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L’odio dorme in una tana di neve

Giovanni D'Alessandro finalista al Premio Maria Cristina di Savoia

13/06/2014, 17:29 | Arte e Cultura
Premio Histonium 2013

Il giovane medico Giuseppe Vergnani nel 1992 allo scoppio della guerra serbo bosniaca, si chiama Jusuf Samirovic. E ha nove anni.

La sua famiglia è massacrata sotto i suoi occhi dall’odio bestiale e feroce della guerra seguita alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Giuseppe, per tutti Peppe, è un bambino dall’infanzia colpita a morte.

Così racconta D’Alessandro:

Lui ha visto cose dopo le quali un bambino non è più un bambino e non avrà mai avuto nove anni. La sua infanzia s’interromperà, per dar corso a un’altra età senza nome.

Quelle immagini di sangue e di terrore saranno la colonna sonora dei sonni di Peppe bambino, lo inseguiranno per vent’anni fino a quando non lo spingeranno a ritornare nella sua terra. Perché con il passato si deve fare i conti, con coraggio e sempre.

Un percorso, il suo, che senza cedere alle sirene dell’odio e della vendetta, passa dallo strazio della perdita allo strazio della verità: la fuga solitaria verso le montagne della sua infanzia, il ritorno nella sua terra null’altro sono che un percorso analitico di metabolizzazione del dolore.

Un ritorno pianificato a tavolino dopo lunghe ricerche effettuate all’insaputa dei suoi genitori adottivi, per ritrovare se stesso e conoscere la verità sugli assassini.

Il piccolo scampato desidera piangere sulla tomba dei suoi cari, gridare il proprio nome nella lingua materna, riannodare il filo della sua vita spezzatosi drammaticamente in quel maledetto giorno di maggio.

E quel filo si riannoda, prima ancora che sulla tomba dei suoi cari, sulla strada nei pressi della casa natale dove si era sparso il sangue dei suoi familiari.
Così l’autore ci descrive quel momento:

Si appoggiò con entrambe le mani al suolo,che l’erba rendeva morbido. Con forza vi affondò le dita della sinistra, tirando su un pugno di terra. Con la destra tirò fuori dalla tasca un fazzoletto, lasciò cadere la terra in esso, l’avvolse con cura, fece dei nodi, affinché non si aprisse e se lo rimise in tasca.

In quel pugno di terra c’è la ragione di un ritorno, che vuole pace e giustizia.

La guerra in quei luoghi non è mai morta, così  recita un antico proverbio balcanico L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole. Peppe ha vissuto uno dei tanti momenti di guerra fratricida che hanno insanguinato per secoli la terra jugoslava, una realtà che, a conflitto concluso, tutti si affrettano a seppellire sotto la coltre dell’oblio. Con rancori e ritorsioni pronti a divampare al minimo soffio di vento.

Ma Peppe è stato cresciuto nell’amore di un’adozione voluta e vissuta con responsabilità e dedizione: un amore che gli ha permesso di recuperare una sua identità priva di qualsiasi traccia del livido colore della vendetta. Sono i genitori adottivi i veri artefici della trasformazione di Jusuf in Peppe. E Peppe, consapevole della loro grande sensibilità, con il suo apprezzamento restituisce loro la vera identità di genitori.

Un ritorno alla vita, quindi, che passa per l’amore oltre che per il dolore. L’amore per Rada, un amore che è un ritorno. Un amore potente, capace di attraversare dolori infiniti ridando linfa alla speranza di

Ricordare il passato, dimenticarlo nel presente…

Un romanzo, questo di D’Alessandro, che ci racconta una Bosnia, descritta con attenta precisione documentaria, sofferente per ferite ancora sanguinanti e tormentata dagli orrori passati, ma che parla anche di amore come unico antidoto all’odio.

C’è tanto amore in questa storia, amore e speranza: l’amore strappato dalla  furia omicida, l’amore familiare fatto di accoglimento e riconoscenza, l’amore desiderato di un uomo per la sua donna, l’amore che cancella differenze sociali e religiose.

In un’unica, accorata preghiera. Quella per la vita e per la pace.
                                                    

Annamaria Torroncelli
Foto (1)
copertina del romanzo

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