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“L’isola delle madri”, di Maria Rosa Cutrufelli: per salvarci dalla malattia del vuoto, di Neria De Giovanni

15/04/2020, 20:13 | Arte e Cultura

“Anche se inavvertito, uno spettro cammina al nostro fianco”. Con questa frase di Rachel Carson si chiude la “Piccola nota a margine” che Maria Rosa Cutrufelli ha voluto aggiungere al suo ultimo romanzo “L’isola delle madri” (Mondadori 2020, pp.235, 18 euro), parole che sembrano descrivere la situazione attuale in cui un morbo invisibile è veramente al fianco delle nostre vite, in tutto il mondo...

Leggendo questo romanzo più di una volta sono sobbalzata perché la vicenda narrata ha il sapore di una premonizione. D’altronde i veri scrittori, gli intellettuali sensibili completamente dentro il flusso della storia, sono come dei radar che intercettano problematiche con cui l’umanità deve fare i conti. E così una vecenda con personaggi e intreccio frutto di fantasia, miracolosamente produce bagliori verso un futuro che “purtroppo” assomiglia tanto al nostro travagliato e “contagiato” presente.
 

La modalità narrativa scelta della Cutrufelli è più che sperimentata: l’io narrante, che soltanto alla fine si scoprirà chiamarsi Nina, al suo diciottesimo compleanno racconta la sua singolare nascita, lei figlia di tre madri, di Sara e insieme di Mariama e Kateryna.
Ma c’è anche Livia, archeologa, personaggio chiave del romanzo che così sintetizza: “la repubblica delle madri, diceva Livia scherzando, mamma uovo, mamma canguro e mamma giardiniera”.
Lo scenario è apocalittico,  si parla di un “grande vuoto”, di una epidemia mondiale che sta conducendo l’umanità verso il baratro. La sterilità invade il genere umano e nessuno capisce come mai sia accaduto. O forse è fin troppo chiaro. Infatti i personaggi si muovono in un mondo in cui la plastica ha soffocato la natura, in cui le attività contadine, l’alimentazione naturale, sono stravolte da biotecnologie sempre più invasive che producono organismi modificati e nocivi.

 

L’isola delle madri è la Sicilia evocata grazie al mito di Demetra, la madre della natura in cerca della figlia Persefone. Il mito delle due dee che si rincorrono come l’alternarsi delle stagioni, fa da sfondo e da eco alla vicenda da cui emergono lentamente le vite delle protagoniste che arriveranno ad intrecciarsi e a confluire nel progetto che dà vita all’io narrante.

Kateryna è la prima a sbarcare nell’isola, viene dall’Europa orientale e porta con sé il figlio Petro, è una brava infermiera. Lavora all’unità tecnica per la fecondazione e riproduzione umana in quella che viene definita “la casa delle donne”. Poi viene Mariama, arrivata coi barconi dopo aver attraversato mezza Africa e avere sopportato le violenze di uomini aggressivi e disperati. Scappa dalla fame e dalla guerriglia e  il Colosseo, così chiamano il villaggio dove si interviene sulla sterilità, la accoglie pronto a inserirla in una delle tre categorie di mamme che servono ormai per procreare un figlio: la mamma uovo, chi offre il proprio ovocita, che per Nina sarà Kateryna, la mamma canguro, dove viene impiantato l’uovo fecondato,  che sarà Mariama e la mamma giardiniera,  cioè colei che doveva crescere il bambino, sarebbe dovuta essere Livia l’archeologa tornata nell’isola dopo tanti anni per un convegno su Demetra. Non vorrei narrare troppo dell’intreccio di questo libro, ma accenno soltanto al fatto che contrariamente a quanto Livia auspicasse non sarà lei a crescere Nina bensì Sara, la direttrice della casa delle madri.

Il dottor Weaver, biologo famoso, è colui che ha fatto includere la sterilità nell’elenco mondiale delle pandemie, il grande vuoto, la malattia universale che gli scienziati cercarono di curare con le biotecnologie.
Così nell’isola che fu della grande madre Demetra, si trova il Colosseo dove si indaga appunto la malattia del vuoto, con laboratori, scienziati e ricercatori ma anche luoghi atti ad ospitare il centro di assistenza medica alla riproduzione.

In questo ambiente asettico e futuristico ci sono delle descrizioni che sembrano riprodurre ancora il nostro presente dell’emergenza sanitaria:  Irena, una infermiera:  “si toglie la mascherina, il copricapo, le sovrascarpe. Si sfila l’uniforma monouso e butta ogni cosa nell’apposito contenitore. - Sembriamo astronauti in visita su Marte, scherza entrando in infermeria”.

Tutti i personaggi della vicenda vivono obbedendo a delle restrizioni per la loro mobilità: escono dal luogo di lavoro, dalle case, dalle città, soltanto con permessi approvati, utilizzando sistemi di protezione personale e superando controlli rigorosi, polizieschi, transenne e divieti ovunque, nonostante la tecnologia dia ai protagonisti l’illusione  di una vita facile, agiata e protetta.
Ma come dice l’io narrante: “se stai in paradiso ma non puoi uscirne, beh, quello è l’inferno”.

La problematica di una maternità, come dice la Cutrufelli, frantumata in quanto concepimento e gravidanza non avvengono più in un solo corpo,  ne “L’isola delle madri” si intreccia con la  lotta di un gruppo di giovani universitari , studenti di Livia, contro l’industria chimica dei fertilizzanti che avvelenano  in nome di un loro profitto.
I prodotti della terra nascono soltanto in serre. La natura stravolta dalle biotecnologie è come l’utero materno diventato sterile. Tossine e veleno chimico hanno alterato definitivamente anche il clima. Con raffinata capacità linguistica la Cutrufelli elabora suggestioni che provengono dal mondo classico, Eschilo più volte rammentato da Livia, insieme al mito di Demetra, rivissute in uno scenario purtroppo non lontano dal nostro presente, di natura violata e di pandemia.

 

Ma la storia di Nina nell’isola delle madri  si chiude con una speranza: la prodigiosa nascita, del tutto naturale, di tartarughine che si inabissano in fondo al mare alla ricerca delle loro radici.
Questo ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli arriva in un momento di grandi interrogativi per tutta l’umanità e come solo i veri scrittori sanno fare preannuncia una luce oltre le tenebre ma soltanto a patto che riusciamo a riappropriarci del più profondo e genuino essere dell’umanità.

Se riusciamo a ritrovare le nostre radici le nostre madri.

Ed è singolare che un libro così autenticamente e profondamente femminile dedicato a Rachel Carson, sia poi venuto alla luce come dichiarato dalla stessa Cutrufelli “per via di mio padre”. Una madre culturale e un padre biologico ci guidano nell’isola delle madri, in un futuro che la Cutrufelli ha intravisto dal quale forse ancora riusciamo a salvarci.

NERIA DE GIOVANNI
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