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RAFFAELE PETTAZONI, HA LETTO PER PRIMO I RITI MAGICI DELLA SARDEGNA

L’antropologia come scavo del territorio

08/11/2018, 12:16
Pierfranco Bruni

La Sardegna e i riti magici. La Sardegna e gli antichi culti.  Raffaele Pettazzoni è stato il primo antropologo a porre la questione in termini prettamente scientifici e a dare alla stessa antropologia una memoria non immaginaria ma vissuta. Con il suo studio sulla “religione primitiva in Sardegna”, pubblicato nel 1912, lo scavo diventa interdisciplinare tra etnologia, antropologia, archeologia.

Proprio un anno dopo allo studio sul mondo magico sardo, riferendosi, appunto, alla metodologia adottata nella ricerca delle religioni nel primitivismo sardo, dirà: “…sulla natura del suo proprio oggetto, cioè del fatto religioso indefinitamente vario e multiforme nel tempo e nello spazio, ma nell’essenza sua uno e definito”. 

Tra antichi e nuovi saperi nel contesto dell’antropologia delle religioni campeggia il nome di Raffaele Pettazzoni. Un antropologo che si è addentrato nei meandri del popolo sardo.   Fu uno storico delle religioni, ma fu il primo nel mondo ad applicare il metodo comparativo. Il senso del primitivo fu tratteggiato nei suoi studi avviando una visione religiosa a tutta la dimensione antropologica. È stato il primo studioso che ebbe la cattedra delle religioni, nel 1924 all’Università di Roma.

Fu certamente uno studioso che si staccò dalla metodologia storicista. Ecco perché non era amato da Croce che nulla capiva di religioni e di interpretazione del mondo primitivista del selvaggio. I popoli formano le civiltà e le civiltà si autodefiniscono tali quando comprendono di poter convivere tra razze. Zarathustra era il mito che definiva il viaggio della ritualità e faceva incontrare le religioni pagane lungo il cammino di una religiosità che non ha verità ma ha bisogno di credersi sacra.

Nato nel 1883 a San Giovanni in Persiceto  e morto a Roma nel 1959. Rimetterlo in una discussione tra consapevolezza archeologica e identità religiose antropologica significa ricreare una antropologia oltre la cultura del folclore e della interpretazione delle sagre. Al centro l'uomo con la sua pagana religiosità che diventa mito attraverso una lettura della ritualità. Pettazzoni legò,  non solo epistelogicamente, le religioni popolari al mito sacralizzandolo come archetipo. Gli archetipi sono la memoria del tempo.

Tra i suoi studi hanno, ancora oggi, una importanza notevole titoli come: “La religione primitiva in Sardegna”, del  1912; “La religione di Zarathustra nella storia religiosa dell'Iran”, 1920; “La religione nella Grecia antica fino ad Alessandro”, 1921; “Dio: formazione e sviluppo del monoteismo” (vol. I: L'Essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, 1922); “I misteri, 1924; “La confessione dei peccati”  (3 voll., 1929-1935); “Saggi di storia delle religioni e di mitologia”, 1946, ripubblicato nel 2014; “Miti e leggende” (4 voll., 1948-1963); “Essays on history of religion”, 1954; “L'onniscienza di Dio”, 1955; “L'essere supremo nelle religioni primitive”, 1957; “Religione e società” (postumo 1966).

Il viaggio della “terra del rimorso” e la magia sciamanica e  sensuale del Sud sono completamente in Pettazzoni, al quale Cesare Pavese deve molto.
Un tempo che cercò nello spazio la visione del cerchio. Significativo per una civiltà omerica alla quale ha affidato i linguaggi onirici dei simboli.  Intrecciò tragicamente nel tragico il senso della morte incarnazione. Pavese lavoró, in fondo, su questo materiale pensiero che divenne griglia esistenziale. In "L'essere supremo delle religioni primitive" del 1957 Pettazzoni pone la questione del monoteismo nel primitivismo dei popoli geografizzati.
In uno dei suoi primi studi risalenti al 1912 pone come progetto di studio la Sardegna primitiva in cui sono necessarie le comparazioni storiche. Successivamente scava nel pensiero iraniano e greco per intrecciare religione, mito e leggende negli anni Quaranta. L'essere primitivo come onnisciente di Dio pone una metafisica del profondo, con i suoi scritti del 1957, all'interno delle antropologie delle comparazioni. Soltanto nel 1966 tocca gli estremi dall'essere e della società.

Il divino e il dio illuminante non sono una percezione, ma uno scavo nei meandri delle emozioni dei popoli. Nel cerchio dei popoli la concezione zarathustriana ha il suo modello arcaico e pone i tessuti territoriali come filtro lunare.

I popoli sono impastati di terra e di acque. Vivono in una sensualità che è sensitiva perché é profondamente spirituale. Una spiritualità che si autocrea e autodefinisce nella storia. Ovvero nelle radici che si fanno vera antropologia delle identità. Il mondo sciamano è appunto dentro questo vissuto. Una Esperienza oltre lo storicismo.

La condizione dell'uomo è una questione che incastra filosofia e antropologia. Lewis Munford poneva in evidenza proprio il modello di civiltà come ambiente umano. L'ambiente nel paesaggio dell'esistenza recuperato in Pettazzoni vive nella necessità di fare della condizione umana l'albero della Esistenza. Ma l'albero della Esistenza vive come antefatto della Alchimia. I culti e le religioni sono modelli pre – cristiani che Pettazzoni recupera rileggendo le tradizioni, il territorio e le forme di ritualità.

PIERFRANCO BRUNI, Resp. Progetto Etnìe MIBACT
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