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Finisterra:comincia una nuova avventura, intervista a Corrado Calabrò, di Anna Manna

03/06/2020, 11:00 | Arte e Cultura
Anna Manna con Corrado Calabrò

La letteratura marittima del 500 portoghese è ricca di modi di dire affascinanti e coinvolgenti per un lettore che volesse immergersi in quelle lontane storie di naufragi e tempeste. Ma una frase rimane veramente scolpita nel cuore, una volta scoperta la magia dei viaggi verso le scoperte: “A terra se acaba e o mar começa : Qui finisce la terra e comincia il mare”. La usavano all’epoca dell’Infante D. Henrique che aveva posto la sua base operativa nell’estremo sud del Portogallo, in una lingua di terra dell’Algarve protesa sul mare, un angolo estremo d’Europa, battuto costantemente dai venti e dalle onde.  ( vedi : Silvano Peloso, Al di là delle Colonne d’Ercole. Madera e gli Arcipelaghi atlantici nelle Cronache italiane di viaggio dell’età delle scoperte, Viterbo, Settecittà, 2004).
La frase poi diventò un modo di dire, un modo di affrontare i viaggi.
Che non vuol dire soltanto qui finisce la terra e comincia il mare, ma sintetizza lo stato d’animo di chi parte all’avventura, alla conquista del mare, lasciando a terra tutto, ma soprattutto le regole e le leggi della terra ferma. Per affrontare lo sconosciuto, l’inconoscibile, la terra promessa, e la terra negata, la terra sperata e la terra che non c’è.
Questo concetto affascinante ma anche pieno di inquietudine, fortemente reattivo ma venato di una struggente nostalgia, é sicuramente applicabile al momento storico che stiamo vivendo. Il già conosciuto è scomparso, appartiene ormai al passato, ci aspetta un mondo diverso, una città diversa, un sistema di relazioni diverse. Forse soltanto la poesia può descrivere lo stato d’animo di noi tutti diventati naviganti di un mare che può diventare la nostra fortuna ma non ne siamo certi, un mare dell’anima in cui navighiamo a vista. Chi meglio del Poeta del mare per eccellenza può accompagnarci in questa inusitata navigazione ?

Il Poeta CORRADO CALABRO’ scivola nel mare con versi indimenticabili che conservano il senso dell’avventura e si avvolgono del velo della Saudade, la nostalgia.

D. Una ricerca spasmodica, un nuotare nel mare del presente per raggiungere la terra promessa. Un altrove che è altro da sé, ma anche e comunque un paesaggio noto e conosciuto. A volte, leggendo le tue poesie, sembra di scorgere una divinità, una dea, una meta nascosta tra gli alberi, tra le foreste, oltre l’orizzonte. Che non risponde, eppure c’è. Corrado questo Altrove, questa Dea mitica e irraggiungibile è la Natura stessa? Questo dialogo muto è il tuo contatto con la natura? Quanto vale per te  il paesaggio?

R. Anche certi spettacoli della natura mi hanno provocato una sensazione di bellezza così forte da essere quasi angosciosa. E ci sono visioni naturali che mi mancano ancora, ogni giorno. Roma è divenuta la “mia” città, una città che adoro e che mi ha dato tanto. Eppure ogni mattina quando, appena sveglio, apro le imposte della mia camera, avverto un senso di privazione, del quale, ancora assonnato, ogni volta non capisco la ragione. Un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, il mare che vedevo da qualsiasi finestra, da qualsiasi balcone, da qualsiasi terrazza della mia casa di Reggio. Il mare che giungeva a lambire la soglia della mia casa di campagna a Bocale, per cui, uscendo dalla porta, entravo direttamente nel suo grembo.

