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I grandi classici: "I Borgia" di Alexandre Dumas, di Elsa Baldinu

a 150 anni dalla morte dell’autore (5 dicembre 1870).

05/12/2020, 15:07 | Arte e Cultura

La Storia è un puledro selvaggio: sono in pochi a domarla e indirizzarne la corsa.

La famiglia Borgia – e in particolar modo la “terribile trinità” Rodrigo-Lucrezia-Cesare – cavalca circa due secoli con impareggiabile abilità, tra sdegno e fascino: reazioni che solo il male ha il potere di conciliare.
 

Con la scrupolosa dedizione di uno storico, il romanziere Alexandre Dumas mostra nell’opera a loro dedicata – I Borgia (1837), per l’appunto – la proverbiale ambivalenza dei leaders, vere e proprie divinità laiche dal carisma letale, creature al di sopra degli eventi: uomini e donne dalla forte personalità, spesso capricciosi e passionali, su cui gravano le sorti planetarie.
 

Stirpe di origine ispanica, i Borgia dominano lo scacchiere politico mondiale tra XV e XVI secolo. Rodrigo Lenzuolo, giovane valenziano dallo “spirito vivace”, abbandona ben presto la tranquillità dell’anonimato, sedotto dalla vita pubblica: suo zio Alfonso – l’allora papa Callisto III – risveglia in lui la sete di comando: ecco che, complice il denaro, a partire dal 1492 Rodrigo si impone drasticamente sullo scenario nazionale e non, nelle vesti di Alessandro VI, il “duecentosedicesimo successore di San Pietro”. Sfruttando un nepotismo già collaudato dai propri predecessori, egli coinvolge l’intera casata in uno sfrenato assalto al potere: le diplomatiche nozze della figlia Lucrezia e le bellicose conquiste del figlio Cesare permettono una notevole espansione territoriale, che suscita timore e ammirazione oltre i confini dello stivale.  
 

Maestro indiscusso del feuilleton, lo scrittore francese plana sui fatti come un’aquila, stana i particolari e li restituisce al lettore, in una nitida visione d’insieme. Supportato da una ricca documentazione, riporta – non senza esprimere un giudizio personale – i diabolici piani familiari, sostenuti da mendaci alleanze, promesse tradite, bolle papali e indulgenze plenarie. Tuttavia, le aberranti colpe di cui si macchia la triade incestuosa sono ben altre: “partite di caccia, balli e mascherate” nascondono una torbida e insana condotta, fatta di corruzione, stupri e omicidi. Nessun mezzo, “nemmeno il più terribile”, è tralasciato nel perseguire uno scopo: in preda al più feroce istinto, i Borgia fanno scempio della penisola che, “vittima di tanti flagelli”, viene, come non mai, “disonorata da tanti delatori, [...] insanguinata da tanti criminali”. 
 

Sotto la guida oltraggiosa del trio, il mondo sembra condannato alla perdizione: ma ecco la svolta nel 1503. Dopo undici anni di regno, il pontefice muore del veleno destinato ai propri nemici; il duca Valentino spira poco tempo dopo, in battaglia, dopo una lunga prigionia, consegnato agli avversari con l’inganno; “la bella duchessa di Ferrara” muore d’aborto, acclamata, fino alla fine, da sudditi e poeti. I Borgia abbandonano così la partita, e le redini storiche passano ad altri.

Con ferma lucidità, Dumas racconta non soltanto il degrado dei costumi, ma specialmente la rovinosa perdita di valori promossa da chi, venendo meno ai propri obblighi, ha mancato l’occasione di essere d’esempio. Malgrado tutto, non basta una pecora nera a screditare un intero gregge: “non dimentichiamo che”, come afferma l’autore, “se il papato ha avuto i suoi Innocenzo VIII e Alessandro VI, che ne sono la vergogna, esso ha anche avuto i suoi Pio VII e Gregorio XVI, che ne sono la gloria”. 

ELSA BALDINU
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