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Mata Hari. Un mito. Una donna. Una danza infinita, di Pierfranco Bruni

06/03/2017, 16:20 | Attualità

 

A cento anni dalla fucilazione di Mara Hari. Una morte tagliata dal vento dell’alba.  Fu una danza fatale.

    Percorse i suoi ultimi passi con la cadenza lenta. Non volle che  le si fasciassero gli occhi. Volle  vedere i propri fucilatori negli sguardi. Volle osservare il plotone di esecuzione che sparò senza indugio. Era stata condannata per spionaggio. C’era una volta una danzatrice che portò l’Oriente sulla scena dei teatri della Grande Guerra.

    Il suo canto, la sua musica, i suoi abiti nella nudità del suo corpo e della fattezza della sua bellezza, portavano l’incanto, il segreto, il sogno. Penetrare per pochi istanti la dimenticanza della tragedia, che invadeva il mondo, significava assentarsi dalla triste realtà. Era bella.

    I suoi vestimenti leggeri sembravano il trionfo di Cleopatra. I suoi bracciali, le sue collane, i suoi orecchini nel suono della presenza d’Orient    La danzatrice, quella che fu definita la spia più enigmatica e più elegante, la cortigiana più amata dalla aristocrazia militare di quegli anni.

    Si chiamava Mata Hari, ovvero, in lingua malese, significa “Occhio del Giorno”. Parlerò di Mata Hari mercoledì 8 marzo a Catanzaro, presentando una Cartella con schede tra racconto, poesie e immagini la cui realizzazione grafica è stata curata, in modo sublime, da Anna Montella. Nel corso dell’incontro sarà proiettato un Video su Mata Hari realizzato da Anna Montella   Risultati immagini per mata hariRisultati immagini per mata hariRisultati immagini per mata har

Mata Hari. Era nata in Olanda  a Leeuwarden  il 7 agosto del 1876. Il suo vero nome era Margaretha Gertruida Zelle. Ma conosciuta, appunto, come Mata Hari. Dal 1895 al 1900 è sposata infelicemente con un ufficiale di venti anni più grande di lei. Ma è a Parigi che trova la sua grande passione nell’intrecciare la danza e il canto tra i diversi palcoscenici.

Da Parigi a Berlino sino in Italia dove approda a Milano.

 Si dice che sia stata coinvolta in un complicato e sottile giro di spionaggio che riguardava il Medio Oriente e alcuni Paesi Europei tra i quali la Germania e la Francia durante la fase della Grande Guerra. Lei,  imperturbabilmente, sempre negò. Ma venne condannata, e oggi gli olandesi, il suo Paese che le diede i natali, chiedono la riabilitazione perché, sostengono che è stata passata per le armi senza alcuna prova.

    Viene fucilata in Francia, a Vincennes il 15 ottobre del 1917. Mentre il plotone sparava, lei gridava di essere innocente. Una donna che seppe vivere amando. Amò fino a morirne. Fino a non temere la morte perché sapeva bene che la vita è un attraversare la morte quotidianamente.

  Si ama fino a superare la morte nell’esercizio stesso della vita.  Era bella, con negli occhi la sensualità di quell’Oriente che portava la trasparenza del mistero e dell’onirico senso. Non rinunciò mai alle notti e ai giorni della passione. Seppe cogliere, danzando, ogni gesto di una profonda eroticità. Ma l’eros è l’attrazione del vivere.

   L’eros come scavo tra corpo e anima.

 Mata Hari non seppe mai fingere e restò sulla scena anche osservando i fucili sparare. Forse una donna simbolo in un tempo di grandi complicità nelle ambiguità di un Secolo contradditorio. Seppe morire come seppe vivere la vita con la poesia e la grande bellezza.

 “La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento”.  Questa sua frase resta incisa nel cuore di chi seppe apprezzarla e di chi sa riconoscere la sua grandezza e la sua magia. Una donna stregata dal sogno e dal coraggio.

Mai si arrese e mai ebbe paura tanto che prima di essere fucilata, alla notizia della condanna, ebbe a dire:    “State sicuri che saprò morire senza paura. Farò quella che si chiama una bella morte!”.

Mata Hari: un mito. Una donna nel fascino dell’attrazione. Greta Garbo la rappresentò, nel suo film del 1931, in modo sublime.

  Una danzatrice. Una cortigiana? Una spia?  Seppe vivere con la dignità con la quale si presentò davanti ai suoi carnefici. Aveva soltanto 41 anni.

Nel vento dell’alba la danza fu infinita.

Pierfranco Bruni, Italianista e Responsabile Progetto Etnie del Mibact
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