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SIAMO MEDITERRANEI INTRECCIATI TRA IL PENSIERO E L'AGIRE

06/07/2017, 17:54
Pierfranco Bruni

Il sapere è una archeologia dei pensieri nelle civiltà. Il mondo classico (greco – latino) costituisce il riferimento chiave per penetrare le civiltà dell’Occidente. La misura del tempo tra Occidente ed Oriente è rappresentata proprio dal concetto di spazio. Ha scritto Luciano Canfora in “Prima lezioni di storia greca”: “La parola ha uno spazio grandissimo nella vita collettiva (teatro, assemblea, tribunale) e perciò anche nel racconto storiografico antico è largamente presente, e talvolta dominante. Non è un semplice ritrovato artistico: è un fedele rispecchiamento della realtà molto parlata della città greca. La scrittura – soprattutto quella esposta – è un surrogato marginale”.

              Cosa ne sarà della Grecia e del Mediterraneo? Tutto il mondo greco che sprofonda significa la strozzatura della civiltà Mediterranea greco – latina… Cosa facevano i filosofi greci nella vita quotidiana? Era un mestiere pericoloso il quotidiano dei filosofi. In quel tempo quando regnavano Socrate, Senofonte, Platone, Aristotele, Epicuro, Lucrezio…. Ve li immaginate tutti insieme questi filosofi oggi catapultati nella nostra realtà politica e culturale discutere di Genoma o della “virtù” del computer?

          C’è una grecità consapevole e una grecità inconsapevole che si agita nel contesto del rapporto tra vita e cultura nel mondo moderno. Molti atteggiamenti della vita quotidiana (molti linguaggi e molte espressioni, molti comportamenti e molti temperamenti) hanno un loro radicamento che ci porta direttamente ad una atmosfera e ad uno scenario greco.

          La vita politica stessa ha molti rimandi sia nel bene che nel male. Ma è soprattutto la letteratura che ha risentito di quelle derivazioni elleniche che hanno un loro sostrato ben presente anche nell’arte. Ma arte e letteratura erano in un colloquio costante. La filosofia ha dato molto sia alla letteratura che all’arte.

          Il gusto del mistero, il sentire la parola come segreto e il colore come la maschera, il penetrare il tempo come una penetrazione nel labirinto delle memorie, il concepire la vita come una decodificazione dei simboli che ci attraversano grazie anche alla presenza di frammenti mitici. E poi i linguaggi con i loro segni e i loro tracciati archetipali. Insomma nonostante tutto viviamo consapevolmente o inconsapevolmente in un contesto in cui la grecità  ha ancora un suo senso. Lo ha se si pensa che la grecità è stata anche Oriente e parimenti ha intrecciato confronti con gli Orienti.

          I filosofi nel quotidiano vivono il loro realismo inventandosi però costantemente la vita e ragionando del fare e del sapere della politica che occupava, appunto, il quotidiano.  L’archeologia ci ha permesso e ci permette di penetrare in un tale contesto che è fatto di testimonianze e di linguaggi.

          Qualunque possa essere la fantasia che vogliamo disegnare o incollare sui loro nomi mi sembra, comunque, difficile vederli in opera nel contesto attuale. Ma questo non ci interessa. Potrà essere discussione di un cenacolo in qualche anfora panatenaica di un qualsiasi Museo greco o della Magna Grecia.

          A cosa pensavano i filosofi in quel tempo? A cambiare il mondo o ad interpretarlo?  Socrate emblema su tutti. Ma come interpretare il mondo o la vita? Quelli, signori miei, volevano interpretare per cambiare e finalità ultima era quella di costruire un nuovo modello. Ricordiamo Platone e la sua città nuova. Ma erano filosofi e come tali non andavano presi sul serio?

    Il tempo antico ha molte colpe ancora da farsi perdonare. Noi ci illudiamo spesso di “ritornare” a un tempo che non c’è più ma occorrerebbe verificare lo stato di salute di questo tempo che non c’è più. Decantarlo o cantarlo non serve se non si ha la piena consapevolezza di tutto un mondo che è stato e che si è proiettato a noi grazie alla memoria.

          Socrate rappresenta non solo un riferimento bensì una chiave di lettura forte per addentrarsi dentro un mondo che era politico, ma anche “particolarmente” umano. La filosofia greca ha un pensiero umano? Non dell’umanesimo dell’uomo.         

         Atene in quel tempo era la culla del sapere ma anche era la trincea della politica come sapere della cultura. Era anche la “frontiera” dei conflitti e degli scontri. E chi aveva costruito tutto ciò? Loro. Erano stati loro. E badate scontarono le loro pene espiando la colpa del sapere o dell’aver saputo. Persino sulla tomba di Cartesio Pierre Chanut aveva fatto scrivere: “Espiò gli attacchi dei suoi rivali con la purezza della sua vita”.

          Eravamo, con Cartesio, in altre epoche. Ma è stato sempre così. Questi filosofi dal mestiere pericoloso. Ma il dubbio frulla e rimugina. Cosa avrebbero fatto oggi quei filosofi dell’Atena di un tempo? Potremmo chiederlo a Tiresia? Si vedrà! Ma accanto alla “tragedia” del mito insistono quasi sempre le onde dell’ironia.

          Siamo impregnati di grecismo e la latinità stessa affonda le sue radici in questo mondo sommerso di omerica visione e di omerica nostalgia. I miti che nascono prima di Omero trovano in Omero la casa del pensiero depositato. La grecità si fa mito e il mito si dichiara anche nel quotidiano. E così sia! Ma la cultura greca è ancora nel nostro esistere. Troia non era Occidente. Era ed è la Turchia. Cartagine non era Occidente. Era ed è Tunisia.

          I filosofi ragionavano di filosofia, ma preferivano anche agire. Azione che si svolge nel tempo e non fuori dal tempo. Alla politica della parola doveva subentrare la politica dell’azione.

    Altrimenti che senso avrebbe avuto il loro stesso filosofare? Uccidiamo ancora una volta il Mediterraneo greco – latino… Uccidiamolo e ucciderlo significa il suicidio di una civiltà che ha tracciato la storia del passaggio tra l’Antico e il Rinascimento.

    Il Mediterraneo è inconcepibile soltanto se si pensa alla classicità greco – latina, come resta incomprensibile se lo si affida soltanto al mondo Arabo o al mondo cristiano e musulmano ed ebraico. Ci sono state le civiltà ma dentro le civiltà ci sono state le religioni, le culture, le eredità.

        Il tempo della Mesopotamia non è mai finito, ovvero il pensiero forte e convergente e divergente ha avuto come riferimenti sia la terra che il mare, sia il tempo che lo spazio. In tutto questo le archeologie non sono soltanto i reperti, ma sono una geo – etnia che coinvolge popoli e cittadinanze. Il tempo della Mesopotamia è il tempo infinito che è scomparso. Ma questo scomparire non dimenticare. Noi restiamo Mediterranei intrecciati e le arti sono una civiltà in costante dialogo tra noi e il passato, tra il Pensiero e l’Agire.

    

    

    

    

 

PIERFRANCO BRUNI, Responsabile Progetto Etnie – Minoranze Linguistiche del Mib

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