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A 50 ANNI DALLA MORTE DI GIOVANNINO GUARESCHI

Lo scrittore che racconta la terra e il mondo popolare

26/10/2018, 14:47
Guereschi insieme agli indimenticabili interpreti di Don Camillo e Peppone

Giovannino Guareschi (nato a  Fontanelle di Roccabianca, Parma, il 1° maggio 1908 e morto a Cervia il 22 luglio del 1968) traccia, in uno straordinario viaggio, il progetto di una vita attraverso i fatti e la cronaca che si intrecciano con la stabilizzazione del recupero della cultura della tradizione grazie ad una condanna della falsa deontologia del moderno.

    110 anni dalla nascita e 50 anni dalla morte!

    Fatti e cronaca focalizzano l’identità di un uomo certamente anticonformista, che non ha mai accettato compromessi alcuni né con la società della macchinazione né con la politica della spettacolarizzazione né con una politica purchessia.

           “…. il  tempo mi trascina sempre più lontano dal mio passato e mi ruba l’unica mia ricchezza”. E’ il  Giovannino Guareschi della malinconia. Una malinconia avvertita dalle parole e si ascolta proprio nel raccontare il tempo. E’ un Guareschi  domestico che non parla di politica ma che regala bozzetti di una grande ironicita’. E’ la malinconia – nostalgia  che attraversa l’offerta di memoria . E i ricordi sono tanti.

          “Io vado cercando la mia giovinezza ed è questa la mia grande pena, una pena che sempre aumenta  perché sempre più la rincorro e più la mia giovinezza sento che s’allontana. Io talvolta cammino di notte per le predilette strade del mio liceo e mi affaccio ai noti portoncini,  ma il vento degli anni a portato via tutte le mie parole come foglie morte, e il buio è muto come una tomba” .

          E’ il Giovannino Guareschi de lo Zibaldino. Si tratta di una raccolta  di racconti, di pezzi, di scritti vari che vanno dal 1938 al 1948 . Un decennio di “ interventismo” sulle pagine dei giornali. Guareschi vi appare con la sua freschezza, con la sua chiarezza di immagini e con la spontaneità delle battute ma non mancano sottolineature che evidenziano lineamenti morali.

          In molte pagine  c’è, appunto, una conclusione che recita come morale. Ovvero morale del fatto o morale della favola. Già, la favola. Guareschi è il raccontatore di favole perché la favola ricostruisce il quotidiano e lo dipana lungo una espressività che ha suoni e ritmi di legenda.

          Qui c’è un impegno costante che è l’effetto valorizzante della famiglia. Lo stesso Guareschi nella sua “Avvertenza” al libro, che risale al dicembre del 1948, scrive : “ Ecco l’unico lato positivo dello Zibaldino : chi lo legge respira per qualche ora un po’ di vecchia aria di famiglia”. “Nei giorni cupi del più gelido ‘ neo – verismo ’,  un  piccolo bagno nella tiepida tinozza famigliare dei vecchi luoghi comuni può far bene. O, almeno, non può far male”.

          Ci sono i personaggi del quotidiano familiare. Da Margherita alla Pasionaria, dai luoghi cari a Giovannino agli amici. E tutto fa esperienza. Ma qual è l’esperienza più importante, si pone la domanda Giovannino, che contrassegna tutta la vita? E così risponde: “Uno passa l’esistenza a immagazzinare esperienze su esperienze e a ferrarsi contro tutti gli attacchi e tutti le insidie, e, quando finalmente può dire: “ Ho imparato a vivere!”, muore. Ma questo non significa niente perché l’unica vera esperienza che conta e quella della morte”.

          Si, Guareschi si interroga e ci interroga. Ma preferisce il racconto che affabula e che non nega le piccole cose di tutti i giorni. Pur tuttavia non accetta il “Neo – Verismo” perché pone al centro delle attenzioni non gli ambienti, non le realtà esterne da rappresentare ma i luoghi, certamente, dell’anima. Ricordiamoci, perché entra in questi modelli, di Don Camillo e Peppone, di quei racconti della Bassa e di tutto un mondo che pur ricevendo stimoli e indizi dalla cronaca, e quindi da dati reali, diventa favola grazie all’assimilazione dei personaggi i quali, ognuno di loro, è portatore di valori e di misteri.

