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San Michele ospita “Impronte d’Autore”, di Neria De Giovanni

L’evento cagliaritano è il primo della serie conclusiva del progetto Sartegna contemporanea

12/04/2017, 12:57 | Attualità
da sin: Niolu, De Giovanni, Corbia, Piria, Pilia, Cherchi, Tuveri, Canu

Narra la leggenda che Dio, dopo aver creato l’universo, per riposarsi poggiò il piede in terra e sulla sua orma si formò la Sardegna. Per questo gli antichi greci la chiamarono “Sandalyon” cioè orma di sandalo.

Adesso ci sono altre orme, quelle d’artista, che possono essere ammirate grazie alla pervicace attività di Giovanni Corbia, organizzatore e curatore d’arte.
Ai primi di aprile a Cagliari, sotto il sole primaverile che innonda la campagna di asfodeli fioriti e margherite gialle, nel castello medievale di san Michele, svettante sulla collina, costruito sulle rovine dell’antico Castrum romano,  oggi Centro d’arte e Cultura, si è tenuta l’apertura della mostra d'arte intitolata “Impronte d’Autore” Arte in Contemporanea.
L’evento è il primo della serie conclusiva del progetto Sartegna contemporanea, Presentato nel 2013 a Milano ed a Cagliari con l’assessore regionale Avv. Sergio Milia. Nei quattro anni successivi si e esposto nei musei più importanti dell’Isola: Sa Corona Arrubia, La Grande Miniera di Serbariu, Agorà Ghilarza, Ortiz e Chague Atzara, Genna Maria Villanovaforru. Non sono mancate le esposizioni nel resto dell’Italia: a Sardegna Store di Milano e Roma.
Si sono ottenuti risultati record per l’arte in Sardegna.

Anche la Mostra “Impronte d’autore”  è curata da Giovanni Corbia, per Sartegna Contemporanea, con la collaborazione organizzativa di Alberto Severino presidente di Morsi d’arte.

Non è una personale, non è una collettiva, ma sette artisti sono presenti con uno spazio ampio dove mostrare il percorso della loro ricerca. Appartengono a mondi geografici, antropologici e culturali diversi, rappresentano certamente le eccellenze dell’arte contemporanea in Sardegna.

