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La “Figura” nella Commedia di Dante Alighieri, di Gaetano Stea

09/10/2019, 15:41 | Arte e Cultura

In attesa delle prossime celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri (14 settembre 1321 – 14 settembre 2021), con le quali il mondo della cultura si appresta a ricordare con varie iniziative il grande Poeta italiano, sembra giusto accennare ai più recenti studi danteschi sull’elemento figurale, che ha contrassegnato la sua ispirazione nell’atto di tratteggiare i personaggi più noti della Commedia.  

Non va pretermesso che nel medioevo con il dolce stil novo, era invalsa una concezione della “donna angelicata”, come risulta evocato dallo stesso Poeta nei memorabili versi: “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia……..e par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare”,  la cui idea si muove all’interno di un percorso articolato, rappresentato dalle “figure” femminili della Commedia, ed in particolare da Francesca, Piccarda, Matelda, Lia, Beatrice ed infine la Vergine Maria. 

L’elemento figurale di questi personaggi si appalesa in una sorta di immedesimazione del poeta, il quale  nel cimento dell’invenzione, attinge dalla propria anima ciò che gli è più affine, al punto che il suo processo di purificazione personale, che rappresenta il fine dell’intero viaggio nell’oltremondo, corre in parallelo con lo spirito dei singoli personaggi. Ed infatti il Poeta penetrando all’interno dell’anima di Francesca, trae motivo per rielaborare l’esperienza del male da lui stesso vissuto, allorchè, allontanatosi dall’amore per Beatrice, si volse alle “donne della pietra”, che lo avevano traviato ricacciandolo metaforicamente nella “selva oscura”. Le lacrime del Poeta versate per l’episodio di Francesca e Paolo, rappresentano la cifra e l’espressione del suo personale pentimento “che lacrime spanda”. 

L’incontro con Beatrice che segue alla separazione dolorosa  da Virgilio, segna la svolta di questo processo, al punto che la sua figura  viene descritta alla maniera delle sacre rappresentazioni medioevali: “così dentro una nuvola di fiori / che da le mani angeliche saliva  / e ricadeva in giù dentro e di fori, / sovra candido vel cinta d'uliva  / donna m'apparve, sotto verde manto  / vestita di color di fiamma viva”. Mai una donna sulla terra era stata elevata  a così vertiginose altezze, con l’energia poetica di cui solo Dante disponeva, nel cimento di una fantasmagoria di luci e colori. Dopo Lia Matelda e Piccarda, l’elemento femminile della Commedia viene trasfuso nel genere sacro, con l’apparizione prima di Sant’Anna e poi di sua figlia la Vergine Maria, alla quale il Poeta dedica l’ultimo canto del Paradiso con la nota preghiera: “Vergine Madre / Figlia del Tuo Figlio / umile ed alta più che creatura / termine fisso di eterno consiglio”.  Qui la poesia sale vertiginosamente verso risultati mai raggiunti prima di allora, al punto che il Poeta  stesso ne prende piena consapevolezza nei versi sublimi: “e fa la lingua mia tanto possente, / ch'una favilla sol de la tua gloria  / possa lasciare a la futura gente”. Raggiunta tale altezza, l’alta fantasia non può procedere oltre, e ciò che resta è solo respiro dell’anima: “ma già volgeva il mio disio e 'l velle, / sì come rota ch'igualmente è mossa, / l'amor che move il sole e l'altre stelle”.
 

Le figure maschili della Commedia invece ci offrono una possibilità di accostamento con il Poeta, non meno difficile rispetto alle figure femminili, al punto che la progressione dell’indole dei personaggi con l’anima del poeta, si fa materia magmatica, al solo limitarsi a considerare Farinata, Pier delle Vigne, Ulisse e il Conte Ugolino.

In Farinata si riscontra l’animo combattivo del Poeta, che rivendica i propri successi  militari nelle battaglie svoltesi all’epoca tra fiorentini e senesi. Così pure in Pier delle Vigne, un cortigiano segretario dell’Imperatore, “ch’ebbe ambo le chiavi del cor di Federico” e che rivendica la propria fedeltà a Federico II°, nonostante l’invidia “delle corti vizio” che lo indusse al suicidio “fece me contra me giusto”. Il periodo dell’esilio  Dante lo trascorse presso le varie corti dell’epoca, laddove aveva appreso il coacervo di intrighi e di passioni che vi si scatenavano, al punto da usare le espressioni: “sì come sa di sale lo pane altrui / e sì come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.

