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Il viaggio con Roberto Vecchioni e il suo libro "La vita che si ama. Storie di felicità" (Einaudi)

Un libro da leggere. Non leggero, attenzione. Profondo. Un libro da conservare. E una copia in più da tenere sul comodino. Sempre.

08/04/2016, 14:05 | Arte e Cultura

 

"Ma che cosa vedevi sul soffitto/quando stringevi lacrime e parole?/sono forse cavalli fra le onde/le lunghe ombre di chi fa l'amore/di chi fa l'amore...”. 1972.

Ascoltavo in quello scorcio di anno queste parole. 2016. Continuo a portarle nel cuore. E gli anni passano, come nuvole che cercano l’indefinibile. Roberto Vecchioni. Dal 1971 cammina tra le mie parole e ascolto come silenzio di antica alchimia le sue parole compresa quella che porta il tutolo “Archeologia”: “Sarà perché ricordo te stasera /sarà perché sei stata la più sola /come un pagliaccio che non dice niente/non sa come far ridere la gente/sarà, ma c'è l'inverno di mio padre/l'amore di una donna che ci crede/o forse è stata solo una parola /che come te mi resta nella gola /chissà perché ricordo te stasera”.

    Sono andato avanti con le parole e sono rimasto un bandolero a volte stanco a volte ferito, ma sempre con il sorriso e con il sogno. Un bandolero come te, Roberto.  Poi sono giunti i libri. Racconti, favole, romanzo. Il padre, la madre, i figli, l’amore.

    Già, ora vorrei parlare del suo ultimo libro. E so che non lo farò. La consuetudine chiede (a volte o forse), quando si parla di un libro o si tenta di recensirlo, di intrattenere un “ragionamento” partendo dall’inizio e argomentando il “filo” della narrazione o di creare uno schema. Non è questo che voglio fare, soprattutto trattandosi dell’autore in questione. Non ci sono schemi che tengano o teologie dei linguaggi quando a prendere il sopravvento sono le rose blu che portano la magia della parole: “…ti darò/la dolcezza infinita di mia madre,/di mia madre finita al volo/nel silenzio di un passero che cade…”.

    La “strizza” della memoria, il tempo incancellabile che racchiude una conchiglia nel vento e il mare in uno sguardo. È da una vita che scrivo su di lui e recito le sue canzoni e leggo da anni più ravvicinati i suoi libri (sui quali ho sempre scritto di lui, del libro e di me, di noi…).

    Sì, perché quando un libro non parla anche di me, io ormai non ne scrivo. Ho smesso di recensire per mestiere. E non solo. L’anemia del romanzo e del linguaggio campeggia in questi decenni. Il libro di Vecchioni è un grande libro. Forse anche lui mi ha insegnato questo e altro. La magia è un vocabolario dell’anima e non si crea per mestiere.

    Dunque. È appena uscito l’ultimo libro di Roberto Vecchioni.La vita che si ama. Storie di felicità” (2016, Einaudi). Libro colto, di grande spessore. Libro da un uomo che conosce la lingua, la vita, la letteratura e il senso della metafisica dell’esistere. Il tempo! Il tempo verticale!  Incipit dell’ultimo capitolo: “Che c’eri quando tornavo o non tornavo e mi leggevi negli occhi… Che c’eri quando una ragazza o una ferita, un sorriso come un lampo o una nuvola nera stavano attraversandomi la vita”.

    Lo scrittore si sente, si avverte, si percepisce, si ascolta e si vede. Già, si vede. Le parole e i linguaggi si vedono come se fossero specchio della propria esistenza. Racconti, storie, come dice il titolo, romanzo. Ma anche tanta ironia e favola che è magia del vivere. Non esiste l’impossibile perché tutto è possibile quando nei nostri occhi la luce incontra la vita e la vita si fa esistenza. Si fa speranza.
    Il sogno è luce: “E' il sogno che rubi dal tuo sonno, il sogno che modelli, plasmi, fingi, che raccogli in pezzi; è l'istante prima che ha tutti gli istanti dopo ancora intatti, e, appena è, già fu ombra e tu gridi per uscirne ed essere di nuovo alla luce, perché questo sono gli uomini, urlo e sole, e tutto il resto è niente"(in “Viaggi del tempo immobile”, 1996).

    “La vita che si ama” è su questa corda onirico – reale. Insomma c’è il raccontare di una vita in questo libro come anche nei precedenti con una favola antica che è quella dell’infanzia, della giovinezza, del padre, della madre, della famiglia, degli amici e dell’amore che incontra la morte e, anche sfidandola, l’amore vince sempre come ogni impossibile destino può diventare possibile speranza nell’attesa che tutto può essere raggiunto avendo fede nel Dio che illumina. Oltre le parole. Nelle esistenze.

    Ebbene, questo nuovissimo libro di Roberto, nell’incastro tra una prosa che ha una profonda liricità e dei versi che sono scavo nel sublime, mi riporta ad antichi silenzi che hanno voce. Dal raccontare del padre (Aldo) con la sua ironica venatura napoletana (molto inteso e scavante il racconto sul padre) alle sue esperienze di professore di latino e greco.