          I comportamenti e i ritratti sono profili essenziali che disegnano nel percorso narrante una visione allegorica. Allegoria e simbolo sono chiavi di lettura che ci fanno gustare il fascino del comico, il sentire dell’ironia come sale della vita e un viaggio nell’umorismo. Alessandro Baricco introducendo questo libro parla di “Saggezza ironica”. Definisce così: “ … preferì sempre stare dalla parte di una saggezza ironica, che sfiorava le cose, e le persone, nella convinzione, ostinata, che non fosse il caso di prenderle troppo sul serio. E che fosse un modo di riconoscere la loro grandezza, tradurle in piccole storie”.

          Per Guareschi “capire e ridere” era un modo come un altro per non invecchiare, per non morire. Oppure per invecchiare ringiovanendo e per morire vivendo. Insomma gustare la vita nella malinconia del tempo pur sapendo comunque che il tempo c’è. Non c’è un Guareschi diverso in questo libro. C’è un Guareschi del colore e del sorriso. E ogni pagina è un sogno in più. Si, perché  Guareschi nel sogno e nel sorriso racconta sempre pezzi di verità. Così come sono pezzi di verità le storie di “Mondo candido”.

          Nello Zibaldino vi è sottoscritta una maggiore malinconia, ma non mancano le sferzate nei confronti del quotidiano politico. In quella ironia c’è un monito che Guareschi stesso fa passare come morale dei racconti. In “La felicità vicina” sottolinea questa morale: “Uno ha una lira in tasca e dice: ‘sono un milionario’ e se riesce a convincere se stesso, è un  milionario sul serio”. E poi più avanti: “la felicità e convinzione: bisogna che Berta convinca se stessa che più di una scatola non può avere. Bisogna che il Tizio convinca se stesso che più di una lira non può desiderare”. Una sottile “impalcatura” che non vuole, secondo Guareschi, avere le pareti della saggezza. Anzi Guareschi non vuole essere saggio e non vuole assolutamente offrire una tale immagine, ma vuole distribuire una ventata di criticità e di scetticismo. Questo, sia in campo politico che in quello più strettamente intimo.

          Tra i fatti raccontati e le storie che si dipanano Guareschi, nei suoi scritti,  ci mostra uno spaccato di cultura. Di cultura popolare. Di una cultura le cui radici sono ancorate nel mondo contadino. Appunto l’identità contadina raccoglie le condizioni di quella dimensione popolare in trasformazione proprio nel corso degli anni Sessanta.

          Uno dei «nemici» di Guareschi sta nella tecnologizzazione dei. mezzi. La sua condanna del consumismo è forte. Le sue pagine sono anche lo specchio di una realtà. Nel racconto “Appuntamento con Gramigna” Guareschi scrive: “Gramigna è uno scolaretto di stampo antico, però un pochino guastato dalla modernità, tanto è vero che calza scarpe basse invece dei polacchetti dei miei tempi, con le suole corazzate di chiodi. preziosi d’inverno per non scivolare sul ghiaccio dei fossatelli osteggianti le strade sassose che portavano alla scuola”.

          Un puntualizzazione che Guareschi fa spesso. Ma accanto a questa  affermazione di valore sull’importanza della tradizione vi sono altri elementi che il mondo moderno ha dimenticato. Vi è tutto un processo che sostanzialmente definisce la crisi della civiltà in termini di esubero di modernità. In tal senso il recupero della famiglia, la riaffermazione della natura-campagna, il sottolineare il ruolo dei sentimenti conducono Guareschi ad un’analisi spietata di una società tecnologizzata e avidamente perduta tra i meandri di una profonda, insostenibile leggerezza dell’essere.

          “Io, quindi, rilutto sempre a parlare di cose della guerra, soprattutto per timore di passare come uno dei troppi il cui mestiere è diventato quello di ‘vincitori della guerra in servizio permanente’. E, inoltre, perché sono uno dei pochi che riconoscono francamente di aver perso la guerra anche se moralmente io l’ho vinta perchè sono riuscito a superarla senza odiare nessuno”.

