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Oscar Wilde: l'immortale ritratto di Dorian Gray, di Elsa Baldinu

A 120 anni dalla scomparsa dello scrittore (30 novembre 1900).

30/11/2020, 16:09 | Arte e Cultura

 

Da sempre, attraverso la creazione artistica, l’uomo compete con la divinità, sfidando se stesso e le leggi del mondo: prima fra tutte, il tempo, l’oscuro meccanismo del divenire. Non c’è scoperta che possa rallentarne il flusso, né antidoto contro i suoi effetti: nessuno è immune, sotto questo cielo.
 

L’arte, dunque, si impone come estremo tentativo di sopravvivenza: è la sola forma di immortalità concessa al genere umano. Ma cosa accade se un assurdo sortilegio ne esaspera il potere? Oscar Wilde vi si interroga nel suo più celebre romanzo, Il ritratto di Dorian Gray (1890), capolavoro dell’estetismo dall’inconfondibile vena aforistica.
 

La trama è presto detta: un adolescente dall’incredibile bellezza esprime un desiderio bizzarro di fronte al dipinto che lo raffigura: “se fossi io a restar sempre giovane, e il ritratto a invecchiare!” (cap. 2). Da quel momento, per lui il tempo sembra congelarsi, mentre il quadro ne subisce il corso: la sua anima vi resta intrappolata, e la tela ne assorbe la depravazione (“Se uno sciagurato ha un vizio, questo si rivela nella linea della bocca, nella pesantezza delle palpebre e perfino nella sagoma delle mani”, cap. 12). Al contrario, la vita del protagonista assume tratti al limite della finzione: avvelenato da un libro, Dorian Gray sviluppa un bovarismo sempre più radicale, preferendo l’arte alla vita che, a detta sua, “è una gran delusione” (cap. 15).
 

L’arte è sempre frutto di un’insoddisfazione, e Dorian lo scopre ben presto, sotto la cinica influenza del suo nuovo amico, Lord Henry Wotton. La vita è difetto, accidente, caos; l’arte, al contrario, è perfezione, ricerca, ordine. Ecco che egli percepisce se stesso come un figurante dagli antenati letterari; ecco che l’esistenza gli appare come una messa in scena cui prendere parte, un dramma in cui tutto è lecito. “La vita è stata la tua arte”, afferma Wotton al termine della vicenda, “Hai musicato te stesso e le tue giornate sono i tuoi sonetti”. Di fatto, Dorian vive recitando la più crudele delle parti, certo che le conseguenze non lo toccheranno: abbandona ben presto l’originaria purezza per cedere ai crimini più aberranti, fino a macchiarsi di omicidio. La sua coscienza rimane a lungo sopita, ma si risveglia sotto il peso della colpa: trafiggerà il ritratto con un pugnale, provocandosi inaspettatamente la morte. Su di lui cala un misero sipario: il suo corpo, immerso nel sangue, recupera gli inevitabili segni del tempo.
 

“Non esistono libri morali o immorali”, dichiara l’autore nella Prefazione. Esistono, tuttavia, libri con una morale. Attraverso la propria opera, Wilde sembra suggerire che non ci sia scampo alla vita, né alle regole che la governano. Essa va vissuta con responsabilità, senza aggirare l’ostacolo. D’altro canto, l’arte non è consolatoria, bensì consolante: non omette i mali del mondo, ma li sublima, ricongiungendoci a essi con una nuova consapevolezza. Chi li rifugge, resta ferito; chi li accoglie, anche. Ma è questo il bello della vita, e l’arte non è che un meraviglioso tentativo d’imitazione.

ELSA BALDINU
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