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Emilio Masina, "La speranza che abbiamo di durare": un libro profetico, di Elvia Franco

07/01/2021, 11:39 | Arte e Cultura

Ho appena letto il libro di Emilio Masina "La speranza che abbiamo di durare". Mi sono sentita coinvolta sul piano emotivo e cognitivo. Sul piano emotivo, perché il libro, che si presenta nella forma della narrazione, permette di vivere dal di dentro la vita delle persone che racconta, insieme a quelle dello psicoanalista che le prende in cura e a cuore.
Sul piano cognitivo, perché fuori da un sapere astratto (per cui la psicoanalisi è proprio la psicoanalisi con il suo corpo dottrinario) ci si impadronisce di alcuni nodi fondamentali di questa disciplina, vivendoli. Per esempio il concetto psicoanalitico basilare di transfert e controtransfert lo si apprende vedendolo agire dal di dentro nella scena analitica, per esempio.
Con il resoconto oggettivo ogni forma di cultura appare come un corpo rigido, i cui contenuti sono fissati, ma che, fuori contesto,  risuonano estranei e più atti a prendere e dominare che non a partecipare e conoscere empaticamente.  Con ciò non dico che non siano anche necessari, ma deve essere presente anche l'aspetto della soggettività che è passione, responsabilità, fatica e palpito.
" La speranza che abbiamo di durare" racconta la via attraverso cui il dottor Mario Lorenzi è diventato quel bravo e sensibile psicoanalista che constatiamo nel libro e, intrecciato a ciò, è il racconto della pratica della psicoanalisi.

La via, che lo ha portato ad aprirsi il suo studio in un elegante quariere di Roma, viene da lontano, da quando a tre anni, il piccolo Mario, nascosto sotto una poltrona, guardava "con sorpresa, sgomento e furore" sua madre che allattava il fratellino appena nato.

Dopo la laurea in Medicina, decise di intraprendere il percorso lungo e irto di ostacoli, per diventare psicoanalista: anni di fatica e impegno. Le domande di ammissione e gli esami selettivi non di rado si svolgevano nella forma dell' arbitrio e del sopruso che non riconosce il merito, ma manda avanti i raccomandati o i pedissequi seguaci di qualche analista di grido.
Poi la lunga analisi didattica, che, se superata, portava al ruolo di "candidato" che poteva cominciare a cimentarsi con il training vero e proprio, basato sulla figura del "Tripode": quattro anni di seminari, la presa in cura di due pazienti  ( un uomo e una donna) e continue supervisioni.
Un percorso davvero impegnativo, anche sotto il profilo economico.
La pratica della psicoanalisi del dottor Mario Lorenzi ci mostra un professionista e un uomo che prende davvero a cuore i suoi clienti. 
Il libro racconta le vicende di Lavinia e di Giulio, che sentendosi addosso il mal di vivere, decidono di intraprendere il difficile  cammino della psicoanalisi, non quello oggi in auge delle scorciatoie terapeutiche che di terapeutico non hanno nulla. Di furbo, molto. Per lo meno di superficiale.
Nel lavoro con Lavinia e Giulio si dispiega lo splendore e la fatica del rapporto psicoanalitico  di transfert e controtransfert, che comporta un profondo coinvolgimento da entrambe le parti, ma che lo psicoanalista deve saper gestire, per stimolare la persona che ha in carico, verso la sua guarigione psichica, verso cioè  il ripristino della sua autonomia, del senso di responsabilità, della capacità di iniziativa personale e creativa.
Il "dottore", che deve coinvolgersi  e nello stesso tempo essere staccato, sembra davvero un nuovo eroe! E solo  anni di preparazione possono portarlo a maturare questo difficile atteggiamento, che, se comporta il fascino della immersione nella vita degli altri, comporta anche l'accettazione della sua solitudine.
Molto belle anche le pagine in cui "il dottor Mario" presenta e si relaziona con Luca, un bimbo autistico di quattro anni, che, a causa di una grave depressione della madre, sembra sia andato a vivere dentro una conchiglia o in un' isola impervia lontana da tutti.
Il  libro " La speranza che abbiamo di durare " termina con  la constatazione di questa nostra epoca liquida, perciò confusa, nichilista, e la  necessità di ritornare ai valori. Per "il dottore " sono quelli fondativi della psicoanalisi, non assunti però  come dogma, ma come terreno solido, l'unico che permette di camminare e andare avanti. E , a proposito del finale, luminosa è la figura del Minotauro. 
Ma questa la scoprirà il lettore..

 

ELVIA FRANCO
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