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Franco Loi poeta dell' Essere, di Pasqualina Deriu

11/01/2021, 11:18 | Arte e Cultura

Franco Loi il grandissimo poeta, seconda metà del ‘900/2000, ci ha lasciato aprendo un grande vuoto nella comunità poetica e letteraria e nella comunità civile. Di lui hanno scritto in tanti, da Sereni a Fortini, Isella, Mengaldo, Segre, Raboni e altri recentemente.

Ma della sua poesia, non come critico naturalmente, ma come soggetto del fare poetico, ha scritto tanto lui stesso, nei versi e nei saggi. Quasi tutti i grandi poeti del resto rivelano o fanno intuire la loro concezione della poesia e la strada che si percorre dall’apparire dell’idea alla scrittura. Loi sostiene che questo percorso è molto duro e faticoso.

E’ il fare (come per i greci) per cogliere il moto che proviene dall’interiorità, individuale o collettiva, moto che deve piegare la lingua e che contemporaneamente piega il poeta, lo trasforma: Oh, scrìv l’è la paura, un buff del fia/ o l’aria che cuj man cèrcum tucà,/ fantasma l’è del corp e de la vita,/ o l’umbra al tò pensàm cum’ un sugnà…/ se scriv ‘me pientà j ung nel cor de l’aria...( Oh, scrivere è la paura, un soffio del fiato/ o l’aria che con le mani cerchiamo toccare,/ fantasma è del corpo e della vita,/ o l’ombra al tuo pensarmi come sognando…/ si scrive come piantare le unghie nel cuore dell’aria…).1 Immagine potente, il moto giunge portato dall’aria e il  gesto dello scrivere è simile al graffiare il cuore dell’aria con le unghie. Franco Loi definisce così la poesia: < ...un movimento che attraversa l’uomo: scrivo movimento perché “emozione” nasce da “moto” >.2 Un movimento/sentimento dunque che non è diretto alla coscienza perché la razionalità spegne il sentimento che è qualcosa che avviene dentro e che va dritto ai sensi o al cuore e questo sentimento è tanto più forte se proviene direttamente dall’inconscio.

Del resto Loi è un buon conoscitore di Jung. Egli cita spesso anche Marina Cvtaeva, la grande poetessa russa con la quale, a mio avviso, Franco Loi ha molto in comune proprio nel modo di sentire. Lei sostiene che la poesia è qualcosa, o qualcuno che dentro di noi vuole disperatamente essere. Anche Franco Loi usa molto la parola “essere”, l’esprimersi egli dice presuppone un essere che non va confuso con l’io, anzi più quest’ultimo è spropositato tanto più sovrasta il nostro essere. Solo il bambino si esprime col proprio essere, perché non ha un io fortemente sviluppato e per questo come dice anche Pascoli può guardare le cose con stupore.
Ecco ma come fa il moto a divenire parola che è il mezzo con cui si può esprimere il sentimento, Loi sostiene che è < nel rapporto dell’essere con il mezzo espressivo che nasce “lo specifico” del mezzo. >3 ed è qui che il poeta prova lo stupore perché scrive e non sa quello che scrive.

Soprattutto non sa come tutto ciò che sente prende un ordine e si collega nelle parole. Ecco come descrive nei suoi versi lo stupore per quanto gli arriva dalla sua profondità e anche la grande difficoltà a ordinare, a dare senso alla materia: Dunca, ragassi, ghe n’u de cuntav/ tanti, ma tanti.. Sun tutt un remesciun!/ L’è che ghe vor passiensa. Tirà fora el bun../ El bun.. bun e cattìv.. Disèm, quèl che vegn../ Duma, vèghen no de pressia, urdenà,/ tirà fora i busciun vun a la volta,/ inscì, ‘me te vegnen, no per cas, o piasè,/ ma cume quèj che, per simpatia,/ se cerchen la man e, tucc insèma,/ ‘me se dis? fàn cupagnia, e l’urdin/ l’è da no de tì ma delur, che la man/ te la ciàppen, te tìren drent,e tì,/ nel giogh, magara, te se divertet,/ te se perdet, te se slarga j occ, ma lur,/ in lur che squasi te cumanda.. Cià, tì,/ vén chì, palpa de chì, sposta de là,/ mis’cia… Insoma, po, se vurì de mi../ por tandanun? ( Dunque, ragazzi, ce n’ho da raccontarvi/ tante ma tante. Sono tutto un rimescolio!/ E’ che ci vuol pazienza. Tirar fuori il buono../ Il buono.., buono e cattivo.. Diciamo, quel che viene../ Soltanto, non aver fretta, riordinare,/ tirar via i tappi uno alla volta,/ così, come ti vengono, non per caso, o a piacere,/ ma come quelli che, per simpatia,/ si cercano la mano e, tutti insieme,/ come si dice?.. si fanno compagnia, e l’ordine/ è dato, non da te, ma da loro, che la mano/ te la prendono, ti tirano dentro, e tu,/ nel gioco, magari, ti diverti,/ ti ci perdi, ti si allargano gl occhi, ma loro,/ sono loro che quasi ti ordinano.. Sù, tu,/ vieni qui, tocca di qui, sposta di là,/ mescola.. Insomma, poi cosa volete da me,/ povero gnoccone?...)

