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La letteratura russa e le sue rivelazioni

L’uomo di Dostoevskij, sia pur debole e malato e bisognoso d’ogni cura,si riscatta alla fine perché crede nella sua umanità

24/09/2014, 10:13 | Arte e Cultura

Un raffronto è possibile con i grandi prosatori russi che scorsero e delinearono l’umanità con una vivida percezione di verità avulsa da ogni inganno?
Credo non sia possibile. Le tracce esistono, il confronto è poco probabile, dato che la scienza e la tecnologia hanno pervertito ogni possibilità di dialogo.
Nei “Fratelli Karamazov”,il confronto e il dialogo sono fitti di echi e di rimandi, la dialettica,  rivolta ad uno scacco finale, si impreziosisce d’umanità, il fruitore è in muto raccoglimento, attende una soluzione, la più probabile ma nel contempo nulla sa quale sarà l’esito che lo scrittore realizzerà a scapito del lettore.
Così il raffronto diviene più difficile; la situazione odierna è delle più caotiche e imprevedibili , ogni individuo non pensa che a se stesso, pur se a tratti appaiono “isole” di solidarietà; l’uomo d’oggi non pensa che al suo presente infischiandosi delle future generazioni,  tutto calpestando in una sorta di furore maniacale e perché no- maligno-  come se tutto gli  sia dovuto, e la grande massa di popoli   in fuga,  nulla abbia da perdere né incontrare, in un cammino  senza speranza. 
Tuttavia, nei romanzi di Dostoevskij e di altri non meno grandi (penso al mio amato Tolstoj) la speranza di una resurrezione ha sempre fatto “capolino” dalle pagine intrise di umanità, pure dolente, mortificata, delusa, vinta nel corpo e nello spirito ma che poi al termine l’alba d’un nuovo giorno si prospetta all’orizzonte dello “schiavo” più reietto, ed è qui che sta la sfida dello scrittore russo: il Credere ad una resurrezione dello spirito  nonché alla salvezza del corpo, il quale si ritira in un canto di fronte alla “richiesta” esaltante di una Verità Suprema. 
Di fronte allo scenario odierno che vede coinvolto l’uomo d’oggi in un’alba “ dalle tinte fosche”-  nessuna speranza nel petto, nessuna luce, se non lo sguardo smarrito, talora una rabbia incontrollata  per non saper gestire il proprio destino, invischiato da dubbi insormontabili, non credendo né in se stesso né in un Dio superiore.
Non so se ci sia un nesso tra lo scenario di una civiltà  agli inizi di uno sviluppo industriale, pur credente in una Deità superiore a cui affidare i propri limiti, una civiltà oppressa, senza dubbio ma di gran lunga meno esigente e che, pur sperando in un destino meno avverso poteva rifugiarsi nella nicchia protettiva di “Colui che tutto può, o “Todopoderoso”, parafrasando un grande e umile della poesia, Gaetano Salveti che di questa ne divenne “adepto” sino alla morte.
Ma credere soltanto nelle sue forze non basterà, occorre che il suo sguardo possa perdersi nell’immensità di un orizzonte che travalica la sua stessa esistenza, nonostante le lotte intestine, le gravi prevaricazioni dei potenti di turno, gli eccidi e le mutilazioni di una natura che ormai morente lancia il suo urlo silenzioso ma udibile in ogni angolo del pianeta.
La domanda suprema alle labbra : riusciremo a risalire la china di un disastro che non ha nome né volto? L’uomo di Dostoevskij, sia pur debole e malato e bisognoso d’ogni cura si riscatta alla fine, perché crede nella sua umanità, crede in un riscatto che lo tolga dall’inferno quotidiano a cui talora è costretto a soccombere- egli crede “in una sua “resurrezione”, da qui la sua vittoria sul “male di vivere”.    

Carla Rugger

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