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Merlino, ovvero la lezione ultima dell’amore, di Neria De Giovanni

L'ultimo libro di Marco Tullio Barboni ci accompagna in un viaggio onirico alla ricerca di noi stessi

08/07/2018, 12:29 | Attualità

Avevo davanti agli occhi il libro di Marco Tullio Barboni “A spasso con il Mago-Merlino e io” (Roma, Viola editrice, 2017) e catturata dall’immagine di copertina  pensavo a quale libro con un cane co-protagonista avessi letto prima. La memoria mi è subito andata a Carlo Coccioli, il grande scrittore di Livorno morto a Città del Messico con cui sono stata a lungo in corrispondenza epistolare e su cui ho pubblicato una monografia. Ebbene una delle sue opere si intitola: “Fiorello, requiem per un cane” uscito in spagnolo nel 1973 e poi in Italia nel 1977 : il ricordo del rapporto con il suo cane morto, salvò Coccioli dalla depressione.
 

Con felice meraviglia iniziando il libro di Barboni  trovo un uguale dialogo tra Merlino, il cane dell’io narrante, che torna dall’altra dimensione per approfondire con il suo padrone la domanda etica primaria : perché si vive.
 

Il volume è concepito in maniera direi tradizionalissima, riproponendo addirittura il modus letterario classico del dialogo. Dialoghi quelli platonici  con cui si tramandò la filosofia socratica, dialoghi quelli  Giambattista Vico per dimostrare la teoria dei corsi e ricorsi storici.., e così via.
Ma questo è un dialogo del tutto particolare in quanto interessa un uomo vivo ed un cane morto, inoltre il loro incontro, come è ovvio, non potendo avvenire in una dimensione reale, si esterna nella dimensione onirica.

 

Ed ecco, quasi ad apertura di libro, la prima importante citazione che rende questa storia così vicina alla nostra cultura e alla nostra sensibilità. Allora: l’io narrante quando capisce, e con lui il lettore, che il dialogo con il suo cane Merlino avviene in sogno, nomina tale possibilità come “sogno lucido seguendo quanto scrisse Carlos Castaneda nei famosissimi libri di cui Don Juan era protagonista,”:
“- Su quello, Castaneda docet. Sai cosa fa dire a Don Juan?
-Se nel sogno sei capace di guardarti il palmo della mano vuol dire che sei entrato nel sogno lucido”
.(p.17)

 

L’incontro tra cane e padrone è vissuto in una dimensione surreale e magica come palesato dal nome di mago e Merlino, nel titolo e sottotitolo del libro stesso. La modalità narrativa scelta, quella del dialogo senza interruzioni né capitoli, mi pare coincida anche con la competenza pluridecennale di Marco Tullio Barboni come scrittore di cinema e di televisione con oltre cinquanta film, cortometraggi e tv-movie. Il dialogo perciò è, come dire, il suo…pane quotidiano.
Il sogno lucido in cui Merlino accompagna il suo padrone offre la possibilità a Barboni di narrare storie autonome, quasi una “mise en abyme”, storie al quadrato, di cui Andrè Gide era maestro.  Perché il libro oltre approfondire la vita dell’io narrante, ha una ambizione più grande, vuole arrivare a coinvolgere e capire l’intera umanità. O almeno anche chi è diverso, al di fuori del vissuto dell’io narrate.

 

Così ci imbattiamo in vere e proprie tipologie umane: il commercialista Nicola Settembrini, la cui ombra, schiacciata da un terribile segreto,  è nerissima: Nicola è omosessuale ma non ha mai avuto il coraggio di dichiaralo ai genitori ed ha trascinato la sua vita in una farsa dolorosa che coinvolse anche sua moglie, portata alla disperazione. Proprio osservando la storia di Nicola Settembrini lo scrittore ci lancia un’esca autoreferenziale e Merlino annuncia il meccanismo del “turning point. Altro tuo ferro del mestiere se non sbaglio: il protagonista è posto davanti alla necessità di operare una scelta che rappresenterà un punto di svolta nella vicenda” (p.72):  il “ferro del mestiere” dell’io narrante, ovvero dello scrittore di sceneggiature per la Tv e i cinema!
 

