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Alberto Arbasino, raccontò antecipando un "Paese senza..", di Pierfranco Bruni

23/03/2020, 19:50 | Attualità


Siamo realmente un “paese senza”, per citare Arbasino  con il titolo di un suo libro del 1980. Non siamo un Paese con… Ebbi modo di conoscere Alberto Arbasino molti anni fa. Roma. Poi lo rividi a Scanno dove gli conferimmo il Premio alla Carriera. Era il 2012. Avevo lavorato sui suoi scritti e sul modello critico proposto negli anni sessanta. Era  nato a Voghera nel 1930, laureato in diritto internazionale all’Università di Milano. È morto il 22 marzo a Voghera.

Giornalista, saggista, critico musicale, scrittore di vasta cultura e di forte impegno civile, ha collaborato con le più importanti testate italiane, da “L’illustrazione italiana” a “Il Mondo”, “Tempo presente”, “Il Verri” e il quotidiano “La Repubblica”. Si fa notare con “Le piccole vacanze” (1957) e i racconti intitolati “L’anonimo lombardo” (1959).
Ha fatto parte del Gruppo 63 ed è autore di romanzi, (“Super-Eliogabalo”, 1969; “La bella di Lodi”, 1972; “Specchio delle mie brame”, 1975) di saggi, (“Certi romanzi”, 1964; “Sessanta posizioni”, 1971) di reportage, (“Trans-Pacific Express”, 1981; “Mekong”, 1994) di interventi da polemista civile e politico, (“In questo stato”, 1978; “Un paese senza”, 1980).
 
Io agisco regolarmente su due piani: il piano umano, cioè la vita quotidiana; e il piano disumano, cioè la finzione letteraria, le rappresentazioni della fantasia, più ­ e qui viene la fiction ­ quella parte ("arrangiata") di vita quotidiana che io volgo a profitto della letteratura, sfruttandone gli eventi come contenuti ai fini narrativi”.
 
Il suo testo più importante resta però “Fratelli d’Italia” (1963) ampliato nel 1976 e nel 1993: straordinario catalogo di vizi, virtù, tic e manie di un’epoca ed un ambiente culturale, scritto con lingua scattante, briosa, che lo scrittore padroneggia con inimitabile maestria. Autore di poesie (“Matinée”, 1983), Arbasino si è cimentato anche con il teatro: come regista, mette in scena la “Traviata” (1965) al Cairo e la “Carmen” di Bizet al Comunale di Bologna (1967).
 
“Voglio chiarezza, lucidità, ragioni critiche; pretendo concisione, possibilità di sommari e compendi, dal momento che, lo si sa, non esiste opera di pensiero veramente significativa che non si possa riassumere in poche proposizioni”.
 

Raccolse i suoi saggi teatrali in volumi: “Grazie per le magnifiche rose”, 1965; “La maleducazione teatrale”, 1966. In “Paesaggi italiani con zombi” (1998) lo scrittore diventa censore dell’Italia contemporanea e nel 2000 vince il premio P.E.N Italiano con “Le muse a Los Angeles”. “Rap!” costruita con la forma musicale del titolo e costituita dagli interventi apparsi sulle colonne de “L’Espresso” e su altre testate, da “La Repubblica” ad “Alias”, il settimanale de “Il Manifesto”, testimonia la capacità di Arbasino di interpretare la contemporaneità. Tra i suoi ultimi successi, “Le piccole vacanze” (Adelphi 2007), “La vita bassa” (Adelphi 2008), “L’ingegnere in blu” (Adelphi 2008), “In questo stato” (Garzanti 2008), “America amore” (Adelphi 2011). I volumi antologici delle sue opere ne “I Meridiani” (Mondadori), sono curati da Raffaele Manica. É stato deputato al Parlamento italiano come indipendente per il Partito Repubblicano Italiano tra il 1983 e il 1987.

Nella motivazione con la quale ebbe il Premio alla Carriera di Scanno, tra le altre sottolineature, scrivemmo: "Giornalista di costume, reporter, nella più alta accezione del termine, di viaggi e di esperienze in Paesi una volta lontani, amante e conoscitore dell´America (quella politica, letteraria, cinematografica), romanziere sofisticato e sperimentale: "Nell´idea di romanzo di Arbasino - è stato scritto - le citazioni sostituiscono l´intreccio o l´avventura del romanzo tradizionale: sono altre avventure verso altri mondi noti o meno noti o ignoti". Saggista di notevolissimo spessore culturale, critico teatrale e musicale, non c´è settore nel quale Arbasino non si sia cimentato con la sua prosa personalissima ed elegante, con i suoi giudizi profondi e mirati, con la sua analisi, talvolta tagliente e spregiudicata, nei confronti della società e della cultura contemporanea”.
 
“Niente di peggio che lavorare a orario fisso: si produce scrittura burocratica”. Una osservazione che spesso mi capita di citare.
Con il suo “Paese senza” aveva anticipato già tutto dalla prima pagina. Ovvero siamo: “Un Paese senza memoria/Un Paese senza storia/Un Paese senza passato/Un Paese senza esperienza/Un Paese senza grandezza/Un Paese senza dignità/Un Paese senza realtà/Un Paese senza motivazioni/Un Paese senza programmi/Un Paese senza progetti/Un Paese senza testa/Un Paese senza gambe/Un Paese senza conoscenze/Un Paese senza senso/Un Paese senza sapere/Un Paese senza sapersi vedere/Un Paese senza guardarsi/Un Paese senza capirsi/Un Paese senza avvenire?”.


 

PIERFRANCO BRUNI, VICEPRESIDENTE SINDACATO LIBERO SCRITTORI ITALIANI
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