          E’ un inciso di notevole spessore umano che ridisegna la consapevolezza dell’uomo Guareschi. Si tratta di un brano del racconto “Favola di un Natale lontano”. La poesia e la vita si incrociano sulla consapevolezza del tempo e dell’essere. Perché Guareschi vive sempre nel suo contesto storico e mai si assenta e mai abbandona la sua testimonianza. I suoi scritti sono testimonianza ma sanno essere anche rivelazione.

          Un racconto che traccia verità. E’ questo il viaggio di Guareschi. E questa verità-profezia non è soltanto nelle avventure di don Camillo e Peppone. E’, soprattutto, nel modo di porgere l’attesa della parola. Ma Guareschi sa essere un attento osservatore. Da giornalista, da scrittore, ma in modo particolare da anticonformista legato costantemente alla decifrazione di una realtà -  verità.

          Ecco perché la sua pagina, affascinante oggi, si ripresenta come fondamentale atto di chiarificazione di un contesto storico e sociale ma anche di uncontesto letterario. Nelle sue pagine c’è, sì, uno spaccato geografico ben definito (la cosiddetta Bassa) c’è, sì, una fisionomia ben caratterizzata dei suoi personaggi, ma c’è anche l’evidenza di un personaggio tra tutti gli altri che resta a raccontarci la fine di un processo culturale.

          Questo personaggio è lo stesso Giovannino Guareschi. Personaggio dentro la realtà e dentro la storia ma che si allontana dalla realtà e dalla storia stesse per raccogliere messaggi e segreti e fissarli nella rivelazione della parola alla quale si attribuisce il merito del dire ma anche dell’essere.  Questo dire e questo essere è attraversato da immagini e da sogni. Un percorso di luci e di chiaroscuri che danno spessore all’ambiente in cui si realizzano gli scenari narrativi. Ma l’ambiente non descrive. Racconta.

    

          Chissà cosa direbbe oggi guardandosi intorno. Ma è certo che anche oggi avrebbe affermato: “… i morti sono le uniche persone veramente sagge”. D’altronde le pagine, di cui stiamo sottolineando alcuni particolari, affrontano non un tema minore nella produzione di  Guareschi, ma ci offrono una visione meno eccitante ma sempre affascinante. Siamo forse entrati in quel paese dove nessuno dice bugie? E il tema del racconto dal titolo “Il mondo non è rotondo”. Esiste questo paese? Ma chi dice questo, si conclude così il racconto, non fa altro che “raccontare balle”.

          Quindi morale della storia? Ma la letteratura non può fare a meno della finzione altrimenti ci porterebbe ad un percorso penoso e inutile. Di cosa parlerebbe oggi? Ricordo il suo “Da Caporetto a Caporetto” apparso su “ Candido” nel 31 Maggio 1953. Molti anni fa. Scriveva tra le pieghe: “ i buoni italiani si sono salvati da soli…”. “… Siamo ancora a Caporetto. Più che mai la corruzione è arrivata a contaminare luoghi nei quali, un tempo, la corruzione non era neppure pensabile (esempio: la scuola)”.

          Forse un frammento di verità. Di quella verità che si è trascinata nel tempo ed è giunta fino a noi. “… Siamo ancora e più che mai a Caporetto”. Ebbene, Giovannino Guareschi raccoglie i segni e i paesaggi e metaforizza lo spettacolo dell’ambiente. Ecco perché resta di grande attualità. Ecco perchè riattualizza quella cultura in cui i valori erano valori e le ideologie erano soltanto ideologie. Ma, nonostante tutto, la vita muta.  Nel mutare dei giorni, i giorni stessi preannunciano nuove realtà. Ma tutto sembra già detto. Tutto sembra già letto nel diario di Guareschi.

          E’ la conclusione di una stagione che ha parametri politici e sociali sui quali  Guareschi ci ha abituato a riflettere con molta ironia. Lo Zibaldino è un  tassello del mosaico Guareschi che resta un modello di giornalismo e di fare letteratura.

PIERFRANCO BRUNI, Resp. Progetto Etnìe MIBACT
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