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"Storia d’amore in tempo di guerra": un avvincente romanzo di sentimenti

Una mela divisa a metà e mangiata insieme sulle sponde dell’isola Tiberina si trasforma in una singolare e meravigliosa dichiarazione d’amore tra Miriam ed Enrico

23/08/2014, 11:45 | Arte e Cultura
Immagine della copertina


Il dottor Capecchi, bibliotecario per necessità e storico per passatempo, lavora alla stesura della biografia di Antonio Manca, uno dei più importanti politici italiani della seconda metà del Novecento. Durante una delle sue  interviste, l’anziano statista pronuncia inavvertitamente il nome di Enrico Foà, un personaggio mai ricordato prima di allora.  Incuriosito dalla citazione e ancor più dall’atteggiamento sfuggente di Manca, il bibliotecario decide di approfondire l’argomento, iniziando un’avvincente caccia all’uomo. Capecchi arriva, così, ad un’anziana signora ebrea, Miriam Levi, trasferitasi da anni in Argentina, che gli racconta un’appassionata storia d’amore giovanile tra lei ed Enrico Foà.

Le rigide convenzioni sociali della comunità ebraica e dell’epoca impedirebbero una storia sentimentale tra i due: lei figlia di un medico, lui di un commerciante di stoffe. Ma la guerra, si sa, sovverte le regole o addirittura le annienta, generando strappi impensabili in altri contesti.

Enrico e Miriam si amano di un amore  dai colori shakespeariani, in una Roma stravolta dalla paura e dalla fame. Il ghetto, vera e propria città nella città e palcoscenico inconsapevole di questa passione, vive i giorni concitati che precedono l’infame deportazione del 16 ottobre del ’43.

La guerra è raccontata attraverso luoghi profumati di storia e dalla bellezza languida, e attraverso l’amore potente di due giovani, Miriam ed Enrico. Belli e impavidi come sanno esserlo solo le anime che assaporano per la prima volta un sentimento totalizzante.

Enrico aveva i capelli neri, sfumati alti sulle orecchie e la nuca, gli occhi scuri e allungati dentro orbite profonde, le labbra sottili. Portava una camicia bianca, abbondante –dalla quale spuntavano un collo e delle braccia molto magre-, pantaloni larghi, grigi, che il vento del pomeriggio schiacciava contro le cosce.

Miriam era bella di una bellezza nobile, con un fisico da indossatrice, con gli occhi azzurri e i capelli castano chiari, guardata con ammirazione dal suo Enrico, intimidito dalla sua avvenenza.

Il loro amore è fatto di baci: rubati, desiderati, sognati e goduti. Baci che valgono più di un amplesso perché iniziano al dialogo dei corpi e dei sentimenti adulti. Dice Miriam, E mi ricordo dei baci, i nostri baci lunghi, senza fine, appena riuscivamo a trovare un posto dove non potevano vederci: un portone, un cancello, un angolo appartato.

La paura dell’oppressione politica e della minaccia della deportazione  non riesce a contenere e soffocare la poesia dei sentimenti. Anzi, il dolore amplifica la forza della passione e soccombe all’impeto prepotente della vita. E così, una mela divisa a metà e mangiata insieme sulle sponde dell’isola Tiberina si trasforma in una singolare e meravigliosa dichiarazione d’amore tra Miriam ed Enrico, affamati di cibo e di vita.

La Storia non riesce a rubare la scena all’Amore, il vero protagonista di questo romanzo. L’Amore è quel pertugio, quella fessura tra due mattoni dove i due ragazzi si lasciano messaggi per darsi appuntamento. L’Amore è la gioia di sentire sulla punta delle dita il leggero contatto con la carta, e stringere in tasca il bigliettino per timore di perderlo.

Perché l’Amore, quello unico e irripetibile, rimane intrappolato nella tasca dell’anima, anche se la vita divide per sempre.

Giorgio van StratenStoria d’amore in tempo di guerra, Milano, Mondadori, 2014.

Annamaria Torroncelli

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