è stata fatta nell’ambito del Progetto “I contemporanei in Bibloteca” presentato da Anna Manna alla Biblioteca Angelo Monteverdi - Sapienza Università di Roma in anni precedenti.

17/04/2020, 12:27 | Attualità

Riproponiamo oggi questa importante invista di Anna Manna al poeta Dante Maffia,  come per un incontro virtuale in Biblioteca,  per l’attualità delle domande e delle risposte anche a riprova del valore  dell’indagine poetica quando si rivolge a tematiche  umane di spessore universale.

 

D. Dante, la poesia è un momento estremo? Riflette la sintesi dell’imbuto che scardina gli equilibri di sempre? È il terremoto devastante di un’anima?


La poesia è, insieme, tutte queste cose di cui tu parli, e molte altre. Mi sono divertito a trascrivere su un quadernetto centinaia di definizioni di poesia e centinaia di componimenti dei maggiori poeti di tutto il mondo e di tutte le epoche.
Un mare immenso di affermazioni straordinarie che illuminano il senso di un lavoro così apparentemente inutile.
Molte delle definizioni sembrano essere risposte date ad altre, sono in contraddizione, si elidono, si negano. Eppure io non mi sono sentito, non mi sento di prendere una posizione, mi sembrano tutte vere, tutte esatte, tutte convincenti. Non so quindi se la poesia sia un momento estremo, so che è un momento irripetibile (in questo senso sicuramente estremo),  che scardina gli equilibri perché non accetta il compiuto, il codificato, l’abitudinario, non è capace di vivere nella reiterazione, nel tautologico. Di conseguenza è anche terremoto che devasta l’anima, che la rende ineffabile e inquieta. Ma devastazione, inquietudine, ineffabilità devono trovare la strada per arrivare al lettore, altrimenti è puro esercizio di stile, cornice ben fatta ma vuota e incapace di mutare la sostanza interiore di chi legge, incapace di essere contundente, di mettere scomodi, di far sentire la nudità del proprio essere.
 
D. La distruzione di qualsiasi mondo, la devastazione che porta l’evento naturale apre le porte soltanto alla poesia del dolore? Il collasso di qualsiasi equilibrio è sempre e soltanto morte? Cosa possiamo ricostruire dopo la caduta?

La caduta è quotidiana, comunque la si intenda, e dunque è una necessità che comporta la resurrezione, la ripresa, il progetto del rinnovamento. Naturalmente ci sono molti tipi di cadute, si veda, per esempio, quella di cui discute Camus.
Ma non voglio divagare, perché è una delle domande fondamentali che da sempre si trascinano sulla poesia. Nasce dal dolore? Sempre? Si nutre di dolore? E poi c’è soltanto la morte? Si sono occupati di questo problema in molti, io conosco
le risposte di Attila Joseph, di Pasternak, di Maldelstam, di Marina Cvetaeva, di Calogero, di Leopardi, di Luzi, di Gatto, di Valery, di Borges… sembrano atti giustificativi.
In realtà quando un certo sentimento trabocca, l’impeto espressivo si coagula in un grido. La gioia… invece passa e se ne va. Si pensi alle poesie d’amore. E difficile trovarne di allegre, eppure si tratta del sentimento che non ha l’eguale. I poeti, tutti, hanno la perennità del dolore e sullo sfondo la morte. Ne parlano, ci si crogiolano, ci fornicano, ma se si legge con estrema attenzione ci si rende conto che invece si tratta di inni alla vita, di parole-gesti che vogliono fermare l’inesorabile scorrere del tempo. Ecco l’altro elemento sempre in agguato e sempre subdolo. Ci sono versi di Leopardi che danno sussulti e cariche emotive efficaci e tutte imperniate sulla pienezza del piacere, dell’esultanza, della gaiezza.
“Primavera brilla nell’aria e per li campi esulta…”, basterebbe questa citazione a ribaltare il discorso. Ma bisogna ribaltarlo? Io, quando sono triste o malinconico, leggo Pascoli o Foscolo: mi portano in alcune radure che immediatamente mi fanno sentire pieno, eterno, e quindi lontano dal dolore e dalla morte. E poi, il dolore e la morte di cui parlano i poeti sono momenti di catarsi…

D.Chi sono stati i tuoi maestri? La vita stessa ti ha offerto di fare poesia: è stato il dolore, la gioia e la tristezza della vita che ti hanno spinto a cercare l’antidoto?

Nessun antidoto. Il dolore, la gioia, la tristezza, si sono fusi con l’amore, i viaggi, le letture, gli incontri, il paesaggio, le polemiche, i confronti, gli studi “pazzi e disperati”, le occasioni varie della vita. Io ne ho fatto un serbatoio di sensazioni, di emozioni, di pensieri, di progetti. Un continuo fermento che mi ha visto e mi vede spettatore, con infinite macerazioni da cui attendo il segnale. Di maestri ne ho avuto molti, ma li ho messi sempre in discussione, per crescere, per non adagiarmi nelle certezze. Diceva Goethe, e poi Proust ne ha fatto un vanto, che ad ogni approdo, ad ogni raggiungimento, rimetteva tutto in discussione e ricominciava daccapo. Così faccio io, niente mi soddisfa fino al punto da rinunciare alle curiosità, ad andare oltre, ad indagare a raggiera immergendomi nelle cose fino a soffocare per uscirne nuovo e pronto alle successive battaglie.

 

D. Viviamo purtroppo un periodo di catastrofi : terremoti, naufragi, tempeste. (OGGI AGGIUNGIAMO  la  Pandemia)

Dopo restano le macerie. Ne vediamo talmente tante, giorno dopo giorno. Le macerie della vita di tutti. Le macerie della nostra vita. Cosa ci spinge a raccontare la parte negativa della nostra vita. Un bisogno di sfogo, una parentela con il dolore di tutti, la volontà sotterranea di esorcizzarlo?


Vedi, ogni cosa contiene il suo doppio, il suo rispecchiamento, l’alter ego, il contrario. Le macerie sono un dato della vita, purtroppo, e raccontandole non facciamo altro che esorcizzarle, capirle meglio per evitarne le brutte conseguenze in seguito, per averne la consistenza in modo da valutarne l’impatto volta per volta. Quando raccontiamo di disgrazie non è soltanto perché vogliamo la compiacenza dei lettori che si sentono coinvolti dal patetico, ma anche per sondare la profondità delle sventure umane. Però, visto che le disgrazie presuppongono anche la felicità, tutto poi si svolge per il meglio. Il fatto è che l’atto supremo del vivere è la morte, ci piaccia o no, e quindi tutto ciò che in qualche modo ci avvicina ad essa è una maniera di allontanarla. Naturalmente è soltanto un aspetto del raccontare, poi c’è quello della necessità di farlo e di farlo con la logica che da sé assume il comando della narrazione. Anche poetica.

FOTO all'interno dell'articolo: Dante Maffia con Anna Manna

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