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MARCIA THEOPHILO, "RESPIRO DEL MONDO", VOCE DELL'AMAZZONIA

Testo per "Festivaletteratura" di Mantova

10/09/2018, 19:36

Per dire di lei, ricorro alla riflessione (sul concetto platonico dell’anima e della memoria) di uno dei nostri maestri del 900:
Un solo documento ci interessa sempre e riesce nuovo: ciò che sapevamo fin da bambini. Perché davvero nella infanzia eravamo un’altra cosa.”
Ed è questo che fa Marcia, poeta (e) antropologa per vocazione e fedeltà alla vocazione. Alle origini, alla terra all’essere nel/al mondo. Ai racconti, ai miti e alla sapienza della nonna patema, all’ Amazzonia: paradiso e centro del loro universo.
Fedeltà e vocazione per una parola trasmessa con la forza della tradizione orale, corporea e sonora, consapevole che le etimologie sono le cose stesse.

 

Se l’antropologa ricostruisce quella sapienza con l’indagine, gli strumenti della scienza, lo studio e il confronto, l’analisi dei dati, i comportamenti, le contiguità le parentele le prossimità le differenze ecc, la narratrice di miti ritorna agli archetipi e all’origine (femminile), alla parola che si fa corpo, alla voce che riprende quelle parole e ne re-inventa, alla lettera discopre e porta alla luce, i suoni e il respiro, la poesia, insomma.
Amazzonia respiro del mondo.
La poesia, si sa, è una ben strana creatura: è ventura, semplice fortuna, occasione accidentale incontrare quella dei nostri contemporanei. La possibilità di incontrarla sovente dipende dalla forza e visibilità della casa editrice, raramente da un passa parola; ma se il prefatore è Mario Luzi; se contiene una poesia di Rafael Alberti; se la quarta di copertina avverte che il testo bilingue è tradotto dall’autore stesso allora è l’istinto a muovere la curiosità di noi lettori e a permettere l’incontro.
Così ho trovato Amazzonia respiro del mondo, che si fa leggere d’un fiato, con la forza dei poemi del mito, emozionando intensamente, stordendo di nomi e suoni e forme e colori, in una sorta di danza ortica, magica e rituale.

 

Non sono i significati a colpire, ma questi protagonisti parlanti: alberi fiori frutti, “le donne” che “sfiorando con i piedi le rive del fiume”, “portano i cesti con la manioca”, il guerriero Kuambu che, al passaggio di Kupaùba, ancora fanciulla, sente “un fiume immaginario” percorrergli la mente: è una corrente che trascina / in sé tutti i fiumi della terra”, una purissima forza panica
A colpire è proprio il racconto della cosmogonia, del farsi della vita, della ambiguità rapinosa della purezza e della sua violazione, della scansione e del nitore delle immagini, degli elementi sorpresi e ripresi nel loro movimento. Di una continua coincidenza degli opposti.

 

La prima lettura (almeno questa è stata la mia) è imprecisa, impaziente, quasi ipnotica. I nomi si scorrono e si pronunciano malamente, ma i loro suoni rimangono impressi e colpiscono con un ritmo ossessivo, a volte orgiastico. Lo spazio e il tempo con- suonano al presente. Tutto è il presente: come la vita vivente.
 

Mi sono accorta che in quella prima lettura non avevo capito ma sentito quello che l’autrice chiama “respiro del mondo” e che la poesia come il mito è prima di tutto aria che si fa respiro e parola, traduzione e simbolo non di ciò che è avvenuto, ma avviene, mentre avviene (e noi lettori dovremmo imparare a diventare lenti quasi come i poeti che la scrivono) Allora i testi si aprono come ostriche e scopriamo che un poema come questo non è racconto del mito per conservare la tradizione, ma la sua re-invenzione. Come nascesse in quel momento. E quel poema diventa altro ancora: la dolorosa quasi gridata denuncia dello scempio compiuto dalla storia, dal suo passaggio quotidiano e inconsulto che tutto corrode corrompe e dimentica.
 

L’ incipit è luminoso sicuro e stentoreo: “noi alberi viviamo”, poi a folate irrompe la follia umana, l’avidità, la pianificazione del profitto (è questa la storia) e l’exit è terribile: “un esercito di formiche in fila trasporta le anime come foglie”.
 

La storia contro il mito, la realtà contro le “favole”? E la realtà è necessariamente anche la verità per cui la mitologia, racconto favoloso e stravagante non può che soccombere?
E se invece fosse una sapienza radicata nel profondo di tutti e di ciascuno?
E la poesia tornasse quello che era in origine: la voce e il linguaggio simbolico di quella conoscenza che noi abbiamo dimenticato? Il poeta non racconta, ma evoca e costruisce l’universo dimenticato, rifondando gli archetipi. In questo è memoria e ricordo, non nostalgico ritorno al passato.

 

Non avere memoria consente di distruggere ogni possibile futuro. Senza sensi di colpa e senza punizioni. La vocazione poetica di Marcia Theophilo ancora una volta per fedeltà si traduce in impegno politico e sociale in difesa della foresta amazzonica, patrimonio del mondo intero, quotidianamente distrutta da un piano scientifico di distruzione.
“Fratello albero, sorella Dorothy Stang”
“Fratello albero, sorella Dorothy Stang” che – con i corsivi disegnati dall’editore Tallone, – autrice ha scritto per il Festival testimoniano questo impegno e la sua denuncia. Con lo stesso editore, che nel ’49 inventò l’omonimo carattere tipografico e continua a stampare con l’arte degli antichi tipografi, nel 2000 Marcia ha pubblicato Kupahuba Albero dello Spirito Santo – Il canto della Foresta Amazzonica. Un volume composto a mano con i caratteri originali settecenteschi di William Caslon, in 320 esemplari. Il volume è, come scrive lo stesso Tallone inviandone una copia omaggio alla organizzazione del Festival, un grido d’amore e di dolore in difesa della foresta amazzonica.

 

Anche in questo. caso, Marcia Theophilo non rinuncia alla bellezza, all’idea fondamentale che etica ed estetica sono inscindibili. Un’idea radicata nella voce dell’Amazzonia esattamente come nella voce antica della nostra prima poesia. Che si tratti di un patrimonio universale?

ELIA MALAGO'
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