Certo -come ha giustamente osservato Carlo Bo- nella mia poesia il mare (insieme al vento) svolge la funzione di organo, di sottofondo, di contrappunto, d’ampliamento del tema, come il coro nella tragedia greca. Il mare fa da specchio, da pantografo, da lenimento ai miei sentimenti, è anche una mimesi dell’affidamento all’amore che ci lambisce e ci sfugge. Le ragioni per cui l’amore nei miei versi è sempre aspettazione o rimpianto sono probabilmente che l’amore –anche l’amore più realizzato- è sempre piccola cosa rispetto a quel desiderio d’immenso che avvertiamo nel momento in cui ci innamoriamo: S’inoltrano in mare gli amanti / come Alice entrava nello specchio; / cercano dimensioni al loro amore / – di sé perdutamente innamorato -/che siano almeno a misura d’oceano. /Ma prima o dopo tornano alla riva / portando, a dondolo, un secchiello d’acqua. / Un po’ come l’amore è la poesia. (Il vento di Myconos, “Una vita per il suo verso”, Mondadori, 2002).
Nell’amore vissuto – anche in quello ricambiato, in quello che comunemente si ritiene “felicemente” vissuto- c’è uno scadimento di tensione, della propensione a generare qualcosa di assolutamente nostro, di nuovo, di mai visto, a coniugare “l’altro-da-se” con noi e noi con “l’altro da sé” fino ad andare oltre la pur positiva realtà di una coppia che interagisce, a sublimare il sentimento fino a superare la soglia / oltre la quale si smarrisce l’anima (L’angelo incredulo). E’ talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi. Racconta Platone (nel Convivio) che in principio gli uomini erano l’uno e l’altro.
Un giorno Zeus, volendo castigare l’uomo senza distruggerlo, lo tagliò in due. Da allora ciascuno di noi è il simbolo di un uomo, la metà che cerca l’altra metà, il simbolo corrispondente. Per curare questa lacerazione Zeus inviò Amore, colui che cerca di medicare l’umana natura riconducendo all’antica condizione, cercando cioè di fare uno ciò ch’è due. La metà separata cerca l’altra parte incontentabilmente, finché non la trova. La trova? Raramente. La cerca? Certamente. L’amore ci rivela la nostra incompletezza e il bisogno d’integrarci nel rapporto con l’altro. L’altra-da-sé ci manca perché e finchè non si realizza l’incontro, l’incastro. Ci manca quando l’intesa non c’è più. Ma ci manca, comunque, nella misura del divario intercorrente tra la nostra aspettazione e la realizzazione del rapporto, di qualsiasi rapporto. L’amore, insomma, ci manca sempre, in qualche misura. C’è una potenzialità enorme nel sentimento d’amore in incubazione. Ma è proprio l’impossibilità di far coincidere la potenzialità con la realizzazione a far scattare e ad alimentare l’amore, come tentativo-irrinunciabile (a pena di rinunciare, ci sembra, alla ragion d’essere della nostra stessa vita) e inattuabile- d’immedesimarci con l’altro-da-sé. L’amore è figlio di povertà (pe??a) afferma Socrate. Se esiste una ragione perch’io t’ami / ci sei nella misura in cui mi manchi si legge nel mio Marelungo. (“Poesie d’amore”, Newton & Compton, 2004). La reciprocità dell’amore nasce dal rapporto speculare, non da una proprietà commutativa dell’amore (l’amore inclina piuttosto alla proprietà transitiva).

E in un giuoco a rimando di specchi, molti sono gli inganni dei sensi e vi è annidato ogni giorno il rischio della delusione, se non della disillusione. In realtà più che la persona amata amiamo l’amore. L’amore si manifesta col bisogno della parte mancante al senso-non senso della nostra vita. Senza amore non si conosce appieno la nostra realtà esistenziale. L’amore è un’ultrarealtà, è un protendersi oltre l’effimera concretezza del nostro quotidiano; esprime la tendenza al prolungamento, alla procreazione (ch’è una forma di creatività), alla rigenerazione dell’essenza fuggevole del nostro passaggio su questa terra. Ma l’immedesimazione con l’altro-da-sé è una scommessa sfuggente. Come la poesia, appunto; e come il mare. Sentire il bisogno di andare oltre e rendersi conto che al di là del rapporto con la persona amata non c’è un altrove, questo è l’amore
Ma più che mai…

E’ una realtà deprivata, quindi, l’amore rispetto al suo potenziale che ci aveva sgomentati come un oceano ignoto, come un viaggio interplanetario. Ma il fatto che, al limite, l’amore possa sopravvivere al rapporto (alla sua inadeguatezza e persino al suo venir meno) offre all’amante una risorsa di cui l’amata non lo può privare: Ma c’è una cosa che non puoi riprenderti: / l’amore che al di là del capolinea / dei miei percorsi inconsci, / quest’amore che al margine estremo / della mia identità hai spalancato, / non ha bisogno della tua presenza. / Io me lo stringo addosso col lenzuolo / che mi fa da vela e da coperta. / C’è una soglia per ogni privazione: / l’eccesso, di per sé, ci anestetizza. // Dal tuo scaltrito volto di fanciulla / dal tuo corpo acerbo e irrequieto / da te stessa il tuo amore mi protegge. / Di quest’amore tu sei stata l’esca; / ma il legno che brucia, di se stesso, / delle sue stesse fibre s’alimenta.

D. Questa nuova avventura nel mondo di tutti noi ha dunque un senso se troviamo l’Amore,la capacità di comprenderci, di sentirci simili. La strada per raggiungee questa capacità di amore quale può essere, forse la poesia?

R. L’amore è forse la principale porta della poesia.
L’amore rompe la scorza del nostro ego, ci spinge a uscire dall’incomunicabilità e, al tempo stesso, nel momento cioè in cui avvertiamo un’immagine nuova di bellezza – un’immagine che vediamo noi soli-, ci spinge ad usare un’espressione inedita, tutta nostra, forse indicibile, per esprimerla. Ci spinge, quindi, alla creatività. E’ talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi.

