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Democrazia o Uomo forte?

Riflessioni sul saggio di Luciano Violante "Democrazie senza memoria"

29/11/2017, 14:14 | Attualità

Nel corso degli ultimi anni si è andata sviluppando e ha preso corpo nel nostro Paese una critica generalizzata alla classe politica. E’ questo un fenomeno che investe l’intero Occidente, come mette bene in luce il saggio di Luciano Violante “Democrazie senza memoria”, appena  edito da Einaudi. 
“Per troppo tempo l’Occidente non ha curato le democrazie, considerandole immutabili monumenti al proprio presunto primato. Da ciò il deperimento. Per avviare una fase diversa è necessario che i partiti, diventati in Italia e in molti altri paesi occidentali organi del potere pubblico, tornino alla società, si occupino della formazione delle classi dirigenti, costruiscano comunità politiche, difendano il primato della ragione.
Ma la democrazia per funzionare ha bisogno che i cittadini siano attivamente partecipi della vita politica, nella consapevolezza che la reciproca interazione tra società e politica costituisce la caratteristica più rilevante dei regimi democratici. Se il gioco democratico si riduce invece ad una disputa fra pochi partecipanti, che coinvolge meno della metà degli aventi diritto al voto, ha ancora un senso parlare di democrazia come governo del popolo o, più raffinatamente, ripetendo il famoso aforisma di Churchill, come “la peggior forma di governo, tutte le altre escluse”?
Violante ci ricorda che negli ultimi 10 anni il numero delle democrazie è diminuito rispetto al passato. Oggi soltanto il 40% della popolazione del mondo vive in regimi sicuramente democratici. Non poche democrazie ottengono scarso consenso fra la popolazione del loro paese, mentre alcuni leader dispotici riscuotono vasti consensi fra i concittadini. 


Di fronte alle difficoltà si fa strada il mito dell’Uomo forte come risolutore della crisi. La vittoria di Erdogan in Turchia conferma certe teorie che girano, e cioè che il mondo sia ormai desideroso non tanto di rappresentanza quanto di decisioni. Da ciò discenderebbe la serie di autocrati spinti sulla ribalta persino dal voto popolare “Ne derivano l’inutilità della distinzione tra governati e governanti e il superamento, a parole, della democrazia rappresentativa, i cui principi rischiano di essere sostituiti in via di fatto dall’Unico uomo al comando, che azzera i corpi intermedi e pretende un rapporto diretto, esclusivo e permanente con i governati.”
Come mostrano diversi sondaggi fra i cittadini questa idea risulta non solo maggioritaria, ma in costante crescita. “La mancanza di convincenti proposte programmatiche da parte dei dirigenti politici ha prodotto nell’opinione pubblica di molti paesi una richiesta di cambiamento dei protagonisti e una critica senza riserve ai politici tradizionali e al sistema che essi impersonano.”
L’idea di democrazia e i suoi contenuti essenziali sono gli stessi da sempre:   La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo, secondo la famosa frase di Abraham Lincoln. Ma questo richiamo permanente e ideologico al “popolo”, darebbe forse vita oggi all’accusa di “populismo”.
I regimi dispotici chiedono che i cittadini siano solo spettatori, preferibilmente plaudenti. Le democrazie chiedono invece che i cittadini siano attori, protagonisti, nella consapevolezza che la reciproca interazione tra società e politica costituisce la caratteristica più rilevante dei regimi democratici.”
Negli ultimi anni, grazie alle enormi capacità della rete, si sono manifestate pericolose forme di menzogna organizzata da centrali professionalmente dedite alla falsificazione del reale per finalità politiche. Il fenomeno dilaga ed inquieta, perché è idoneo a costruire opinioni che possono incidere in modo determinante sulle scelte politiche dei cittadini. Il popolo in democrazia ha l’ultima parola e se questa parola nasce da convincimenti fondati su menzogne sono evidenti i rischi che corrono le democrazie.
Nel voto per il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, che fra i temi centrali aveva le politiche nei confronti dell’immigrazione, il leave ha prevalso nelle campagne, dove pure dell’immigrazione non ci sono segni visibili, mentre nelle città, dove è concentrata la presenza di immigrati, si è imposto il remain”.
L’indebolimento delle democrazie e l’avanzata dei regimi dispotici propongono 2 interrogativi inquietanti: perché stanno crescendo i nuovi dittatori?  Sopravviverà un ordine politico democratico?
Un recente sondaggio ha verificato che gli italiani, soprattutto di centrodestra, ma con una buona quota di elettori di centrosinistra, hanno voglia di essere governati da un "uomo forte". Uno che decida, insomma. Non è una aspirazione sorprendente e soprattutto non è una novità. Se si guarda con attenzione alla genesi del fascismo, si vedrà che la parte prevalente dell'Italia democratica riteneva che solo Benito Mussolini potesse rimettere un po' d'ordine nel caos postbellico. Non a caso nei suoi primi governi troviamo liberali e popolari. Quella che doveva essere una parentesi salutare diventò una dittatura.
Dietro la suggestione dell' Uomo forte che attraversa il Paese, o vasti settori di esso, non ci sono nostalgie post-fasciste e neppure velleità neo-peroniste. C'è piuttosto una domanda di leadership che è largamente insoddisfatta. E che rappresenta il vero problema del Paese. Come è stato giustamente notato, l'Italia, da Nord a Sud, non chiede autoritarismo ma soprattutto autorità e autorevolezza. Non c'è voglia di uomo solo al comando, ma di un uomo o di più uomini che sappiano comandare, cioè scegliere, decidere e gestire ascoltando il popolo e rimanendo in sintonia con esso. Non c'è da stupirsi: mai il nostro Paese era stato così sfasciato e decadente, privo di senso nazionale, morale sociale e solidarietà civile.
A questo proposito è emblematico il richiamo che Violante fa al  comportamento di De Gasperi in occasione della bocciatura della c.d, “legge truffa” che assegnava un premio di maggioranza alla coalizione che alle elezioni avesse superato il 51% dei consensi. Il premio non passò perché la coalizione centrista non superò il quorum per appena 54mila voti. A fronte di 1 milione e mezzo di schede nulle e bianche, molti consigliarono a De Gasperi di chiedere il riconteggio dei voti. Ma De Gasperi rifiutò, per evitare l’esasperazione delle tensioni. Così facendo, perse la Presidenza del Consiglio e chiuse la propria carriera politica, ma salvaguardò l’unità del Paese. Da autentico uomo di stato aveva compreso  che il governo del Paese era più importante della vittoria del partito.

 

All'interno, foto della presentazione del libro di Luciano Violante presso l'Istituto Sturzo. Nell'ordine: Antonio Casu (al microfono), e da destra a sinistra, Giovanni Orsina, Luciano Violante, Rocco Pezzimenti, Massimo Luciani

MASSIMO MILZA
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