Gli artisti sono: Sergio Bolgeri, Sergio Canu, Stefano Cherchi, Efisio Niolu, Davide Pilia, Paolo Piria, Maria Grazia Tuveri.
Sergio Bolgeri occupa due intere grandi pareti con la sua opera che è esemplata a partire dagli anni settanta fino ad oggi. Il grande uccello dalle ali spiegate che raggiungono la libertà oltre le grate; maglie invece imbrigliano la figura umana ora dietro una chiave simbolica, ora ripetuta a decine nella spersonalizzazione di massa, ora ricomposta dall’unione di centinaia di tessere in una tecnica unica ed originalissima, alla Bolgeri appunto.
Paolo Piria presenta delle tavole con esplosioni di colori, l’ocra, il giallo, il blu, il viola , che produce da solo utilizzando le terre della Sardegna unite a essenze naturali: risalta così il viola con il lussuoso cobalto e le gradazione dei rossi con la cocciniglia. La sua è una pittura segnica che unisce pannelli con addizione di colore a quelli con sottrazione di colore. Il risultato è una visione che può ricordare il pulviscolo cosmico, origine della vita o frantumazione di essa a seconda dei punti di vista. Di Paolo Piria è esposta anche una installazione che provocatoriamente ricorda la mercificazione dei valori, con una tanica di benzina collegata all’opera d’arte.
Stefano Cherchi è presente con notevoli installazioni  la prima delle quali accoglie lo spettatore: è “La trappola” con grandi carte da gioco ad indicare il pericolo del gioco d’azzardo; particolarmente suggestivo lo sciame di farfalle confezionate con lattine di Coca cola e Fanta a simulare il volo delle anime delle vittime del terribile eccidio del Bataclan; con “Escalation” le nude mani dei minatori, degli operai, si arrampicano sui pioli di una scala esprimendo tutta la fatica e la disperazione dello sfruttamento del lavoro.
Sergio Canu gioca con un dualismo evidente di buio-luce, arte-natura, anima-corpo. Le sue opere raccontano profili femminili perché come ricorda una frase a didascalia: l’anima è donna. Un gioco tra positivo e negativo in cui i contorni delle immagini vengono creati dalla luce che si insinua nei solchi costruiti ad arte. Anche i titoli dei vari pannelli riprendono il dualismo positivo-negativo: “Fuori la notte” ,  “Prendere della luce” e “L’alba di un giorno diverso”. Le opere sono illuminate lateralmente da una luce lunare che ci ricorda come la parte femminile dell’uomo sia troppo spesso lasciata in ombra.  Tutte le sue opere sono realizzate con materiali di recupero dall’ecocentro, concettualmente recupero dei valori dell’anima, troppo spesso abbandonati.
Efisio Niolu riempie la parete a lui dedicata con suggestioni geometriche che fanno dialogare oriente con l’occidente. È un’arte design quella di Niolu che non tralascia suggestioni giapponesi e cinesi. Possiamo trovarvi un reale confronto tra civiltà, in un approccio geometrico, tipico della cultura occidentale, con quello espressionistico più vicino al mondo orientale. Abbiamo bisogno di tali messaggi che conducono ad una comprensione mutua e un arricchimento vicendevole. Le sue opere sono realizzate con una tecnica molto personale in cui carte dipinte ed incollate formano un quadro di insieme che potrebbe definirsi un vero e proprio esperanto visivo.
Maria Grazia Tuveri l’unica donna di questo  drappello di artisti presenta nella sala centrale una installazione scenografica : “Inseminazione artificiale” ci suggerisce il titolo che descrive un enorme uovo vuoto e spaccato da cui escono minuscole tartarughe bianche e dorate. La tartaruga che per la Cina è simbolo di eterno ritorno , sembra alludere alla assurda pratica delle biotecnologie moderne che vogliono in maniera del tutto artificiale raggiungere una eternità di vita non concessa all’uomo. Vuoto e pieno si alternano anche nelle installazioni che occupano una intera parete al piano superiore del Castello, anch’esse ricolme di bianco e dorato , con sfere centrali, cuore che catturano la luce. Il concetto che anima le opere di Maria Grazia Tuveri è aperto ad un cauto ottimismo, certamente in un sincero amore per la vita nonostante il fango e il dolore dell’esistenza quotidiana.
Marco Pili giganteggia in una parete tutta dedicata ai suoi pannelli di arte astratta che però esemplificano il percorso intrapreso. Da un naturalismo materico che non tralascia l’utilizzo di materiali come il legno, le argille, le sabbie, Marco Pili è giunto a segni di più vibrante empatia simbolica, che ricordano l’impatto dei suoi primi murales. L’arte astratta, informale di Marco Pili è una scelta, un approdo dopo l’esordio nel figurativo. Vuole rappresentare quanto di più strettamente sardo, nella materia e nelle intenzionalità, l’artista riesce ad esprimere. E il visitatore della mostra non rimane inattivo davanti ai suoi colori così esplosivi.
Davide Pilia è l’unico fotografo accolto nella compagnia degli artisti ma ad un osservatore ed estimatore dell’arte contemporanea i suoi scatti appaiono così ben realizzati in forme d’arte.  Pilia lavora con tecniche tradizionali di fissaggio e sviluppo dei negativi, questo offre l’opportunità di un lavoro rifinito e di grande empatia. Volutamente d’impatto e provocatorie sono alcune immagini come la lampadina che anzichè essere illuminata è completamente nera o il famoso taglio di Fontana, nella foto richiuso con una cerniera lampo.
Sergio Bolgeri è certamente di tutti l’artista con una storia professionale più lunga e ricca di successi. Benché alla sua acuta ironia non piaccia il termine direi che potremmo considerarlo il “padre nobile” dell’intera operazione di Sartegna contemporanea che vuole portare all’attenzione del pubblico una Sardegna che si confronta liberamente , ad armi pari, con il resto del mondo per quanto riguarda ricchezza di produzione artistica.

Aldilà e al di sopra dei nuraghi e dei banditi , simbologie iconiche che anche recentemente sono state riesumate in maniera del tutto inopportuna per valorizzare ed esportare il prodotto Sardegna...

Neria De Giovanni
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