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Napoli: "Vite all'incrocio" di Giuseppe Procaccini a Belvedere Villa Carafa, di Massimo Milza

27/09/2021, 12:32 | Arte e Cultura

Il magnifico scenario di Belvedere Villa Carafa, a Napoli, dove lo sguardo del visitatore si apre sull'incantevole bellezza  del mare di Margellina  e abbraccia tutto il Golfo di fronte all'isola di Capri, ha fatto da location alla presentazione in prima nazionale dell'ultimo romanzo di Giuseppe Procaccini, Vite all'incrocio (Nemapress edizioni).
 

Certo, non deve essere stato intenzionale da parte degli  organizzatori il contrasto tra  l'inno alla vita che si dipana da un luogo dove si fondono le meraviglie dell'arte, della musica, della cultura e della natura, e l'incipit del romanzo di Procaccini, dove l'Autore ci introduce  nella desolante e grigia sala d'aspetto  di un medico che ha scelto di esercitare la  sua professione non in difesa della vita, ma per assecondare  la volontà di morte dei suoi “assistiti” che ne richiedono l'aiuto per compiere l'estremo passo.
Questa è l'agghiacciante immagine che fa da sfondo all'incontro di Michele e Gianna, i due protagonisti della storia, giunti a quel punto della propria esistenza perché affranti dal dolore, l'uno, di sentirsi involontario complice della morte di un giovane ciclista, l'altra per l'insopprimibile rimorso di aver deliberatamente scelto l'aborto del figlio mai nato.

Da questo incontro fortuito il romanzo parte per poi  snodarsi lungo le tracce della vita dei due personaggi, attraverso i ricordi delle persone e dei luoghi che hanno conosciuto e  incontrato.
Il  lettore viene così trasportato dallo scrittore  in un tour che attraversa il Bel Paese pressoché in  ogni suo angolo, dall'Abruzzo alla Toscana, da Bologna a Varese, passando per Roma e Napoli, e arriva fino alle estremità meridionali della penisola, con spiegazioni così dettagliate e colte dei luoghi, che fanno del romanzo anche un tour ideale dell'Autore tra ricordi  personali e immagini penetranti e suggestive di cose e persone, che denotano da un lato, l'abilità descrittiva dello scrittore, e dall'altro anche la sua approfondita conoscenza delle vicende storiche e artistiche del nostro Paese, intrisa a volte anche di sottile ironia.

 

Sì, perché Procaccini nella sua attività pluriennale al servizio dello Stato non si è limitato al solo assolvimento “con onore” dei  compiti istituzionali propri di un grand commis,  ma ha scavato  a fondo nelle realtà che ha visitato,  approfondendo la storia dei luoghi al pari di quella delle persone, da quelle “comuni”, come gli amici d'infanzia o di studi, fino ai personaggi più elevati visti da vicino: tutti osservati con eguale rispetto e con la bonomia che le sue ascendenze partenopee lasciano trasparire anche nel racconto delle vicende  di Michele e di Gianna  e della loro iniziale, insopprimibile “fatica” di vivere. E come Flaubert poteva asserire “Madame Bovary c'est moi”, ugualmente nelle pagine di Vite all'incrocio si avverte che alla sofferenza dei due protagonisti l'uomo Procaccini non è estraneo, ma anzi la vive dall'interno, per le tante vicende che lo hanno temprato.
 

E la tempra dell'Autore dà coraggio anche ai suoi personaggi, sicché l'immagine deprimente di sconforto e di rassegnazione  che pervade i due protagonisti all'inizio della storia  pian piano si trasforma in una tavolozza di colori, nella quale Procaccini, come un novello Ulisse dantesco, reso “della vita esperto e de li  vizi umani e del valore”, sospinge il lettore, insieme ai personaggi del romanzo, oltre le “colonne d'Ercole” del rimpianto e del rimorso, perché (questa è la morale che ricaviamo dalla storia) l'animo umano, per sua natura, va oltre qualsiasi  sofferenza e angoscia lo colpisca, e l'amore per la vita si afferma, inesorabilmente, contro qualsivoglia  avversità  tenda a sopprimerla.

 

.FOTO: Sala di Villa Belvedere Carafa. Massimo Milza (a sinistra) con Giuseppe Procaccini 

Servizio fotografico di Claudio Milza

 

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