D. Che funzione può avere oggi la poesia in un mondo in cui si parla tanto?

R. La logorrea dilagante porta alla superficialità e alla convenzionalità nella comunicazione di massa. In politica la facilità di parola premia la faciloneria. Si parla “intorno” ai problemi, non si entra mai nel merito. Si rifugge da ogni approfondimento, si omette persino di verificare la verità delle affermazioni fatte all’impronta, se non con improntitudine.
La televisione ha abituato i telespettatori all’uso fluente della lingua italiana; ma li dissuade dal pensare, dal riflettere, dal cercare risposte che non siano semplice marmellata verbale.
Il bisogno della poesia nasce dalla scontentezza della banalità, dell’ovvietà dell’espressione. La poesia tende a dire qualcosa che è al di là del convenzionale: è un’operazione di chirurgia estetica che asporta la cateratta mentale per farci vedere quello che guardavamo con gli occhi opacizzati dall’abitudine senza percepirlo.

D. La ricerca poetica, l’ansia dell’altrove, è dunque un percorso dalla terra al cielo, dall’immanente al trascendente? L’ansia religiosa è anche l’ansia del poeta?

R. In poesia, come nella mistica religiosa, alla scala di Jacob si tende ad aggiungere sempre nuovi scalini in funzione del desiderio di salire. Un desiderio inesauribile, come quello che spinge a scalare l’Himalaya, il K2, persino senza bombole d’ossigeno. “Su / su / ancora un colpo d’ala/ fin là dove l’ossigeno ci manca”, dice una mia poesia.

Lo stesso desiderio che spinge ai voli interplanetari. Ma è sconosciuta, non percepita nella sua fondamentalità, la stessa realtà che ci circonda e permea nel nostro quotidiano, la realtà di cui siamo fatti. Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo colori, sentiamo suoni, odori, sapori: in realtà esistono soltanto vibrazioni, onde con diversa frequenza e lunghezza, particelle con funzioni d’onda. Quella dei nostri sensi è una percezione olografica di un’ultrarealtà che ci sfugge.

D. Serve di più all’umanità la visione piatta, olografica, della realtà o piuttosto il miraggio?

R.Per ciascuno di noi il mondo “esterno” esiste solo nella misura in cui il nostro cervello lo percepisce. Il nostro cervello: questa piccola, immensa cosa, che ha più connessione tra i neuroni di quante stelle ci siano nel firmamento.

Per camminare l’uomo deve guardare per terra. Ma l’uomo non cammina a quattro zampe. E’ una creatura eretta, non un animaluccio a due zampe. E’ fatto per  alzare gli occhi al cielo stellato. Può rinunciare al tentativo inesaurito di cercare di comprendere, anche solo con gli occhi della mente, l’universo di cui noi siamo solo una parte infinitesima, ma inspiegabilmente preordinata a intendere il tutto?

D. La poesia, la cultura può aiutare i popoli alla comprensione reciproca?

R.Conoscere la storia, la cultura propria e quella degli altri popoli porta a intendere la matrice comune dell’umanità, per la quale la poesia dei lirici e dei tragici greci, le statue greco-romane, le opere dei grandi storici dell’antichità, le scoperte e le ricerche scientifiche dei nostri tempi sono tutte contemporanee, sono tutte nostre, sono per noi, sono  di ogni uomo d’oggi che ne riscopra la bellezza e la verità, a qualsiasi razza o Stato egli appartenga, qualsiasi convinzione religiosa egli professi o meno.

“Homo sum, nihil humani a me alienum esse puto”, scriveva Seneca. Ma homo sapiens, non ebbro di delirio di onnipotenza perché ha un fucile mitragliatore in mano, che crede il mondo sia cominciato e finisca con lui.
 
Ma voglio concludere riprendendo il concetto che hai espresso all’inizio della tua intervista : A terra se acaba e o mar começa, Qui finisce la terra e comincia il mare.

Molte mie poesie esprimono questo desiderio di affrontare il mare, di sfidare la vita, di tentare ancora l’avventura dell’amore che si rinnova. La più nota è Lo stesso rischio (“Poesie d’amore”) di cui tu citavi un verso:

Razionalmente, certo, il mare è un rischio;
ma io non l’ho mai sentito come tale.
Il mare va preso come viene
così, con la sua stessa inconcludenza :
portando verso il petto, a ogni bracciata,
un’onda lieve che non si trattiene. (...)


Ma ce ne una che si riferisce proprio a Finisterre, quella località del Portogallo cui tu accenni e ch’è il punto più occidentale dell’Europa, al di là del quale c’è solo l’oceano (Atlantico):

A luna spenta
Da qui
dove il mare segnava il finisterrae
da qui tendere ad arco il trimarano…
Ah, Michelle, come strappa la randa!
Come un arco fiondato nel vento
senza avere di mira un finismaris…
Certo che non siamo senza freni,
Michelle, siamo in volo frenato! (...)

 

ANNA MANNA
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