4  E’ praticamente il suo inconscio < che rivela ciò che lui non sa, che non cade sotto la sua padronanza, gli rivela quante funzioni si accumulano dentro l’essere senza che ne abbia coscienza >.5 Si può aggiungere che anche la parola che si incarica di esprimere la materia è una parola emozionale perché deve appunto esprimere pienamente l’emozione provata e < ...la parola non ha più solo la valenza della parola in sé, ma anche degli effetti che derivano dallo stare vicino  all’altra. >6 la cui variazione tra l’altro ne cambia il senso. E ancora è importante rilevare che in questo percorso una cosa importantissima sono i suoni, sono loro che giungono trasportati dall’aria, dal fiato, i portatori del movimento, e per recepirli è necessario mettersi in contatto con se stessi, con la profondità del proprio essere per recepire le cose più vere, che non sono dettate certo da parole intellettualistiche, ma dal nostro essere. Ungaretti aveva creato la metafora del Porto Sepolto ( realisticamente quello di Alessandria d’Egitto, ma metaforicamente il proprio inconscio) nelle cui profondità il poeta-palombaro si cala per trovare le verità.
La sonorità della parola, del verso, che per Loi è l’espressione del movimento verso l’unità delle cose, del mondo (Universo) è ciò che fa la poesia. Egli scrive:".
La sonorità della parola, del verso, che per Loi è l’espressione del movimento verso l’unità delle cose, del mondo (Universo) è ciò che fa la poesia. Egli scrive: <L’etimo di versus è un radicale indoeuropeo che fa ver che significa melodia… un’origine etimologica che avvicina al canto, alla melodia appunto… si potrebbe persino dire che i contenuti sono indifferenti alla poesia e il poeta sente l’allegrezza della poesia proprio perché è indifferente il contenuto...>.7

7Franco Loi, ma anche Marina Cvetaeva, e possiamo aggiungere Majakovskij sono spoeti che ricevono gli impulsi alla creazione a partire dal loro essere. Quest’ultimo dice di udire un suono sordo durante la creazione poetica, Cvetaeva afferma di scrivere con l’orecchio sempre in stato di ascolto del suo elemento naturale. Franco Loi recepisce il fiato, l’aria, mezzi che veicolano la materia che proviene dall’inconscio: significherebbe questo un annullamento della volontà del poeta? Certamente no, perché questi grandi poeti, che ci dicono di sentirsi come bambini, Loi, come si legge sopra si diverte, dice di sentirsi un povero gnoccone per la pressione delle forze creative, non si annullano di certo nel gioco con esse.

Possiamo intuire a questo punto perché Franco Loi usi una lingua dialettale che è il milanese, ma che è anche la base per un plurilinguismo dialettale, aperto al genovese, mitica lingua dell’infanzia, o al colornese dialetto legato alla madre. Ne L’Angel per esempio. E sempre meticciando con altre parlate esistenti a Milano, perché Milan, mia spusa de milanes furest (Milano, mia sposa di milanesi forestieri ), o con il latino o l’italiano. Ma soprattutto inventa. Una reazione al conformismo della lingua della tradizione, come già avvenne in Pasolini, non più in grado di poter esprimere autenticamente il reale? Certamente anche questo, per una lingua che si avvicinasse con cordialità alle cose, lingua dell’esperienza giovanile emotivamente adatta a recepire la materia che si agita dentro. Una lingua musicale, fonosimbolica, ricca di significati già di per sé e aperta alla comunione con il mondo, perché parola che nasce dentro le emozioni del vivere.
 

Il 7 gennaio, un’ora prima del funerale mi sono recata nell’abitazione di Franco Loi, in viale Misurata per un saluto:“ E’ bello” mi dicono le figlie Francesca e Maddalena, “E’ molto bello” ripeto. Lui se ne stava lì sereno, nel suo letto, elegante, nella sua altezza, nel suo vestito blu scuro e la camicia azzurra, con accanto la foto di sua moglie Silvana, mancata appena 3 mesi, e pareva dire: La mort te vègn adoss apian apian/ ‘me fa la luna quan’ la slisa i ca ( La morte ti viene addosso adagio adagio/ come fa la luna quando sfiora le case… ).


  Note

1 Franco Loi, Isman, Einaudi, Torino 2002, p. 4
2 F. Loi, La poesia secondo me, la Domenica de Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2015
3 Ibidem
4 F. Loi, L’Angel, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova 1981, pp. 30,31
5 F. Loi, La poesia secondo me, Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2015
6 F. Loi, Ibidem, 23 agosto 2015
7 Ibidem

 

 

 

 

PASQUALINA DERIU
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