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SAYED HEGAB E LA POESIA EGIZIANA CONTEMPORANEA

Il grande poeta è stato ospite dell'Accademia d'Egitto di Roma e protagonista della Giornata mondiale della Poesia all'Antico Caffè Greco

23/03/2016, 12:23
Manal Serry e alla sua destra Sayed Hegab

Sayed Hegab è una figura decisamente atipica nel panorama della poesia egiziana contemporanea.

La poesia ‘canonica’ ha un riferimento costante nei grandi classici, in Egitto Ahmad Shawqi (1868-1932) e Salah ‘Abd al-Sabur (1931-1981), e negli straordinari esiti linguistici e stilistici che hanno conseguito in una lingua, l’arabo classico, tanto sensibile alla vocalità poetica quanto esposta alla minaccia costante di innaturalezza e distanza rispetto al mondo dei lettori. Per Hegab la questione della lingua è stata, ed è, centrale. Nato nel 1940 in un piccolo paese, al-Matariya, sulle sponde del lago Manzala, sin dalle prime esperienze di vita (e quindi di poesia) ha avuto come ‘umanità’ di riferimento l’universo dei pescatori del suo villaggio e come matrice dell’immaginario la dizione orale delle epopee arabe dei Banu Hilal, delle Storie di ‘Antara e di Baybars. E dopo una prima fase di produzione in lingua classica, in conformità alla formazione accademica che in quegli anni acquisiva, negli anni ’60 Hegab sceglieva il dialetto, pur trasfondendovi i movimenti di rima e ritmo dell’arabo classico. Nel 1966, la sua prima importante raccolta Sayyad wa ginniya (‘Un pescatore e una jinn ’) conquistava il plauso della critica, in Egitto sempre diffidente nei confronti dell’utilizzo del dialetto in funzione letteraria; alcuni critici lo paragonarono a Lorca, altri a Éluard, e tutti intravidero nel poeta una fulgente promessa della poesia egiziana. Invece, fu l’inizio di un silenzio poetico durato vent’anni. Hegab afferma di aver preso atto di un paradosso: i pescatori del suo villaggio, i soggetti che rappresentava e che avevano ispirato i suoi versi, dovevano in qualche misura partecipare al suo messaggio. Invece il suo libro a loro non è mai arrivato: il tasso d’analfabetismo all’epoca era altissimo. Ha deciso di non pubblicare più e di ‘usare la voce’ con la gente; vale a dire di diventare un qawwal, il poeta della tradizione orale. Del resto la parola shi‘r [ar., ‘poesia’] trova la sua genesi nella dimensione dell’oralità, nella recitazione in versi.

E il Kitab al-Aghani è appunto il ‘Libro dei Canti’, la cui denominazione sottolinea una componente vocale preminente sulla scrittura. Il suo contributo alla società della cultura egiziana, certo, non fu interrotto. Nel 1968 Hegab fondava con altri intellettuali la rivista Gallery 68, che vantava personalità come Ibrahim Arslan, Edwar al-Kharrat, Muhammad al-Busati: il proposito dichiarato della pubblicazione era il rinnovamento della poesia e della letteratura egiziana SAYED HEGAB (che, secondo Hegab, «in quel periodo risentiva ancora dei vincoli dell’estetica gadanoviana»). Per due anni visse all’estero, in Svizzera e in Francia, per poi in Egitto sotto la spinta di un sentimento di estraneità e sradicamento dal suo popolo. Il cinema, la TV e la radio gli hanno aperto quel corridoio mediatico di massa che una volta in Egitto era dominio dei cantori che recitavano le antiche storie popolari nei caffè accompagnandosi con la rababa . Ha scritto molte canzoni per film, per produzioni televisive, per rappresentazioni teatrali. Ha anche tradotto L’Opera da tre soldi di Brecht in arabo e scritto i testi di canzoni egiziane di successo. E il suo dilemma è sempre stato: come affrontare temi profondi, essere latore di un messaggio definito e semplice senza essere semplicistico? La soluzione è talvolta l’adozione della forma della poesia in fiaba/fiaba in poesia. La struttura è lineare; Hegab in genere si serve di un personaggio tipico o del dialogo tra due o più interlocutori, di natura diversa (ad esempio uomini, animali o jinn) e portatori di differenti valori, secondo la matrice fedro-esopiana. La poesia sviluppa riflessioni su temi universali (il senso della vita e della morte, la vanità dell’esistenza, la ricerca del vero) senza sfiorare mai luogo comune se non nel senso di quello spazio ideale condiviso dall’umanità intera, in bilico tra l’essere e il non-essere. Lo sguardo del poeta è disincantato; la sua voce si sovrappone a quella del Qohelet, in un difficile esilio dall’involucro transeunte della vita.

