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Il guanto perduto

Un racconto sulla Befana, per addolcire l'inizio del nuovo anno...

04/01/2016, 08:48 | Attualità

Ed anche quell’anno erano arrivati, implacabili, i giorni faticosi dei preparativi. 

C’era da aggiornare la lista dei bambini, che crescendo maturavano esigenze diverse; tenere sotto controllo le spese per i regali  perché  l’aumento dei prezzi imponeva  scelte sempre più oculate; organizzare bene il recapito dei doni per non tralasciare nessuno.
Insomma, avrebbe avuto un bel da fare, e alla sua età non era facile sopportare un tale tour de force, ma gli occhioni stupiti e sorridenti dei suoi bimbi l’avrebbero ripagata di ogni fatica. Ogni anno era così, lo sapeva.

E poi, avrebbe conosciuto i nuovi arrivati, ritrovato le vecchie conoscenze e rivisto quelli che, diventati adulti e a loro volta genitori, nel buio di case addormentate, illuminate dai sogni e dai desideri, preparavano per lei ricche colazioni sulle tavole della festa.

Quanti visi, quante storie, quanti ricordi affollavano la sua mente. Ma uno si faceva largo fra tutti, quasi con prepotenza. Quello di  Emma e del suo volto rigato di lacrime.
Ricordava tutto perfettamente. Era stata una notte di lavoro  frenetico, il tempo era volato via più veloce del solito. Doveva affrettarsi, concludere le consegne: l’ansia dell’attesa accorciava i sonni dei  piccoli e il chiarore dell’alba avanzava a grandi passi. La casa di Emma era una delle ultime del giro: aveva poco tempo e non poteva permettersi il rischio di svegliare la piccola e rovinare la sorpresa. Per questo aveva deciso di lasciarle i regali in  cucina, sotto la cappa. Lontano da occhi falsamente addormentati e da  orecchie indiscrete.

Ma Emma, al risveglio, nel buio della sua stanza, quei doni li aveva cercati accanto al suo lettino. E non li aveva trovati. Stropicciandosi gli occhi nella speranza che una vista meno annebbiata dal sonno le avesse potuto restituire la sagoma di qualche pacchetto infiocchettato, si chiedeva disperata perché non intravedesse nemmeno una sorpresa. Che cosa aveva mai combinato per non meritare neanche un piccolo dono?  Certo, era vivace, ma sia i suoi genitori che i suoi insegnanti non si erano mai lamentati di lei. Almeno così le sembrava. E allora, perché quel vuoto? In quel momento anche trovare un pezzetto di carbone l’avrebbe resa meno triste, se non altro per la certezza di non essere stata dimenticata. Una punizione, seppure incomprensibile, l’avrebbe accettata più volentieri di quel vuoto, dolorosissimo.
Fu solo allora che, guardando Emma da lontano, vagare affranta nella sua cameretta, vittima inconsapevole di un gioco atroce, comprese davvero la pena della bimba. Con il cuore stretto dall’angoscia le chiese scusa, in silenzio, mille e mille volte per la sofferenza che, suo malgrado, le stava infliggendo. Perché nulla è più triste di un bimbo che piange, tradito nelle sue speranze e nei suoi desideri.

Per farsi perdonare, aveva guidato le sue gambette in una ricerca più accurata nel resto della casa. E ben presto, l’indagine, aveva dato i suoi buoni frutti. In cucina, Emma aveva trovato i regali. Erano appoggiati sulla tavola, un po’ in disordine, a dire il vero, tra i biscotti e i mandarini che aveva preparato per lei, ma c’erano tutti quelli che desiderava. E in più, custodita in una grande scatola, Sofia, una bellissima bambola dai capelli biondi, avvolta in un abito bianco, vaporoso come un quello di una sposa.
Emma, ancora impastata di sonno e lacrime, l’aveva subito presa tra le braccia e era andata a mostrarla ai suoi genitori, come un trofeo. Con la felicità stampata in viso, dolcissima.

La pienezza di quella felicità, Emma, se l’era portata nel cuore per sempre, inconsapevolmente. Se ne stava lì al calduccio delle coperte dei ricordi, in silenzio. Poi, una mattina di festa suo figlio, un birbantello biondo con gli occhi neri, aveva trovato insieme ai regali e alla calza anche un guanto di lana, consunto dal tempo e dall’uso.
Aveva sempre fatto attenzione a non dimenticare in giro oggetti che le appartenessero, al massimo lasciava qualche impronta delle sue scarpe o qualche spolverata di carbone. Ma in casa di Emma e del suo bimbo, complice il profumo dei mandarini e dalla dolcezza dei biscotti che avevano preparato per lei, si era attardata volontariamente, memore di passate emozioni. Emma abitava un angolo speciale della sua anima, aveva un debole per lei, anche ora che era adulta. Ma, poi, in fretta e furia era dovuta volata via, e nella concitazione della partenza, aveva perso uno dei suoi guanti di lana.

Era andata così.

La mattina dopo Emma l’aveva accarezzato, quel guanto, riconoscendo il profumo di felicità antiche e misteriose. Ed aveva raccontato a suo figlio, una volta ancora, la  storia della vecchina che ogni anno cavalca i cieli dei desideri e porta in dono la gioia più bella.

Quella dei bimbi che sorridono.
 

Annamaria Torroncelli
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