    Dal suo emozionarsi al sua Dante con l’avventura di Paolo e Francesca (e su Dante, Roberto gioca di fioretto sia in questo testo che nei suoi versi cantati, il Dante che incrocia gli occhi pungenti di Beatrice, ma anche il Dante che tocca Pascoli e prima al notturno canto di Leopardi e oltre con il verrà la “notte” di Cesare) sino alle due ultime pagine che sono nostre, di un vissuto condiviso come tutti i figli che non vedono la propria madre morire e la trovano già distante, ma sempre vigile nel sacro silenzio del proprio essere.

    Mi appartiene, come gli altri suoi libri perché raccontano vita ed esistenze. Come mi sono appartenute quelle luci a San Siro o quell’uomo che si giocava il cielo a dadi, o come Milady o come mi manchi o come Euridice o come sogna ragazzo sogna, che dedico interamente a mio figlio Virgilio insieme a figlio figlio figlio… giglio… o come il cielo capovolto, o come l’incanto della bellezza in una Venezia sulla grafica di Mann o di un anonimo veneziano o come quel bandolero stanco (che mia figlia Micol mi ha sempre dedicato anche nei momento più dolorosi) che mi riporta a mia madre perché nasce dal tango delle capinere e lei, mia madre, cantava con la sua voce flebile da una stanza all’altra ed io ragazzetto ascoltavo la sua voce, o come quelle rose blu con le quali sfioro le labbra del mio amore…

    Roberto mi ha formato e continuo ad ascoltarlo a leggerlo. Questo libro sembra disegnato sul mosaico della mia vita. Si legge in  “Le parole non le portano le cicogne” (2000, un altro suo libro di racconti): "Quella volta, ingenuo come un adolescente, credetti che fosse più difficile amare che essere amato. Ora so che non è così. Amare dà un potere senza confini che non conosce spaventi e ritirate; essere amati è un continuo bivio e raddoppia i sussulti e le tenerezze; hai sempre paura di sbagliare e ne esci battuto sempre, perché, per quanto tu riesca a dare, non colmi mai la misura". E il mosaico prosegue con storie di felicità. La felicità è una nicchia nel tempo della vita che se ne va e che ritrovi nello sguardo dei figli che raccontano ciò che noi siamo stati…

    Non ti tolgo nulla, caro Roberto…e da quell’incontro nella terra di Lecce a metà degli anni Novanta, (gli amori si spezzano, gli amori ti lasciano il vento, gli amori non si ritrovano, gli amori ti lasciano il sogno e ti fermi alla deriva…, versi miei di quegli anni) ci siamo ritrovati tante altre volte nell’ascolto di malinconie e di incroci di esistenze e di vite e in quella serata ti chiesi di ricantare quella canzone che fa: “Gli anni rimangono /silenziosi, leggeri, /stanno dove li metti /e si nascondono /negli odori, nei fogli, /nel wysky, nei cassetti /gli anni si impigliano /e si aggrovigliano //Vorrei parlarti /vorrei spiegarti /vorrei lasciarti/e poi cercarti…”. E tu mi chiedesti cosa mi legasse a questa canzone. E poi dicesti: “…non mi dire…”.

    Ecco, caro Roberto, non ho parlato ancora del tuo ultimo libro ma tutto ciò nasce dal tuo libro. In questo libro sei proprio tu,  così hai scritto nel retro. Vero. Perché condivido con te che “non si è felici nell’imperturbabilità. Ma nell’attraversamento del vento e della tempesta”. È come se lo avessi scritto io. Soprattutto quando mi dici: “C’eri alla malinconia e me la lasciavi senza dirmi niente, senza interferire.//C’eri alla cima del monte, all’acqua del mare, all’aprirsi del cielo.//E c’eri sempre anche quando non erano fatti tuoi, che non t’andava mai bene niente, e in tutta onestà un bel po’ di volte mi hai pure rotto, dolcemente, i coglioni./Ma c’eri sempre./E’ che io, io non c’ero, quando te ne sei andata”.

    Vedi, caro Roberto, a volte ci si somiglia un po’… come canzone per Sergio o come in quel tuo ripetere che l’amore non finisce mai. Ed ora siamo qui, alla fine di questo mio scritto che non dice niente ma dice tutto per chi crede che il destino da impossibile può diventare possibile, forza per andare oltre e per chi come dici in “Il mercante di luce”  (2014) che “non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro”.

    Ma sì, bisogna ascoltarlo questo libro. Attraversarlo. Come la vita. Come le esistenze che si raccontano, come la bellezza che va vissuta sino all’ultimo istante. Come gli amore e l’amore. Con i figli che sono te me noi. Come la vita che recita mancanze:  “Ma finché canto ti ho davanti/gli anni sono solo dei momenti/tu sei sempre stata qui davanti”. E tutto diventa una viola d’inverno! Già, perché: “Quando vedete una cosa, la vedete per l’ultima volta. Ogni persona che incontrate, appena la incontrate, è per l’ultima volta”.

Un libro da leggere. Non leggero, attenzione. Profondo. Un libro da conservare. E una copia in più da tenere sul comodino. Sempre.

Pierfranco Bruni
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