Sempre il cane Merlino, in un altro luogo del romanzo, ricorda la professione di sceneggiatore dell’io-narrante padrone: “No, no, no! Boss. Evita per favore! E’ da quando hai dovuto scrivere quella storia sulle cosche che gestiscono quelle schifezze che, ogni tanto, certe immagini rigurgitano nella tua memoria e ti fanno andare il sangue al cervello” (p.109)
 

Il libro diventa così sempre più una corona di exempla, anche nel senso medievale di esempi umani da cui trarre insegnamenti morali.
Carlotta Ruggeri Grimaldi la giovane trentaduenne che seduce ed inganna il l’anziano conte Massimiliano, (p.98-) Rafael Barrios (p.132) il prete che si sacrifica per salvare la sorella ma che poi avrà un’amara sorpresa nell’inutilità e danno del suo stesso sacrificio; e fin all’apertura di libro, incontriamo il destino dei ladruncoli , Giuseppe Pigna detto il pinolo, Cosimo Casati e Lorenzo Moracci (p.35) e il loro destino dopo essere stati “disturbati” dall’io-narrate nel piano di svaligiare un appartamento.

 

Seguendo l’incoraggiamento del cane, il padrone schiocca le dita quando vuole assistere a come la vicenda umana dei diversi personaggi sarebbe potuta essere con scelte di vita differenti.  E il gesto del mago per eccellenza non è forse uno schioccare delle dita?
La lotta tra destino e libero arbitrio, antica quanto il mondo, gioca le sue carte tra un vero e proprio inventario di vite umane con le loro infinite possibilità dove il caso si può chiamare anche provvidenza o fato.

 

Nel viaggiare notturno sui cieli del sogno del padrone con il suo cane, Barboni trova il modo di citare  autori coltissimi, come il Seneca delle lettere a Lucilio, insieme a cantautori tanto amati come il De Andrè di Bocca di rosa; poeti popolari che tutti abbiamo amato negli anni liceali come Jacques Prevert e filosofi di profonda oscurità come Giordano Bruno.
 

Ma la bravura di Marco Tullio Barboni sta nel fare cadere la citazione come necessaria e naturalissima conclusione di un discorso dello scrittore-io narrante con  il cane-mago. Se Merlino soprattutto all’inizio del sogno ha un linguaggio addirittura sapienziale che stupisce il suo interlocutore umano, nel corso della loro scorribanda notturna onirica, riesce ad assumere dei comportamenti linguistici molto ironici che ci riconducono al suo universo “canino”. Ecco dunque che “mettiti nel mio manto” (p. 106) e non certo “mettiti nei miei panni…oppure  “Era  un po’ avanti cogli anni, santa cagna” (p.152) parlando della madre il cane Merlino non può certo dire santa donna…
L’alba arriva, il sogno finisce, che cosa ha imparato lo scrittore (e con lui il suo lettore) dal ritorno di Merlino? C’è una logica per cui si vive  e si muore? Quale è il perché della vita?
Credo che il messaggio finale sia bellissimo e coinvolgente l’intero universo. Parafrasando ancora Prevert:Quest’amore è l’unica salvezza” (p.188) ma anche “se vuoi essere amato, ama, Seneca” (p.200).
Il padre dell’io narrante utilizzava il termine “birbonata” per indicare “l’incursione in pasticceria” con la figlia maggiore; ebbene anche Marco Tullio Barboni con questo libro ha fatto una “birbonata” con e per noi lettori, invitandoci a gustare il suo prodotto che può addolcire anche momenti difficili della nostra vita.

NERIA DE GIOVANNI
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