Ecco le poesie, in traduzione italiana, che Manal Serry ha lettoall'Antico Caffè Greco

1-IMMAGINE SULLA PARETE
di un antico tempio
Da mille...   duemila..   forse tre ,quattromila anni.
Il flautista cieco sta sempre a mostrar se stesso sulla parete...
Qui e ci sorride spesso...
Col cuore guarda lontano e dalle dita leggere,
Dalle labbra genera la melodia d’un canto.
Mi chiedo A noi sorride o ci deride?
E la sua melodia... è un allegro canto
O è invece lutto e pianto?
Allora mi chiedo: se il suonatore cieco...
È come noi, cieco.
1969
2-IL TEMPO
Il saggista  disse:
C’è un tempo per l’amore    un tempo per la serietà
Un tempo per il gioco             un tempo per la menzogna...
Un tempo per l’amara verità
Disse la volpe, politico e mercante:
Hai ragione!
C’è un tempo per mentire... e un tempo per la verità mendace
E io che nella sciocca saggezza    sono costretto e soffocato
Dissi: «Credo ad un solo Dio...»
E singhiozzavo
La morte non ha tempo
La morte è di ogni tempo
. 1966
3-Nasciamo per morire... ...
Generiamo per il buio della terra
Costruiamo per distruggere
E alziamo la voce prima di svanire in silenzio
La vita scorre sbattuta nella più selvaggia solitudine
E noi corriamo...
Assetati dietro un miraggio
E viviamo per colmare d’acqua
Brocche frantumate
Ma la verità stupefacente
é che angeli... e demoni...
Hanno ancora per noi...
Mille attenzioni
1971

4-1 ANCORA SOLO
1- Chi afferra l’aria...
L’aria è cavallo che corre senza voce
Schiude le porte
E il fiore del silenzio
Dà respiro alle case
Gli amici passano per le pareti
Di pace si riempie il petto
Di fede il cuore... di lampi gli occhi
……………………………………………………
2- Siamo vissuti insieme...
Dividendo il sorriso e il soffio della brezza
Il nostro amore era al di là del tempo
Una rosa  rugiada
Ci siamo uniti all’esplodere dell’universo
In una rocca assediata da nemici
Bevemmo l’inferno e il paradiso... ...
Nel vibrare delle corde dei violini gitani
……………………………………………………………..
3- Chiudi gli occhi e manda un saluto al mondo
Che nasce di nuovo davanti a noi
E il ventre dell’albero è colmo
Di melograni, fichi, gelsi e arance.
…………………………………………………………….
4- Una colomba bianca
Vola per l’immenso spazio
Un passero impara a volare
Quasi non stende
Le ali dalle piume setose
La brezza del mattino
Una bianca vela solitaria
Sono corda di violino che vibra di vita
Piango come neonato
E abbraccio il mondo.
L’alba arriva dopo mille notti nere
Chiudo gli occhi per vedere..
Ombre... ombre... alle labbra affiora una preghiera
L’universo si espande...
Ed io nel vortice di magiche melodie
Nella purezza del cielo
E nel fremito della terra
Nelle tempeste del mare.
Fine della conversazione in chat

 

Manal Serry
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