Con l’Ulisse l’elemento figurale raggiunge il suo pieno compimento, poiché il Poeta annette alla vicenda dell’eroe omerico, una serie notevole di connessioni con la propria vicenda, al punto che molti autorevoli commentatori, hanno visto nel canto XXVI dell’ Inferno la piena identificazione del poeta con il suo personaggio, denominandolo il Dante-Ulisse. Il viaggio del Poeta nei tre mondi è infatti identificabile, sotto l’aspetto prevalentemente filosofico, con il “folle volo” di Ulisse, altrimenti non riusciremmo a spiegarci il significato dei versi nell’incipit del canto: “e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio / perché non corra che virtù nol guidi; / sì che, se stella bona o miglior cosa/  m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi”. Il Poeta avverte dentro di sé l’orgoglio filosofico che aveva spinto Ulisse ad intraprendere il suo viaggio, ma lui riesce a porre il freno, essendo consapevole che gli eccessi della ragione, portano al naufragio della stessa, e quindi al suo annullamento, ed il freno si identifica con la rivelazione. Ed è lo stesso Poeta che fa esprimere Ulisse nei versi seguenti: <<non vogliate negar l'esperïenza, di retro al sol,/  del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza". Appare certo che dietro le parole di Ulisse c’è il pensiero di Dante, che esorta gli uomini ad accostare “virtute” e “canoscenza”, poichè  la filosofia deve ridursi al rango di  ancella della teologia. Il naufragio di Ulisse “e poscia il mar fu sopra noi richiuso” esprime la perdizione dell’anima dell’uomo che ha confidato nella ragione in modo smisurato, macchiandosi del peccato della smodatezza, e così assimilandosi al mito pagano di  Icaro figlio di Dedalo  che spinse  in alto verso il sole le ali da lui costruite fino a precipitare, ed a quello di Fetonte che alla guida inesperta del carro di fuoco, avrebbe incendiato l’universo, se non fosse intervenuto Giove a fulminarlo. 

La vicenda del Conte Ugolino rappresenta invece l’anima tragica di Dante, sotto svariati profili. La macabra scena che contrassegna l’incipit del canto  ”La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’capelli/ del capo ch’elli avea di retro guasto” nel quale il conte Ugolino addenta il cranio dell’Arcivescovo Ruggieri, esprime in filigrana il rancore che il Poeta covava nei confronti del papa carnefice Bonifacio, che gli aveva causato l’esilio trattenendolo presso di sé a Roma, ed i mali che ne furono la logica conseguenza. La condanna all’esilio comminata dai fiorentini implicava anche la confisca dei beni del Poeta oltre a quelli dei suoi figli, per cui allorchè il Conte Ugolino implora: “non dovei tu i figliuoi porre a tal croce / Innocenti facea l’età novella”, allude alla sua vicenda personale, in cui il Poeta ramingo nel mondo vide perpetuarsi gli  effetti deleteri della condanna anche nei confronti dei suoi discendenti. La scena di chiusura del canto suscita  raccapriccio, poichè il Conte che sembra si fosse nutrito delle carni dei figli,  prima di morire si aggira brancolando nel buio dell’ “orribile torre” chiamandoli a gran voce per nome, dopo aver  assistito alla loro orrenda morte.; “vid’io cascar li tre ad uno ad uno / tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi, / già cieco, a brancolar sovra ciascuno, / e due dì li chiamai, poi che fur morti./ Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
 

I cento canti della Commedia sono accostati dal Poeta alle foglie disperse dal vento proveniente dall’antro della Sibilla cumana,  in una sorta di  riproposizione nella modernità dei vaticini del mito pagano “Così la neve al sol si disigilla;/ così al vento ne le foglie levi /si perdea la sentenza di Sibilla”. La Commedia continua ancora oggi a commuovere e ad insegnare, possedendo dentro di sé i caratteri propri del libro sacro, intriso dei germi della speranza in un mondo migliore, proteso verso la realizzazione biblica dei nuovi cieli e delle nuove terre, il cui  avvento sarà luce della città, luce da Dio, Città di Dio.

GAETANO STEA
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