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Arte e Arteficio (prima parte)

La poesia nomina per la prima volta il mondo, e sempre lo rinomina per la prima volta, a prescindere dal secolo o dal millennio in cui viene alla luce

01/04/2015, 18:33 | Arte e Cultura

Da sempre l'uomo trasforma e modifica il mondo, ma lo sviluppo abnorme delle tecniche che abbiamo creato sta oggi rendendo irriconoscibile il mondo. E noi stessi come ospiti del mondo. Viviamo oramai, e sempre più vivremo, in paradisi artificiali dove, a fronte di indiscutibili vantaggi, la verità è uscita di scena. Ed anche la menzogna è uscita di scena. Magari ci fosse la menzogna, perché la menzogna presuppone la verità, ma la realtà è che sono entrambe uscite di scena. Sta qui l'origine di tutti i nostri mali. In pratica stiamo diventando delle macchine.

Poesia (poiéin) significa produrre, con chiara allusione al mondo del lavoro e della tecnica. La stessa parola latina ars (arte) corrisponde alla parola greca téchnè (tecnica), e ciò immerge inesorabilmente le Muse nella problematica tecnologica. C'è tuttavia da dire che la tecnica, all'origine, aveva valenze opposte a quelle che si sono affermate successivamente. Quelle  valenze non avevano nulla a che vedere con l'artificio o con la manipolazione.

Nel suo statuto originario, la tecnica appartiene all'ordine naturale delle cose. Nasce e si sviluppa negli orizzonti della natura stessa. Se pensiamo alle strategie, agli espedienti e agli accorgimenti posti in essere dalla natura, dobbiamo necessariamente concludere che la tecnica sta nella vita, ed anzi è la vita stessa. Inammissibile pertanto sfruttare questo termine per giustificare il nostro andare contro la vita. Téchnè significa mettere le mani in pasta nei processi creativi del creato. Ebbene, questo non è artificio, non è andare contro natura, bensì assecondare i disegni della natura, collaborare con i progetti della vita. Un conto è la tecnica, un altro è la degenerazione della tecnica con cui stiamo manipolando la natura e la vita.

Ci giustifichiamo dicendo che il verbo produrre (nella fattispecie produrre arte, o poesia) significa inventare, dando a questo termine il significato improprio di una finzione, di una costruzione arbitraria e artificiale della fantasia. Io non sono d'accordo. Lo sostengo da tempo, ma ora anche nell'ambito di un manifesto culturale, Il Bandolo, nato da poco, con oltre cento firmatari tra poeti e artisti diffusi su territorio nazionale. Che cosa sostiene Il Bandolo? Sostiene di smetterla con l'eccentricità, con l'autoreferenzialità e con il narcisismo di un'arte avvitata su se stessa. L'arte deve scuotere le coscienze e non bearsi vanamente del proprio virtuosismo.

Il riferimento non è all'arte contemporanea, ma a quel manierismo della modernità che va sotto il nome di Postmoderno (anche se fra le due fasi c'è continuità, indubbiamente). E mi piace contestare l'uso improprio che si fa del termine inventare. Su basi etimologiche lo contesto, perché inventare deriva da invenire, e invenire significa scoprire, rinvenire, trovare cose che esistono, cose che sono nascoste, ma che ci sono realmente e non sono frutto dell'immaginazione, di un esercizio escogitato per passare il tempo. Poesia è rivelazione, è nominazione sorgiva delle cose. Ben venga il gioco, ovviamente, purché sia un gioco costruttivo come quello dei fanciulli, e non un gioco evasivo come quello dei nullafacenti.

La poesia nomina per la prima volta il mondo, e sempre lo rinomina per la prima volta, a prescindere dal secolo o dal millennio in cui viene alla luce. Essa fa nuove le cose, fa nuova la vita, perché se ne stupisce, ne coglie e ne illumina il valore. La poesia è verità, è ascolto dell'Essere. Non si può scrivere, né dipingere o scolpire, senza questa autenticità, senza questo ascolto dell'Essere. So bene, dicendo ciò, di pormi contro una tradizione millenaria, risalente se vogliamo a Platone, il quale nella sua Repubblica pose fuori dalla città ideale i poeti e gli artisti, definendoli filodoxoi, ovvero amanti degli spettacoli anziché della verità, come a suo parere sarebbero i filosofi. E questo è un bel pregiudizio.
C'è da dire, a discolpa di Platone, che in una sua opera giovanile, lo Ione, egli aveva esaltato il canto dei rapsodi, in quanto tutt'altro che frivoli e divinamente ispirati dalle Muse.

Franco Campegiani
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